Stella Mater, luce senzafine. “milkmo(M)on” di Carlo Michele Schirinzi

milkmo(M)on è intitolato al latte della luna e della mamma. Luna, dea madre; latte, nutrimento divino. La M maiuscola, tra parentesi, sovrasta le altre due m, di milk e di moon, sorgendo da esse, lettera (e immagine) sovrana e inattingibile, evocatrice e divinizzata. M di madre, stele e seno, un suono identico in tutte le lingue del mondo. Mother, mutter, maman, mamă, mãe, мать (mat’), মা (Mā), मां (maan), 母親 (Mǔqīn)…

Carlo Michele Schirinzi, nome imprescindibile della sperimentazione in immagini, artefice di installazioni-prodigio, due spericolati lungometraggi fuori dagli schermi, un’infinità di corti e video di elocuzione manifesta, compone un poemetto di luce radiosa, dodici minuti di splendore funebre, che avvolge e saluta accorato Rita Botrugno, la madre scomparsa. Un’ “ultima carezza” lo definisce l’autore. E si sentono le sue dita, il palmo della mano, nell’atto dolce di filmare, sovrapporre, incidere, imprimere, montare e stampare.

Il suo è un inno alla notte oltre che alla mamma e alla luna. Parte proprio dal buio dei titoli, prima che un fascio di luce lunare solchi le pieghe del mare, carezzi le sue ondulazioni. E poi un flash-back. Canto primo, Rita/luna due anni prima. Notte come stato fetale, pre-natale, notte pre-cosmogonica. E notte come stato d’animo, lutto, oscurità abisso del nulla. Il dolore si accompagna alla dolcezza. Alla notte che reintegra e porta con sé (nei sogni, nei ricordi) l’apparizione della madre defunta. Al cinema da cui sorge l’incorporeo. Un notturno stenopeico, ancora. Dove il buio è fonte, origine, prima della luce. Un notturno contornato d’illuminazione intima. Tale si rivela la comparsa del volto di Rita, intriso di magia lunare.

Schirinzi è un grande ritrattista, sa come dipingere, inquadrandolo, un paesaggio volto o un volto paesaggio. Il suo sguardo delimita le linee di quel viso/mère/mer, di cui coglie le pieghe leggere, ravvicinato dentro le profondità del primissimo piano e nelle superfici di luce. La mano piegata sulla fronte o sulla guancia, la guancia svelata dal profilo, sguardo in alto, in basso e di nuovo in alto. La madre sussurra preghiere mute. C’è soltanto il suono delle immagini in milkmo(M)on, un’articolazione visiva della materia che si fa canto, tra il nero che demarca le raffigurazioni, opposte e complementari a quel buio intermittente.

 

 

Il volto in ombra della madre appare denso, pitturato di silenzi e delicati tratti di riscrittura dell’immagine, testo sacro immesso in un tempo altro. Rarefatto, etereo. Ha l’effige addensata di senso, eppure di assoluta semplicità, volto muto eloquente che avviluppa lo schermo di cosmo. Madre, Grande Madre, Dea Madre. E lo spirito originario, prima meravigliosa viseità naturale, combacia con il simulacro, il ritratto. Consistente nell’immagine primordiale del cinema. L’essere (per sempre) lì dei Lumière, l’esplorazione del volto/primo piano Méliès della Luna, qui luna reale. Schermo nello schermo, fascio di luce proiettata e protettrice. Quel sorriso placido e sereno di Rita/luna sbaraglia le nuvole.

È un ritratto senza alcuna enfasi. Di asciutto lirismo, sia pure liquido. Col tono dolente e contenuto di un’elegia, intonata con prosodia di immagini. Per occhi ancora capaci di guardare. E menti disposte a sentire. milkmo(M)on è splendido, cioè splende, irradia ammassi stellari sulla Terra. La luce della luna illumina il mare e la madre. Il lume di un cuore pensante fa risplendere la mater/materia/matrice sulla quale è inciso il silente epicedio. Il mare che lo attraversa, origine e tomba, equivalente della luce, è vita che scorre e muore e poi rinasce.

Il secondo canto, malaluna / perpetua o senzafine, brulica di strie luminose a fendere le tenebre. Brillano sulla e dalla notte che porta indietro i trapassati, sopra l’oscurità di uno schermo nero rischiarato da scintille astrali divenute lanterne sull’altare e nudo spazio mistico, ma naturale, di lucerna, lampada, occhio della madre posta sulle altezze scintillanti del cielo. Altero altare di gloria, corpo luminoso della volta celeste. Spargitrice di luce: astro. Riflesso nelle lastre di cristallo, nello specchio splendente dell’obiettivo, nei ritmi di luce tradotti in cadenza del cuore, battiti di stile. È l’addio della madre, l’addio alla madre. La luce si duplica e si sparge in linee commoventi, astrazione emozionante. Poesia intangibile di una stella senza materia, scomparsa, il cui tocco di luce giunge ancora, per secoli, millenni. Luce perpetua, stella mater senza fine.

Sono il corpo (volto) e l’anima (luce), corrispondenti all’acqua (della materia) e al latte (dello spirito), a dividere dunque l’ode di Schirinzi, ricondotta alle eterne opposizioni della vita e della morte. Esse confluiscono in una veglia di immagini tanto fluide quanto scolpite, evanescenti e di concreta intensità. L’opera è ardentemente tenue, aerea e la messa in quadro sviluppa ogni possibile segno della “cornice”. Se la mamma viene associata alla dea Madre e il liquido vitale, il bianco latte, al nero della perdita, il cinema infine si rivela in quanto materia-spirito e morte-vita al lavoro. A effondere eternamente quel tempo fuggito, a fissare per sempre il mood moon della perdita e conservare la soavità del ricordo, la crudele dolcezza dell’addio.

La luna è, secondo il Vedanta, la nutrice delle anime, madre dell’anima della Madre. E la notte, diceva Esiodo, è la mamma degli dèi. Madre di madre di madre all’infinito. Un senzafine che la luce del cinema cerca di contenere senza smettere mai di espandere all’esterno. Quella luce cinema, che è di madre e di luna, genera e involve. Si fa stella, via lattea, satellite che guarda. E guida e conduce.

Leonardo Persia

 

 

SINOSSI
Carezza a palpebre chiuse poco prima che la distanza annichilisca gli astri condannando la loro luce solo a sfiorarsi: codice Morse al vuoto, muto urlo che (si) consuma dentro. Dagli ardenti graffi dilaniato, più buio e intimo non potrebbe essere il nero.

NOTE DI REGIA
Ansima la luna risvegliandosi scheggia, punta, lama che incide fuggendo, torna, si blocca, ma più non c’è quiete, non c’è silenzio, non c’è che la sua assenza. Una carezza, non un ricordo, a mia madre due anni prima che chiudesse il suo film su questa terra.

milkmo(M)on
di: Carlo Michele Schirinzi
con: Rita Botrugno
operatore, fotografia, filtri, montaggio, color correction: Carlo Michele Schirinzi
traduzioni: Linda D’Ambrosio
produzione: Untertosten Film – Produktionen Autarkiken
lingua: italiano
durata: 11’25”
colore: colore
suono: muto
Screen ratio: 16/9
formato di ripresa: HDV pal
formato di proiezione: DCP
paese: Italia
anno: 2020



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