Bambini nella notte. “Da Yie” (Good Night) di Anthony Nti

Una bimba e una bimbo in scena, Matilda (Matilda Enchil) e Prince (Prince Gorthey). La ragazzina è scafata, sfrontata, eslege fuori dal gregge, leader inflessibile in un gruppo di maschietti. Tipico del cinema dell’Africa nera, iper-femminista nel suo immaginario. Meno badou il boy, più riflessivo e cauto, però infallibile goleador, pure asso concentrato della corsa. I due sono l’irresistibile buddy buddy coppia di Da Yie (Buonanotte), cortometraggio fresco di premio all’ultimo FESCAAAL di Milano, ex Festival del Cinema Africano, giunto dopo una pletora di riconoscimenti (Clermont-Ferrand, Galsgow, Melbourne…) e persino una candidatura agli Oscar 2021, sezione “live action short films”. È possibile vederlo on demand su Vimeo. La colonna sonora dell’olandese Maxim Helincs si trova su Spotify.

Un corto africano discusso, premiato e candidato all’Oscar è una bella novità. Specie ora che il continente nero si è ripiegato nel limbo vernacolare, sacrosanto ma scadente, dei capofila Nollywood (star e studio system nigeriani) e Ghallywood (fabbrica di sogni e divi ghaneani). Industrie economicamente vincenti d’immaginario delimitato. Prima si tacciavano i cineasti neri di fare il gioco global, co-produzioni per l’Europa, i festival e l’esclusivo (colto) pubblico bianco. Adesso si è sprofondati nella complementare trappola g-local, dove più che rincorrere uno specifico africano, si parla un esperanto creativo piatto, fuori dalla realtà di specie. Storie hip hop di erotismo e gangsta, horror pulp senza più connessione con gli ancestrali brividi indigeni (la ricchezza shining del voo-doo, ad esempio), avventure autoctone zeppe di luoghi comuni. Bandito ogni tentativo di ricerca, forma o contenuto, ibridazione e reinvenzione di generi. Al vivo pulsare pop delle officine indiane Bollywood (Bombay) e Gollywood (Mumbai, il cinema gujarati), certo avvantaggiate da una tradizione di fattura iper-consolidata, si sono preferiti i modelli obsoleti della più trita e anti-cinematografica telenovelization sudamericana.

Da Yie è un concentrato artigianale di locale e globale. Parla akan e inglese, un po’ di francese, comunica una lingua-cinema comprensibile dentro e fuori dal Ghana, per pubblici scelti o occasionali. Anthony Nti, l’autore, classe 1992, naturalizzato belga, è vissuto in patria fino a 10 anni, la presumibile età dei suoi due piccoli eroi. Lo sguardo multivision, da africano e immigrato aperto a tutto e tutti, non l’ha perso. Il piccolo film arriva dopo anni di lavoro nel settore dei commercials, della musica filmata e di corti altrettanto brillanti. Il suo cinema è soul, anche quando i suoi personali e fascinosi video-clip scivolano nei cliché cazzuti dello swag nero. Il primo Kwaku risale al 2013. Storia di bimbo e di nonna, da perfetto afro-racconto binario, “a due tempi”, passato e futuro (i classici Yaaba, Yeleen e pure il toon Kiriku affiancato al vecchio della montagna). L’anno dopo, Only Us vede un giovane padre nero (Benjamin Masudi), trafelato, ansante, accudire il figlio di pochi mesi, in un palazzone abbandonato. Siamo fuori dall’Africa, nel western world. Poliziotti bianchi corrono per le scale: vogliono arrestarlo. Non sappiamo perché e non importa. Conta invece lo scontro con la “realtà” civile del potere centrale, che turba lo sguardo e la tenerezza incrociati di padre e figlio. A rappresentare, lì, i poveri, i fuori casta, i clandestini dell’esistenza. Anthony Nti guarda l’Africa in Europa, il terzo mondo immigrato del mondo ricco. Anche l’ex secondo mondo, le disuguaglianze delle differenti Europe.

 

 

Ancora padri e figli, piccoli e grandi, paesi e Paesi, in Boi (Combattimento, 2016), a conferma che, nei film di Nti, c’è sempre qualcuno più “adulto” degli altri. Il corto mostra due fratelli bulgari in Belgio, Boiko (Nerhan Rominov) e Luca (Marcelo Shibelev). Impegnati nel lavoro minorile come in un gioco: vitali, nonostante tutto, sul furgone che li porta, sfruttati, a trasportare e caricare robivecchi. Sentono, è ovvio, il peso del lavoro (nero), dell’ingiustizia, dell’esclusione. Del denaro che li schiaccia. Ed “evolvono”, da un furtarello “invisibile” e giocoso, compiuto dal più piccolo, alla sottrazione di denaro da consegnare al padre, effettuata dal più grande. Atmosfera di asettica freddezza, rischiarata solo dalla vivacità adolescenziale. In un vialone desolato, deserto di tutto, giusto qualche macchina, sotto la luce squallida di orridi lampioni, il maggiore chiede al minore di prenderlo a pugni, non l’unico combattimento del titolo, per simulare aggressione e furto che giustifichino la sparizione dei soldi. Tremendo rito di passaggio che fissa lo sguardo perduto di entrambi i fratelli e i loro passi verso il nulla, pedinati con pudore nel finale.

Un adulto (Goua Robert Grovogui) lo incontrano anche i due bimbi di Da yie, ritorno al Ghana di partenza. Si tratta di un uomo doppiamente grande. In quanto bogah (straniero). Ha la grana, il Suv, le striature gialle sui capelli, è un africano biondo. Li carica con sé, trasportandoli in un viaggio della iena. A pranzo, a cena, al mare, dove il piccolo Prince s’incupisce perché, da pochissimo, le onde gli hanno portato via il padre. A casa sua deve badare a un fratellino minore, mentre la madre è fuori a raccattare lavori. Ma, monello, istigato dall’amichetta, trasgredisce e si precipita a giocare a calcio. Le squadre le ha fatte la piccola, dopo aver vinto una corsa dietro gallo e gallina da acciuffare. L’operina di 21 minuti prima gioiosa, poi tesa, infine cupa, fa ridere, indigna, non piagnucola pelosa. È dura, colorata, rifratta. Sterza, devia, imbocca strade impervie, non sbanda. Il regista, che sceneggia e produce insieme al compagno di scuola di cinema Chingiz Karibek, kazako, anche lui naturalizzato belga, conosce l’organizzazione dei tempi filmici, quelli rapidi, quelli distesi. Le inquadrature sono essenziali, idem il tocco narrativo, le luci naturali e artificiali. Artificiale intradiegetico, a dire il vero: di bar e antri degli orchi illuminati a festa, afro-kitsch e afro-space (vedasi pure il bunker-luna park di Ar condicionado dell’angolano Fradique, sempre al FESCAAAL e l’anno scorso a Rotterdam).

I titoli di coda, dopo il finale tenebroso ma non al punto che si immaginava, esplodono col coro in festa di un mucchio di marmocchi. Se anche qui esistono e trionfano le gerarchie (e c’è naturalmente qualcuno più grande, grosso e cattivo del bogah), Anthony Nti si volge al recupero dello sguardo più piccino, dell’op-segno bambino, estromesso da cinema e realtà. Affidato in genere a una distanza adulta compromessa: poco sincera, affetta da stereotipia, perdita di memoria, stucchevolezza sociale. Il neo-autore lo fa risplendere di stupore e vita, senza ignorare quel tappeto sonoro inquietante sovrapposto al coro dei piccoli. All’ordine babilonico, a cui tutti ci siamo rassegnati, alle fascistoidi derive democratiche e progressiste, sinistramente di sinistra, Anthony Nti riesce ad affiancare, con humour e leggera densità politica, un reale più “spazioso”, alternativo, sognante (you may say I’m a…). Dove se il male ti attraversa, non necessariamente ti affossa. Ora, con fiducia, aspettiamo il suo primo lungometraggio.

Leonardo Persia

 

 

DA YIE
Good Night

Regia: Anthony Nti
Produttori: Anthony Nti, Chingiz Karibekov, Dimitri Verbeek
Sceneggiatura: Anthony Nti, Chingiz Karibekov
Interpreti: Goua Grovogui, Prince Agortey, Matilda Enchil
Fotografia: Pieter-Jan Claessens
Montaggio: Frederik Vandewalle
Produzione: Caviar Films, RITCS, Rondini
Lingue: Akan, francese, inglese
Paese: Ghana, Belgio
Anno: 2019
Durata: 20′

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