La chispa de la vida > Álex de la Iglesia

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La chispa de la vida
Berlinale 62 | Berlinale Special Gala
regia: Álex de la Iglesia (Spagna-Francia/2011)
recensione di Alessio Galbiati

Un film farsa, un’allegoria punteggiata da risate amare e da quella comicità macabra tanto cara al regista spagnolo, che strizza l’occhio ad Ace in the Hole (L’asso nella manica) di Billy Wilder (1951) ma con non poche differenze nello sviluppo drammatico. Se nel film di Wilder seguiamo la cinica impresa di un giornalista spietato, Kirk Douglas, che senza scrupolo alcuno vende la spettacolarizzazione di un fattaccio di cronaca, in La chispa de la vida quel che ci viene mostrato è il punto di vista di un protagonista disgraziato: infilzato ed immobilizzato da un ferro di metallo conficcato nel cranio.

Roberto (José Mota) è un pubblicitario caduto (sarà proprio quel che letteralmente gli capiterà) in disgrazia ed alla ricerca di un lavoro, in epoca di crisi, presso amici potenti ma assai poco riconoscenti. Anni addietro inventò uno slogan per la Coca-Cola, “La chispa della vida”, che fece svoltare la carriera a sé ed a tutti i giovani colleghi che però, a distanza di anni, fingeranno di non ricordare la cosa. Umiliato e depresso Roberto decide di andare a rivedere l’hotel in cui trascorse la luna di miele con la bella moglie (Salma Hayek), che lo pressa per prendersi un qualche giorno di pausa dallo stress di questo periodo tribolato e ansiogeno. Giunto sul posto scoprirà che l’hotel è stato abbattuto perché sotto ad esso è stato rinvenuto uno splendido anfiteatro romano che, proprio nel momento in cui giungerà sul posto, sta per essere inaugurato. Sospinto dalla folla di cronisti e curiosi Roberto verrà trascinato al suo mentre il Sindaco e la direttrice del museo annesso si pavoneggiano per l’importante operazione culturale. Perso l’orientamento si troverà a passeggiare su di un ponteggio e, sorpreso senza autorizzazione da uno dei custodi, perderà l’equilibrio in un maldestro tentativo di fuga rimanendo aggrappato ad una statua sospesa qualche metro sopra ad un cantiere non ancora ultimato, proprio al centro dell’anfiteatro romano. Lentamente perderà ogni appiglio precipitando al suolo. Ben presto sarà chiaro che cadendo la sua testa si è infilzata ad una sottile barra di metallo che gli ha perforato il cranio, costringendolo all’immobilità, pena un’immediata morte.

Da lì in poi i media si tufferanno sulla notizia, la moglie ed i figli (uno dei quali irresistibilmente dark) accorreranno a trovarlo e lui, il povero Roberto, proverà da quella posizione a vendere a giornali e televisioni l’esclusiva di questo fattaccio, nella speranza di poter sistemare economicamente la propria famiglia un attimo prima di lasciare questo mondo. La chispa de la vida racconta proprio del cinico sistema mediato pronto a monetizzare ogni tragedia, della spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza, e del tentativo di resistere ad una valigetta carica di due milioni di euro in cambio della propria dignità.

Álex de la Iglesia torna nelle sale con un film a basso budget, soli tre milioni di euro, dopo gli eccessi produttivi e spettacolari del meraviglioso Balada triste de trompeta (che, pare, arriverà nelle sale italiane ad aprile 2012, dopo il suo passaggio a Venezia 2010), un film assai differente rispetto al precedente che si svolge (quasi) interamente all’interno di una situazione statica, in un unico set. Entrambi i film raccontano storie legate al circo, se in Balada triste si mettevano in scene le vicende di un circo composto da artisti e funamboli, in La chispa quel che troviamo al centro della narrazione è il circo mediatico, un mostro impersonale privo di umanità che conosce unicamente il linguaggio del denaro.

Sceneggiato da Randy Feldman (autore, fra gli altri, degli script di molto cinema commerciale con Van Damme e Stallone), ma adattato da Álex de la Iglesia (non accreditato), La chispa de la vida è un film che racconta di una condizione limite, uno stato esistenziale di immobilità forzata fra la vita e la morte, una pellicola che narra quel che siamo diventati, in quest’epoca di crisi, di fronte al denaro: individui senza futuro, che anelano unicamente ad una qualche forma di solidità economica da raggiungere anche a discapito della propria dignità. In vari momenti il regista sembra suggerirci una lettura cristologica della situazione, Roberto pare come crocifisso nella sua posizione impossibile, ed attorno a lui troviamo la pietà mariana della moglie e dei figli, ma soprattutto il cinismo di tutto il resto, flagellatori romani a cospetto del corpo del Signore, compiaciuti d’osservare una sofferenza lontana da sé, barbaramente pronti a fare a pezzi la bellezza dell’anfiteatro pur di farsi spazio per ottenere un’immagine esclusiva del supplizio in diretta.

Il film non funziona in tutta la sua durata, se nella prima parte tutto scivola ottimamente, nella seconda soprattutto la sceneggiatura segna il passo, avvitandosi su sé stessa incapace di trovate soluzioni particolarmente originali e giungendo ad un finale insolitamente modesto, visti i precedenti del regista spagnolo. Ma forse non ha molto senso dare conto di un film del genere in questi termini, perché pare evidente che de la Iglesia abbia voluto questa volta raccontarci un’operetta morale, tenuemente macabra pur se spesso comica, sull’essenza della dignità in quest’epoca buia per il nostro continente.

Alla Berlinale, come a Venezia 2010, i film di de la Iglesia scatenano in sala tifo da stadio. Il ritardo dell’arrivo di regista e cast al Friedrichstadt-Palast ha generato una buffa situazione, con tanto di ola e pesante contestazione teutonica. Salma Hayek, per la cronaca, sarà alta un metro e dieci.

Alessio Galbiati

 

 

La chispa de la vida (As Luck Would Have It)
Regia: Álex de la Iglesia
Sceneggiatura: Randy Feldman
Adattamento: Álex de la Iglesia
Fotografia: Kiko de la Rica
Montaggio: Pablo Blanco
Musiche: Joan Valent
Art Direction: José Luis Arrizabalaga, Biaffra
Trucco: Saray Rodríguez
Produttori: Andrés Vicente Gómez, Ximo Pérez
Coproduttori: Franck Ribière, Vérane Frédiani
Produttori esecutivi: Randy Feldman, Jenette Kahn, Géraldine Polveroni, Adam Richman
Interpreti: Jose Mota (Roberto), Salma Hayek (Luisa), Mercedes Blanca Portillo (Mercedes), Juan Luis Galiardo (Alcalde), Fernando Tejero (Johnny), Manuel Tallafe (Claudio), Antonio Garrido (Dr. Velasco), Alvarez Carolina Bang (Pilar), Lorenzo Eduardo Casanova (Lorenzo), Nerea Camacho (Bárbara), Joaquin Climent (Javier Gándara)
Produzione: Trivisión, S.L., Double Nickel Entertainment/New York
Distributore: Alta Films
Lingua: spagnolo
Paese: Spagna, Francia
Anno: 2011
Durata: 98′

 

 

 

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  • Silvia

    Sul sistema dell’informazione-spettacolo e sulla mancanza di scrupoli del circo televisivo de la Iglesia non dice nulla di nuovo. Però, rispetto ad altri film analoghi, qui vediamo come la perversità di tv e pubblicità trovino nuovi margini di manovra nell’attuale situazione di crisi economica e occupazionale e quindi nell’ambito di una società pronta a succhiare fino all’ultima goccia di sangue a chiunque cerchi un po’ di spazio per vivere degnamente. Questo modo eccessivo e parodico di ritrarre gli aspetti più assurdi del mondo del lavoro in crisi e del disagio economico e sociale che viviamo ricorda un po’ il Sam Raimi di Drag me to hell, horror assai poco sofisticato benché a suo modo originale (sicuramente più del film di de la Iglesia) su banche assetate di danaro, macelleria sociale, maledizioni e demoni maligni.