Attività assoluta, di qualunque specie sia, conduce infine al fallimento. Note al sintetizzatore di Krszystof Penderecki in “Shining”

Da molto tempo a questa parte – molto prima del Covid-19 – attorno a me vedevo epicedi, morti viventi, lapidi con il viso delle persone già incastonato nel portafoto ovale. Risate piene di vita come quegli scatti scelti dai parenti sulle tombe comuni dei viali, per ricordare che l’allegria c’è stata, magari di cinque minuti, ma c’è stata. L’occasione di rivedere Shining di Stanley Kubrick – extended version – a Esterno Notte (consolazione a un Bergamo Film Meeting quest’anno mancato) è stata una conferma di questa sensazione. Superfluo parlare d’un classico del calibro di Shining. I classici li si rilegge e li si rivede perché ogni volta ci forniscono una nuova chiave di lettura del mondo. Ciò che m’è parso sbalorditivo all’ennesima visione è l’incipit musicale-visivo, che suggerisco di rivedere con attenzione. Note al sintetizzatore di Krszystof Penderecki, sul quale – scomparso lo scorso 29 marzo – non ho scritta riga alcuna nemmeno in altra sede. Forse perché la sua figura mi fu per sempre demolita dal suo assistente dell’epoca. Il pure geniale compositore tedesco Wolfgang Hufschmidt, dal quale ero a cena nel lontano 2009 a Essen. Hufschmidt mi disse che Penderecki ai tempi della neoavanguardia darmstadtiana più gloriosamente iconica, usava solo dei pennarelloni di diversi colori con i quali tirava grosse righe sui fogli pentagrammati (clusters giganti, insomma: agglomerati di note). Ma vedere i titoli di testa sublimemente azzurrognoli di Shining udendo le note del requiem della tradizione cristiana severe eppure sinistramente manipolate da un sintetizzatore di quegli anni (niente clusters, ma citazione del tema dei temi, il Dies irae), senza possibilità d’appello, m’ha d’improvviso fatto sorridere: il sorriso di chi s’accommiati dalla vita esalando l’ultimo respiro. Un abbraccio dolce e privo di speranze verso il mondo. Tutto già finito prima di cominciare, il requiem vien suonato per il nostro protagonista scrittore ben prima che abbia compiuto gesto alcuno. Il chiudersi sul 1921 a conferma della spettralità sovrannaturale della vicenda non è che un ribadire il fatto che tutto fosse già morto. Che cosa può infatti animare un morto vivente più dell’idea di creare un’opera letteraria o artistica? Questo l’obiettivo dei morti odierni, stanche appendici al linguaggio, cimici della finitudine. Nella salita all’Overlook Hotel, nel paesaggio sublime e defunto, viene trasportata assieme alla bara metaforica del protagonista la nostra stessa bara ricolma d’idee e progetti già pensati e ripensati generazioni prima di noi, ricolma di vaneggiamenti artistici destinati alla morte per assideramento. Penderecki avrebbe poi approfondita fino all’ossessione questa sua vena musicale tragicamente cattolica – se si è polacchi o italiani la sorte è la stessa: verranno a bussare alla nostra porta presto o tardi gli spettri degli Evangelisti e non ci faranno dormire. Shining film orribilmente realista, non già dell’orrore. Un composto, perfetto documentario del progressivo naufragio delle berlioziane idee fisse, delle grandi ambizioni “artistiche”. In quei sinistri primi minuti ci viene inesorabilmente suonato, alla luce adamantina delle foreste mute e impassibili, il “riposa in pace”; soprattutto il consiglio di kafkiana memoria: “Rinuncia! Rinuncia!”.

Dario Agazzi

 

“Attività assoluta, di qualunque specie sia, conduce infine al fallimento.”
– Goethe

 



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