No, non andrà tutto bene. “Play” di Ruben Östlund

Di cosa parlano i film di Ruben Östlund? Parlano di come facciamo schifo. Non di ‘quanto’, ma di ‘come’. Come funziona il nostro fare schifo, come nasce, come si sviluppa, come si concretizza. Raccontano del velo di ipocrisia che permea la nostra società, il consesso umano “occidentale” sfinito. Avrete sentito parlare di crisi dell’Occidente, ecco, quella roba lì. Non si salva nessuno dei nativi, al limite gli immigrati, gli stranieri, gli “altri”, quelli che vengono da fuori possiedono ancora qualche barlume di umanità, pur se anch’essi – ci dice ogni volta il regista – saranno in breve tempo risucchiati nel malessere del benessere. I film di Östlund parlano di come facciamo schifo tutti, indiscriminatamente. Che poi forse non è nemmeno colpa nostra, perché è come se un tarlo ci si è infilato nella testa e ha mangiucchiato via giorno dopo giorno quella roba che una volta chiamavamo “umanità”. Niente religione, niente trascendenza, possediamo valori effimeri e materiali che lasciano il tempo che trovano, e basta un piccolo imprevisto per fare cadere le tenui ipocrisie che mascheravano una fragile identità. Scrivo cose fumose, non intendo entrare nello specifico, ma già così credo che mi abbiate capito.
Ad esempio. In The Square (2017) basta il furto di un telefono cellulare per far crollare tutta l’impalcatura progressista di un direttore di un museo d’arte contemporanea. I valori che egli propugna nell’istituzione che dirige – inclusione, solidarietà, eccetera – svaporano in men che non si dica quando un povero si appropria di un suo bene, accadimento che rivelerà il vero volto d’un uomo meschino affogato nel più bieco individualismo egoriferito. Già in Play (2011) un telefonino funzionava da detonatore delle contraddizioni dell’umanità, incongruenze che l’occhio chirurgico di Östlund mette a nudo in tutta la loro disperante ridicolaggine. Il suo cinema, e Play più d’ogni altro, è un prodotto culturale da maneggiare con estrema cautela. Alla sua uscita produsse sconcerto nell’opinione pubblica svedese, soprattutto di sinistra, spiazzata di fronte al totale ribaltamento di prospettiva del “disagio” delle minoranze etniche. Ispirato a fatti di cronaca, il film mette in scena le dinamiche predatorie d’una teppa di cinque ragazzini che, per due anni, ha imperversato nel centro di Göteborg depredando coetanei. Baby gang, scriverebbe un quotidiano italiano. La scelta ardita, del regista e sceneggiatore (in coppia con l’inseparabile Erik Hemmendorff), è quella di non presentare i cinque ragazzini con la pelle nera come vittime della società, ma invece di raccontarceli come scaltri manipolatori, abili nel giocare con cinismo e crudeltà con le proprie vittime. Abili e consapevoli al punto d’agire, esplicitamente, per mezzo della tecnica del poliziotto buono – poliziotto cattivo.
Come nello straordinario Turist (Forza maggiore, 2014), a mio avviso uno dei film europei più importanti del XXI secolo, lo spettatore è lasciato a se stesso, obbligato a farsi un’idea di quel che ha visto, sollecitato a rintracciare dentro di sé un filo morale, etico, che gli faccia abbozzare una qualche comprensione/conclusione dell’opera. In maniera coerente e felice Östlund sceglie di raccontare l’intera vicenda con inquadrature fisse, entro le quali è lo spettatore a doversi orientare, a dover scegliere cosa guardare. Perché nel suo cinema, realtà e messa in scena, sono un rebus irrisolvibile senza il libero arbitrio d’una morale.
Chi sono i buoni? Chi sono i cattivi? Chi sono le vittime? Chi sono i carnefici? Questi i quesiti sollevati da Play e da tutto il cinema di Ruben Östlund.
No, non andrà tutto bene.•

Alessio Galbiati

 

Play è il film del mese di maggio 2020 Artekino / Arte Cinema, ed è visibile gratuitamente fino alla fine del mese.

 

 

PLAY
Regia: Ruben Östlund • Sceneggiatura: Ruben Östlund, Erik Hemmendorff • Fotografia: Marius Dybwad Brandrud • Montaggio: Jacob Secher Schulsinger, Ruben Östlund • Colonna sonora: Danny Bensi, Saunder Jurriaans • Suono: Jens de Place Bjørn • Produttore: Erik Hemmendorff • Interpreti principali: Anas Abdirahman, Sebastian Blyckert, Yannick Diakité, Sebastian Hegmar, Abdiaziz Hilowle, Nana Manu, John Ortiz, Kevin Vaz, Jacob Ottander, Herman Troeng, Tobias Åkesson, Peggy Johansson, Humberto Guandinango Espinosa, Luis Alonso Tuquerez, José Jaime • Produzione: Plattform Produktion, Coproduction Office • Paese: Svezia, Francia • Anno: 2011 • Durata: 118′



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