Cleveland Vs. Wall Street > Jean-Stéphane Bron

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Il presente articolo è stata pubblicata su Rapporto Confidenziale numero30 (dic/gen 2011), pagg. 38-40

Cleveland Vs. Wall Street
Jean-Stéphane Bron | Svizzera, Francia – 35mm – colore – 98′

di Roberto Rippa

Quando si verifica una crisi economica, è impossibile non notare come a pagare siano i più poveri, i più indifesi Soprattutto quando ne sono contemporaneamente vittime e causa inconsapevole e incolpevole (se non di dabbenaggine). Questo concetto, apparentemente semplicistico ma in realtà solo semplice, è il cuore del curioso – nello svolgimento – quanto ambizioso film dello svizzero Jean-Stéphane Bron, che qui si riavvicina alla forma narrativa di uno tra i suoi film più famosi nel suo Paese, “Mais im Bundeshuus: le génie helvétique” del 2003, in cui, con intento egualmente didattico, seguiva i lavori di una commissione federale cogliendo l’occasione per illustrare in chiave di thriller i meccanismi della politica svizzera.
Bron – che torna inoltre in questa occasione alla forma documentaria in seguito alle interessanti prove offerte con “Connu de nos services” (1997), “La bonne conduite – Cinq histoires d’auto-école” (2000), il citato “Mais im Bundeshuus“ e dopo la non troppo riuscita incursione nella commedia con “Mon frère se marie” del 2006 – nella costruzione del suo film prende le mosse dalla causa intentata dalla città di Cleveland contro una ventina di banche accusate di avere forzato nella popolazione meno istruita, attraverso l’aggressività dei loro mediatori, i subprime (1), causando una lunga catena di insolvibilità, premessa di una serie di sfratti che ha trasformato interi quartieri in aree fantasma.
Quando il ricorso all’autorità giuridica ha come unico risultato quello di permettere alle banche di fare sfoggio del loro potere, con la conseguenza che il processo viene continuamente rimandato sine die, il regista decide di istruirlo lui stesso a favore di macchina da presa, con vero giudice, veri avvocati per difesa e accusa, veri testimoni e una vera giuria popolare selezionata dagli avvocati stessi.
Dopo tre anni di ricerche, numerosi viaggi negli Stati Uniti e, soprattutto, l’incontro con l’attivista Barbara Anderson e il legale Josh Cohen, poi avvocato per l’accusa, il processo è pronto ad iniziare. Il suo scopo non è quello di identificare un colpevole – già suggerito allo spettatore a inizio film mediante immagini dei quartieri ormai abbandonati e dalle case fatiscenti – ma di stabilire le modalità del reato. Nel farlo, lui che si dichiara inesperto di questioni finanziarie e unicamente interessato a mostrare come l’economia abbia sostituito ogni forza politica e ideologica, ne svela le dinamiche meno manifeste e nobili facendo ricorso alle semplici parole di vittime e imputati.
Non siamo nell’ambito del cinema “legale” (di cui il più fulgido esempio rimane “12 Angry Men”, diretto nel 1957 da Sidney Lumet). Non si tratta nemmeno di un esempio del genere denominato DocuFiction (qui nessun dialogo è stato scritto, tutto si svolge come in un processo vero), l’influenza del regista si palesa principalmente attraverso le scelte relative al posizionamento delle camere (due su carrelli: una costantemente concentrata sui primi piani dei dibattenti, l’altra a riprendere il loro campo visivo per sgomberare la scena da qualsiasi distrazione) e al montaggio, che non solo mantiene alto il ritmo della narrazione ma elide dal dibattimento soprattutto le testimonianze più tecniche e quindi meno immediatamente comprensibili.
Malgrado questo, la forma del processo (pur se messo in scena) limita l’influenza del regista, che si dimostra peraltro scarsamente interessato al suo esito – che verrà comunque reso esplicito nel breve dibattito a porte chiuse della giuria popolare – e molto più concentrato sull’andamento, utile a fare capire l’accaduto anche alle menti meno esperte di economia.
Mentre i colpevoli possono agitare a difesa della loro onorabilità e buona fede la legge del libero mercato e la necessità di salvare il sistema economico che conosciamo, con tutti i rischi che ne conseguono, Cleveland rappresenta un esempio illuminante delle crepe di un sistema.
“Cleveland Vs. Wall Street” (comunque un’opera che troverebbe nella televisione, più che nelle sale cinematografiche, la sua destinazione ideale anche per il suo potenziale divulgativo) è un film che usa gli strumenti del cinema di finzione per restituire il reale.
E Bron è un regista che meriterebbe di essere conosciuto, per l’impegno che profonde nel suo lavoro e la peculiarità della sua visione del documentario, anche in Italia.

Il film si chiude con un filmato risalente alla campagna elettorale di Barack Obama in cui il futuro presidente prometteva alla gente di Cleveland giustizia. Come sia andata a finire lo sappiamo tutti.

Roberto Rippa

Note:
(1) Prestiti concessi a soggetti che patrimonialmente e/o dal punto di vista del reddito non sono di prima fascia. In sintesi, mutui concessi a persone la cui capacità di rimborso è dubbia

Cleveland Vs. Wall Street
regia: Jean-Stéphane Bron; fotografia: Julien Hirsch, Séverine Barde; montaggio: Simon Jacquet; produttori: Robert Boner, Philippe Martin; direttore di produzione: Adrian Blaser; con la partecipazione di: Barbara Anderson, Josh Cohen, Kathleen Engel, Mark Stanton. Keith Fisher, Thomas j. Pokorny, Robert Kole, Frederick Kushen, Kurtis Rodgers Kushen, Raymond Velez, Keith Taylor, Tony Brancatelli, Michael Osinski, Peter J. Wallison, Irene Morrow, Alexis Flanagan Williams, Frederick Wilson, Jim Gallagher, Mohammed Ghrib, Angela Justin, Zenon Domanski, Barbara Simmons; case di produzione: SAGA Production (Svizzera), Les films Pelléas (Francia); formato: 35mm – 1.85 – Dolby SRD; lingue: inglese, francese; paese: Svizzera, Francia; anno: 2010; durata: 98′
www.clevelandcontrewallstreet.ch

Jean-Stéphane Bron | bio-filmografia . link

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