Alexandre le bienheureux > Yves Robert

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Il ’68 per tutti, il lavoro per nessuno
Alexandre, un uomo felice (Alexandre le bienheureux)
regia di Yves Robert (Francia/1968)
recensione a cura di Leonardo Persia

Alexandre, un uomo felice, film sessantottesco e sessantottino (forse malgré lui) ignorato dai dizionari dei film che vanno per la maggiore, fu giudicato all’uscita (Tullio Kezich) «lieto e inoffensivo», oltre che caratterizzato da «qualunquistica superficialità». Vero che Yves Robert, il regista, non può essere considerato un sovversivo e all’epoca, sugli schermi transalpini, furoreggiavano ben altri postulati di senso. Nonostante ciò, la pellicola, popolare al 100%, di gusto francese provinciale, organizzata per piacere ai più e di più, professionale senza pecche, stile vagamente Tati, con attanti e funzioni da fiaba (animali aiutanti proppiani compresi), non fu disdegnata dai Cahiers, e rappresenta un esempio di come la contestazione si riverberasse (o concatenasse) anche su un prodotto per le masse. Oggi, presso il grande pubblico, che esige imbecillità da emulare e nella quale rispecchiarsi, non farebbe una lira. Nel ’68 ebbe successo. Creando forse qualche dubbio al cervello dello spettatore borghese e schiavo a cui il film era destinato. Alexandre… salvatore di uomini.

Interpretato da un Philippe Noiret riccioluto e carnale, l’eroe eponimo è un contadino-tipo (o operaio, o impiegato) tutto lavoro e famiglia. Tali istituzioni sono però un massacro. La moglie, persino sexy, esaurisce le sue funzioni nell’ordinare. Lavoro: in quantità industriali. E sesso (o affettività), giusto quel che basta. Di notte e al buio. Di modo che pubblico e privato, sociale e individuale, non siano opposizioni, risultino la stessa cosa. Dovere piuttosto che piacere. Quindi assistiamo a ciò che all’epoca era denominata comunicazione tra valori. Uso, scambio o desiderio. L’uno vale altro. Perché, avrebbe detto uno studente, ogni attività viene surcodificata dal capitale, tutto si annulla nella sua rete-trappola. Nessun desiderio è dato se non nell’ordine sociale; nessuna schiavitù o sfruttamento che non combacino, almeno apparentemente, con il piacere.

Anni fa, su una tv satellitare, un film porno (mi spiace non saperne il titolo), esemplificava alla perfezione (di nuovo malgré lui) il concetto. Un postino vessato dalla moglie (che chiede sesso di continuo, sin dal risveglio mattutino) è altresì brutalizzato dalla datrice di lavoro (che, ovvio, fa la stessa richiesta). La sua vita è un inferno. Vince finalmente una lotteria, abbandona quello che sembrava essergli destinato per sempre e… cosa fa? Fugge in vacanza perpetua (quindi non più vacanza), alla ricerca continua, stressante e da catena di montaggio, di quello che già sapete. Sesso. Il nostro Alexander non cade nella stessa trappola. Anzi, è sorprendente vedere come in un film commerciale, girato in un periodo in cui la rivendicazione sessuale (come oggi) era un diktat, il personaggio principale abbia la sfrontatezza di dire no alla donna, a un nuovo matrimonio che non è (almeno nel senso delineato da Stanley Cavell, a proposito della commedia hollywoodiana) un ri-matrimonio.

Dopo la morte, per incidente stradale, della consorte kapò più suoceri rimbambiti (ma non per questo non crudeli), il nostro eroe recupera le forze, dormendo e facendo nulla di nulla. Come un lavoratore che abbia intuito, più che letto, Paul Lafargue, il genero di Marx che osò attaccare (nel 1880!) il mito fondante e fondente della normalità borghese: il lavoro. E rinasce nel corpo e nell’intelligenza. Otium in greco è skholé, conoscenza, apprendimento. Alexandre impara a ri-naturalizzarsi. Tutto era cominciato con l’osservazione del creato: laghi, fiori, uccelli. Poi, arrivato un cane della discordia, lui s’era identificato, mettendogli un collare con il proprio nome. Liti con la moglie per portare l’animale a casa. Primo passo verso la ribellione. Il cane, simbolicamente, porta al di là, morte simbolica più che fisica. Nel film abbiamo entrambe. E il plot s’impenna con le droit à la paresse, l’elogio della pigrizia. La moglie era il vecchio, il cane il nuovo. Antenato mitico.

I vicini di villaggio, cioè la società, non possono che disapprovare e, pur dandogli del beato e cercando di imitarlo, fanno di tutto per riportare il protagonista al vivere da cristiano. Lavorare per essere o viceversa. Ri-diventare “una semplice appendice della macchina” (Marx). Tutti, tranne una donna. Anch’essa carina, con in più l’appeal della ribellione de-territorializzata (che all’epoca attizzava). Attrazione fatale, esaltata dalle (apparenti) affinità elettive. Approdo scontato all’altare ma… l’uomo dice no. Lei sta gradualmente conformandosi, voce postura e gestualità, alla prima moglie. Il lieto fine si esplica allora nella solitudine. Escluso il cane. Come canterà, amareggiato, un decennio dopo, Rino Gaetano. E mostrerà, ancora più in là, negli anni ’90, il geniale Antonio Rezza de Il vecchio dentro (1992). Con l’identificazione in nero uomo/cane di Fernando Vallejo de La vergine dei sicari (2000) di Barbet Schroeder saremo alla frutta e al nuovo millennio. Ma nel film di Robert siamo ancora all’alba del sogno. Io e il cane. Io/cane. Alexandre… uomo Félix (Guattari). Difatti leggere quello che lo psicanalista e filosofo francese scrive (all’unisono con Gilles Deleuze) nel capitolo Divenir-intenso, divenir-animale, divenir-impercettibile nella formidabile architettura sovversiva di Mille piani (1980).

«La storia naturale può pensare solo in termini di rapporti, tra A e B, non in termini di produzione, da A a X. Ma è a livello di questi rapporti che accade qualcosa di molto importante». Non è un caso che il capitolo si apra citando un film, Willard e i topi (1972), dove il protagonista divenuto topo (nell’anima) si lascia “coniugalizzare, ri-edipizzare” da una ragazza che ‘assomiglia’ molto a un topo, ma per l’appunto gli assomiglia soltanto”. Ci sarà quindi una catastrofe. And there will be blood, come in tutte le narrazioni contemporanee. In Alexandre l’esatto contrario.

Sempre a proposito di Félix Guattari, il film sa frazionare il suo racconto attraverso i quattro tipi di lavoro delineati dal maître à penser. Il lavoro del desiderio, del corpo. Il lavoro capitalistico che determina produzione, scambio e alienazione delle merci risemantizzando i valori d’uso. Nella prima parte del film, entrambi i tipi di attività si intersecano, come abbiamo visto, in un unico sistema repressivo in cui sono implicati anche l’approvazione sociale, il rispetto degli altri basato sull’acquisizione di tali (dis)valori. Entriamo allora nel campo, il terzo, dell’anti-produzione che “non per questo non è un lavoro”. Bisogna produrre consenso, ordine, normalità.

Il lavoro cosiddetto di normalizzazione spetta al coro (persino banda) del paese. Si coalizzano matematicamente (e musicalmente) per riacquistare alle proprie file la pecorella smarrita. Il senso dello humour di Yves Robert però non esita a scompaginare quest’ordine, con defezioni, tentennamenti e balordaggini assortite. L’entrata in scena dei bambini, benissimo diretti, fa riafforare il touch bebé de La guerra dei bottoni (1961) e di Pierino la peste (1963), i suoi più noti successi in Francia e fuori di Francia. Dove si spiegava a chiunque, con gentilezza, cosa fossero pacifismo e anarchia.

Come un bambino schizo, Alexandre lavora soltanto sul versante dei valori d’uso. Quarto modello di lavoro, che potrebbe anche combaciare con il primo. Sogno, desiderio. Coltivo patate per mangiarle, mi immergo nel mio essere per essere. L’infelicità vive soltanto fuori dallo schermo. Nella vita degli spettatori. Nel nostro maledetto presente.

Leonardo Persia

 



Alexandre, un uomo felice (Alexandre le bienheureux)

Regia, sceneggiatura: Yves Robert
Sceneggiatura: Yves Robert
Fotografia: René Mathelin
Montaggio: Andrée Werlin
Musiche: Vladimir Cosma
Suono: Guy Rophé
Scenografie: André Labussière, Pierre Tyberghein
Trucco: Pierre Berroyer
Acconciature: Irène Servet
Produttore: Danièle Delorme
Produttore esecutivo: Yves Robert
Interpreti: Philippe Noiret, Françoise Brion, Marlène Jobert, Paul Le Person, Tsilla Chelton, Léonce Corne, Pierre Richard, Jean Saudray, Marcel Bernier, Bernard Charlan, Madeleine Damien, Pierre Maguelon, François Vibert, Marie Marc, Pierre Barnley,
Casa di produzione: Les Films de la Colombe
Paese: Francia
Anno: 1968
Durata: 100′
 

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