Ennio Flaiano | Tempo di uccidere (1947)

«L’aver ucciso Mariam mi appariva ora un delitto indispensabile, ma non per le ragione che me l’avevano suggerito. Più che un delitto mi appariva una crisi, una malattia, che mi avrebbe difeso per sempre, rivelandomi a me stesso. Amavo, ora, la mia vittima e potevo temere soltanto che mi abbandonasse.»
— Ennio Flaiano, Tempo di uccidere.

«Con l’intraprendenza e la vivacità che lo contraddistinguevano, Longanesi impegnò il F. nella redazione di un romanzo per cui gli dette un anticipo e una scadenza; al marzo 1947 il F. aveva consegnato la stesura definitiva. Pubblicato in maggio, Tempo di uccidere ottenne nel luglio la prima edizione del premio Strega, consacrando l’autore tra gli intellettuali di punta del secondo dopoguerra. Primo ed unico romanzo pubblicato dal F., è legato alle esperienze che l’autore aveva vissuto durante la campagna di Etiopia.
Tuttavia la vicenda del giovane tenente italiano al centro della narrazione – alla ricerca di un medico che gli curi un dente malato, questi si perde nel deserto, dove intrattiene un breve rapporto con una bellissima indigena, Mariam; per un disgraziato incidente la ferisce, quindi, un po’ per pietà un po’ per egoismo, la uccide e ne occulta il cadavere; teme di aver contratto da lei la lebbra ma, dopo vari accadimenti, può riprendere tranquillamente la via di casa (conservando, tuttavia, al fondo di se stesso l’ombra del dubbio di essere stato effettivamente contagiato) – non ha quasi nulla del romanzo realista o neorealista. Il racconto, in cui manca o è comunque molto attenuata l’abituale ironia del F., comunica piuttosto un senso di estraniamento e di sottile angoscia e può per certi aspetti essere collocato nell’ambito della narrativa esistenzialista, nei modi di un A. Camus, di cui ripropone i temi della fondamentale indifferenza morale dell’uomo di fronte all’assoluta casualità del suo destino, più ancora che di J.-P. Sartre. Per altri aspetti, principalmente per l’invenzione sempre ai limiti dell’assurdo e dell’onirico nel ricostruire l’ambientazione esotica e le vicende del protagonista, il romanzo può essere avvicinato ai modi di T. Landolfi, D. Buzzati e A. Savinio, a riprova dell’esistenza nella nostra letteratura del secondo dopoguerra di una significativa corrente non oggettiva, non ideologicamente impegnata, bensì piuttosto interessata agli aspetti simbolici e surreali del narrare. Dopo questo brillante esordio il F. lasciò trascorrere molto tempo prima di tornare alla dimensione se non del romanzo quantomeno del lungo racconto. Necessità economiche, legate alla malattia della figlia, oltreché quei caratteri di perfezionismo e di autocritica che lo contraddistinsero, determinarono una lunga lontananza dall’attività narrativa vera e propria. Gli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta furono dedicati al giornalismo e soprattutto furono quelli della sua più brillante stagione di sceneggiatore.»
FLAIANO, Ennio di Alessandra Cimmino – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 48 (1997) [treccani.it]

 

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