Le clan > Gaël Morel

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Annecy, Alta Savoia, estate: la vita di tre fratelli algerini di seconda generazione nei mesi successivi alla morte della madre. Marc fa uno sgarro ad alcuni spacciatori mettendosi nei guai, Christophe esce di galera con l’intenzione di non farvi più ritorno, Olivier, il minore, si innamora di Hicham, con cui pratica la capoeira.

A otto anni dal suo primo lungometraggio, il bellissimo “À toute vitesse” e a due dal secondo, “Les chemins de l’Oued”, Gaël Morel si rimette dietro la macchina da presa per una storia che si svolge sul medesimo terreno del primo film ma nel contempo se ne distacca per tema e svolgimento. Dal suo primo cortometraggio “La vie à rebours“ e dal primo lungo “À toute vitesse” riprende Stéphane Rideau (con cui aveva debuttato come attore nel 1993 nel film per la TV “Le chêne et le roseau”, parte della serie “Tous les garçons et les filles de leur âge…”, per poi ritrovarsi l’anno seguente entrambi interpreti in “Les roseaux sauvages” ein “Loin” del 2001 in “Loin”, tutti diretti da André Téchiné) e dal suo secondo (il citato “Les chemins de l’Oued”) Nicolas Cazalé; soprattutto, però, inizia qui una lunga collaborazione con Christophe Honoré, con cui le strade da qui torneranno a incrociarsi frequentemente grazie a scrittura o comparsate nei rispettivi film, che co-sceneggia il film.
E proprio da Honoré sembrerebbero arrivare i temi portanti del film, ricorrenti nel suo cinema: quelli della morte, dell’assenza che come un fantasma aleggia sui personaggi. Qui la palpabile assenza è incarnata da una madre che morendo ha lasciato tre figli e un marito incapace di stabilire un contatto con loro.
Nell’estate rovente di Annecy, il fratello maggiore Christophe è appena uscito di galera ed è ben intenzionato a non ritornarci, cerca quindi un lavoro onesto presso un prosciuttificio iniziando una carriera che lo porterà ad essere oggetto di pesanti invidie e gelosie ma anche a dover affrontare una serie di tentazioni per non tornare sui suoi passi. Marc, invece, vivacchia spacciando e spendendo le sue giornate per le strade di Annecy con il suo cane, con cui ha un rapporto simbiotico al punto di baciarlo e lavarlo nella vasca da bagno in cui lui stesso si trova. Il minore Olivier, cerca da par suo di imparare la Capoeira e ne contempo di scendere a patti con i primi sussulti della sua sessualità.
I tre fratelli, Algerini di seconda generazione, reagiscono all’assenza ognuno a suo modo: Christophe tentando di rimettere ordine nella sua vita, Marc nascondendo il dolore dietro a una rabbia che esploderà in una violenza che lo porterà alla deriva di sé, Olivier rinunciando al suo primo amore in nome della consapevolezza di un destino segnato e del sacrificio ai suoi fratelli di cui sembra diventare fulcro e non solo testimone.
Morel dedica a ognuno di loro un capitolo del film, lasciando intatte le interazioni, prendendo lo spazio e il tempo di addentrarsi nelle dinamiche dei personaggi e non lasciando mai che il rapporto tra loro scivoli in secondo piano.
Christophe sembra avere in testa un modello di vita regolare cui rifarsi, mentre Marc scambia la durezza per difesa dal dolore. Quando si mette nei guai con alcuni spacciatori, vive come un tradimento l’atteggiamento di Christophe che, invece di aiutarlo, decide di stare lontano dai guai, ed è persino capace di un gesto estremo per dimostrare a sé stesso di non provare quei sentimenti il cui rovescio della medaglia non è capace di sostenere. Olivier osserva, piange di nascosto l’assenza della madre e prega perché vegli su di loro. A modo suo appare come il più equilibrato ma anche il più rassegnato allo stato di cose che determina le loro vite.
Il film traccia un ritratto netto di un mondo maschile – totalmente assenti le donne – alle prese con le sue debolezze e con i suoi tentativi di riscatto. Quando i tre fratelli, di ritorno da una festa sul lago, si addormentano nudi stretti l’uno all’altro, si pensa più a tre cuccioli che si stringono per trovare calore, essenza della mascolinità spogliata di ogni sovrastruttura, piuttosto che a una scena omoerotica come molti invece hanno voluto vedere.

Maestro nella descrizione dell’ambiente in cui si muove e nell’offrire ritratti profondamente intensi, il regista conferma la sua capacità di sottigliezza nel raccontare i suoi personaggi, cui talvolta bastano pochi cenni per essere messi perfettamente a fuoco malgrado l’assenza di stereotipi che già si era evidenziata nelle sue prime prove.

Il film si avvale di tre interpreti straordinari: Stéphane Rideau, reduce dai set di Ozon (“Sitcom”) e Lifshitz (“Presque rien”), ha qui l’occasione, grazie a un ruolo che mantiene sottotono le caratteristiche mostrate nei precedenti film, di dimostrare le sue notevoli capacità. Tornerà a lavorare con Morel in tutti i suoi film successivi
Nicolas Cazalé, che al film di Morel giunge dopo una serie di esperienze in film per la televisione, non gli è da meno, riuscendo a imprimere al suo personaggio una rabbia che ha sempre un forte retrogusto di dolore e disperazione. Lo si rivedrà nel bellissimo “Le grand voyage” di Ismaël Ferroukhi e in “Le fils de l’épicier” di Eric Guirado. Thomas Dumerchez, qui al suo primo ruolo, si rivedrà sui set di Claire Denis (“White Material”) e in televisione. Con Morel avrà un ruolo nel televisivo “New Wave”.

Roberto Rippa

L’accoglienza

Il film ha sofferto di un’inspiegabile pessima accoglienza soprattutto negli Stati Uniti, dove è stato distribuito con il titolo “Three Dancing Slaves” (tre schiavi danzanti). Ai miei occhi, le critiche presenti in rete sembrano descrivere un altro film. Circolato nel circuito indipendente con l’etichetta di film a tematica gay (quando la tematica viene affrontata solo nella storia del fratello minore), viene definito come una Beefcake Reverie” da Dennis Lim su “The Village Voice”). Non si sottrae alla tentazione nemmeno Jean Lynch che nella sua recensione per “Close-Up Film”scrive di “piacere dello sguardo che sarebbe tutto del regista più che di chi guarda”.
Curioso che le critiche provenienti da oltreoceano siano concordi nel sottolineare la forte presenza di nudità dei protagonisti (in realtà non esistente, a meno che per nudità non si intendano i petti nudi di ragazzi che spendono le loro giornate per strada d’estate). A infastidire e confermare l’etichetta, sembrano essere essenzialmente due scene: quella in cui Marc si reca con alcuni amici presso una transessuale non operata (che si mostra in un nudo integrale) con lo scopo di avere rapporti con lei e quella già citata in cui i tre fratelli, di ritorno da una festa sul lago si addormentano nudi attaccati l’uno all’altro.
Più che strumentale a una strizzata d’occhio a uno specifico pubblico, la fisicità esibita dei personaggi pare utile soprattutto a mettere in evidenza un concetto esasperato di virilità, figlio dell’adesione dei personaggi a uno stereotipo, per nulla fuori luogo in un film aggressivamente maschile in cui ogni personaggio nasconde il proprio sentimento dietro a una scorza pronta a cedere in ogni momento.
Malgrado quanto letto diffusamente, continuo a non trovare nel film alcuna tentazione titillatoria. Mi viene al contrario il sospetto che il film non sia stato capito.

Le clan
(Francia, 2004)
Regia: Gaël Morel
Sceneggiatura: Christophe Honoré, Gaël Morel
Musiche: Camille Rocailleux
Fotografia: Jean-Max Bernard
Montaggio: Catherine Schwartz
Scenografia: Zé Branco
Interpreti principali: Nicolas Cazalé, Stéphane Rideau, Thomas Dumerchez, Salim Kechiouche, Bruno Lochet, Vincent Martinez, Jackie Berroyer, Aure Atika, Nicolas Paz, Mathias Olivier, Gary Mary, Geordie Piseri-Diaz
90′

DVD

Il film è disponibile in DVD presso Dolmen Home Video, che lo pubblica nella sua collana Queer.
Le Clan

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