Nony Geffen [intervista]

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IL DENARO ATTIENE ALLA LOGICA, IL FARE FILM NO
Intervista a Nony Geffen regista di Not in Tel Aviv

a cura di Roberto Rippa
da Rapporto Confidenziale 36

 

Roberto Rippa: Ho letto una tua breve biografia – credo sia opera tua – in cui è riportato che saresti cresciuto in un villaggio senza televisione via cavo e senza connessione internet.

Nony Geffen: È così.

RR: E come hai potuto soddisfare la tua passione per il cinema in quelle condizioni?

NG: La passione per il cinema è iniziata quando ero un poco più vecchio, intorno ai 18-20 anni. Prima di allora avevo visto gli imprescindibili: da Batman a Antonioni. È stato dopo che ho visto un mucchio di film.

RR: E sei diventato attore.

NG: Sì, dapprima in alcuni film diretti da studenti e quindi alla televisione israeliana. Poi, un anno fa, ho recitato in un lungometraggio intitolato It’s Never Too Late (diretto da Ido Fluk e premiato quest’anno al Festival international de films de Fribourg; NdR.).

RR: Questo è il tuo lungometraggio d’esordio come regista e ne sei anche protagonista. È stato difficile lavorarci in entrambi i ruoli? Soprattutto, è stato difficile dirigere te stesso?

NG: No, quella parte è stata facile, so come dirigere me stesso (ride). Avessi pensato che fosse difficile, forse avrei fatto diversamente. Ma si tratta di un personaggio particolare, sarebbe stato difficile spiegare a un altro attore questo personaggio folle e tutto ciò che accade nel film.

RR: Era già tutto chiaro nella sceneggiatura quando l’hai scritta? Oppure hai lasciato spazio all’improvvisazione?

NG: Sì, molto!

RR: Anche per i due ruoli femminili?

NG: Sì, certo. C’è una parte di improvvisazione nella scena della partita di basket. Non ricordo tutte le scene in cui abbiamo improvvisato ma ce n’è. E il montaggio è stato difficile.

RR: Quanto è durata la lavorazione?

NG: Dodici giorni.

RR: Velocissima!

NG: Sì, non avevamo soldi per girare di più.

RR: Quindi, non potendo girare a lungo, il montaggio non potrà essere stato troppo complicato.

NG: A dire il vero, ho sostituito il mio montatore dopo tre mesi e questo ha comportato un ritardo. Il primo era bravo ma non aveva capito lo spirito del film. C’è voluto del tempo prima di trovarne un altro. Ho lavorato con Tal Hayek, che è molto nota in Israele, ed è straordinaria.

RR: Essendo questo un film dalla storia molto personale, come hai lavorato con Romi Aboulafia e Yaara Pelzig, le due attrici principali?

NG: Ho lavorato molto con loro prima di iniziare a girare. Non abbiamo fatto molte prove ma ho discusso a lungo su come avrei voluto che interpretassero i loro ruoli. Abbiamo provato le scene più complesse tre o quattro mesi prima di iniziare a girare. Poi ho lavorato con il mio direttore della fotografia: abbiamo scritto ogni scena, abbiamo immaginato tutto ciò che volevamo ottenere. Così, quando abbiamo iniziato a girare, non c’è stato più nulla da discutere, tutti sapevano cosa dovevano fare. Ovviamente hanno posto domande ma tutto era già chiaro e stabilito. Sul set ero – non dovrei dirlo essendo ebreo – un po’ nazi. Tutto doveva procedere rapidamente.

RR: In effetti, in una lavorazione dalla durata di dodici giorni, non c’è tempo da perdere.

NG: Esattamente! Non sono certo di essere stato una persona carina durante la lavorazione, ero troppo preso da ciò che dovevo fare.

RR: Anche perché è un film molto complesso: ci sono molte scene, molti ambienti, molta azione…

NG:…e molte comparse in alcune scene.

RR: Tutto appare intenso e complicato.

NG: Sì, lo era. Però potevo controllare tutte le scene al monitor dopo averle girate. Questo mi ha permesso di dare qualche suggerimento.

RR: Come hai lavorato con Ziv Bergovich, il tuo direttore della fotografia: hai ascoltato le sue proposte o sapevi già cosa avresti voluto?

NG: È un incredibile direttore della fotografia. Dovevamo tenere conto del nostro budget, non avremmo potuto girare una scena da un elicottero, per fare un esempio. Eravamo consapevoli dei mezzi a nostra disposizione e cosa avremmo potuto farci. Questo ci ha concesso una notevole libertà mentale, eravamo liberi di fare qualsiasi cosa. La scena girata dal cielo verso l’automobile – te la ricordi? – è stata realizzata legando il direttore della fotografia tra le due automobili!

RR: Non facile, anzi, pericoloso. Però pare anche divertente.

NG: Sì, è stata una lavorazione divertente. La cosa migliore della mia vita. Lo rifarei domani stesso.

RR: Quanto a lungo hai pensato a questo film, e quando hai iniziato a scriverlo?

NG: Ho iniziato due anni fa e abbiamo iniziato a girare cinque o sei mesi dopo.

RR: Davvero veloce, soprattutto per un lungometraggio d’esordio!

NG: Sì, ero come un treno. Non vedevo altro. Avevo bisogno di farlo, veniva dal mio cuore. Ho trovato il direttore della fotografia e abbiamo sottoposto a provino ottanta attrici e, alla fine, ho trovato le migliori che potessi avere. È stato pazzesco. Le amo.

RR: Stavo leggendo alcune recensioni…

NG: Davvero? Non sono riuscito a trovare nulla!

RR: Ne ho trovate tre. Una dice che il film è pieno di trovate comprensibili solo a coloro che conoscono Israele. Può essere, ma trovo che ci sia molto di più. Il film è in effetti anche molto divertente. Attraverso questa recensione, però, ho scoperto che uno dei personaggi del film porta il nome di un famoso attore e personaggio televisivo israeliano. In pratica, hai scelto un comico popolare, per interpretare un personaggio che porta il nome di un vero attore famoso israeliano.

NG: È vero. È divertente perché Ofer Shechter è un sex symbol trentenne famoso in Israele. Gli ho dato la sceneggiatura – lo conosco avendo lavorato in televisione e nel cinema – e mi ha risposto: «Non so, non vorrei che la gente pensasse che sono davvero così…». Così gli ho detto di non preoccuparsi, ma ho mantenuto il suo vero nome per il personaggio e ho chiamato il comico israeliano più famoso per interpretare il personaggio. Però lui ha cinquant’anni, ha la pancetta e gli occhi strani, e recitava come per dire: «Hey, sono Ofer “fucking” Shechter!». In Israele fa molto ridere.

RR: Come ha reagito il vero Ofer Shechter?

NG: Gli è piaciuto molto, è una persona “cool”.

RR: Tu non hai studiato cinema.

NG: No.

RR: Come hai potuto iniziare con un film così complesso?

NG: Ho lavorato come line producer, location manager, in un sacco di compiti diversi su vari set. Ho anche scritto dialoghi per le soap opera. Quando mi trovavo sui set, cercavo sempre di capire tutto ciò che accadeva, ponevo domande a tutti. Credo di avere fatto impazzire tutti ma è stato così che ho iniziato a capire tutto ciò che serviva per fare un film.

RR: Ti ho posto questa domanda perché il tuo non sembra il film di un regista esordiente. Come dicevo prima, è un film molto complesso ed è difficile pensare che si tratti di un debutto.

NG: Beh, credo di avere tirato scemi molti tra i più celebri registi israeliani ponendo loro una marea di domande: «Perché fai questo? Perché metti la camera lì? Perché le luci sono piazzate così?». Addirittura ponevo domande anche sul trucco! Negli ultimi dieci anni ho voluto capire tutto. Non ho mai avuto i soldi per frequentare una scuola di cinema e così ho imparato lavorando.

RR: Vedendo il film verrebbe da dire che la mancanza di studio ti abbia giovato.

NG: Penso di sì… non so. (ride)

RR: Parliamo di un argomento triste: i soldi. È stato difficile trovare i finanziamenti necessari a girare il film?

NG: Una volta terminata la sceneggiatura l’ho data al mio produttore, a cui è piaciuta. Quindi l’abbiamo sottoposta all’Israelian Film Fund e loro l’hanno odiata. Mi hanno convocato perché li incontrassi e mi hanno spiegato lungamente quanto la detestassero.

RR: Ti hanno convocato solo per questo?

NG: Sì, solo per questo. L’hanno odiata profondamente.

RR: Perché?

NG: Perché mi hanno chiesto: «Perché il personaggio uccide sua madre? E perché dopo averlo fatto va a mangiare una pizza?». L’hanno odiata in ogni sua parte. Io mi sono messo a ridere e ho detto: «È così!». Questo è piaciuto e così mi hanno dato 25’000 dollari e quindi, in seguito, altri 25’000 per la post produzione.

RR: È tutto ciò che hai ottenuto per il film?

NG: Sì.

RR: Decisamente non è granché!

NG: Non dirmelo…

RR: Ora che l’hai portato a termine, è più la soddisfazione per averlo girato con mezzi così scarsi o la frustrazione per ciò che avrebbe potuto essere potendo disporre di mezzi maggiori?

NG: No, è stato il modo migliore per girare il mio primo film. Se non sei un regista con esperienza, è anche meglio. Avessi avuto più soldi, sarei stato più nervoso. Mi avrebbe preoccupato anche la soddisfazione del pubblico. La testa mi sarebbe esplosa. Quando lavori con un budget così piccolo, sei libero. Il denaro attiene alla logica, il fare film no.

RR: Una tra le tante cose che ho profondamente apprezzato è che hai ripreso i luoghi rendendoli anonimi. Hai scelto alcune inquadrature della città – penso alla pizzeria, l’appartamento, l’esterno delle case – ma la città non c’è mai davvero.

NG: Già: Not in Tel Aviv. Avrebbe potuto essere Not in Milano. Quella di non mostrare la città è stata una scelta precisa.

RR: Funziona a meraviglia! Hai scelto Yaara Pelzig – vista in Hashoter (Policeman) di Nadav Lapid – per uno dei due ruoli principali femminili. È un’attrice famosa…

NG: È un’attrice stupenda.

RR: Lo sono entrambe.

NG: Sì, lo sono entrambe. Lei ha il ruolo di una studentessa quindi, prima di scegliere lei, cercavo un’attrice che sembrasse più giovane. Però lei era stata talmente brava nel corso dei provini che mi sono detto: «Va bene, può sembrare una studentessa sui vent’anni». Avevo paura che potesse apparire un poco più vecchia ma era ottima nel ruolo. E stata sorprendente: si è sottoposta a tre o quattro provini – non ricordo con esattezza – ed è stata molto brava.

RR: In verità siete tutti bravissimi. In effetti ho apprezzato ogni interpretazione: innanzitutto la tua, poi quella della madre, il gruppo di femministe, che è molto divertente. Parlando di questo, tu mescoli molto i generi. Il tuo film è infine una commedia nera. Mescoli dramma, perché c’è molto di drammatico nel film, e ironia…

NG: Sì, la madre…

RR: …si, ma non solo. Il tuo personaggio è disperato, infelice, insegue la ragazza che ama, non ricambiato, sin dall’adolescenza, ma tutto risulta infine molto divertente.

NG: Lui non ha lavoro, non ha soldi ed è fastidioso, ma il quadro nella sua interezza deve essere divertente. Questo è ciò che ho provato a fare perché, se guardi solo lui, allora potrebbe sfuggirti qualcosa, ma se guardi l’intero quadro allora è divertente perché lui non ha idea di cosa fare. Sembra un ritardato mentale.

RR: In effetti la scena in cui appare per la prima volta la pistola è esilarante.

NG: Sì, perché è una persona buona. Per esempio, non combina nulla a livello sessuale con le ragazze.

RR: Sì, appare rispettoso ma non sa dove andare e cosa fare. E le due ragazze sanno sempre tutto meglio di lui.

NG: Sì, sono ragazze fantastiche!

RR: Una delle recensioni che ho letto cita Buffalo ’66 di Vincent Gallo e Pierrot le fou di Godard. Io il paragone con il film di Vincent Gallo non lo vedo proprio…

NG: Sai, per la storia del rapimento. Non ci ho pensato mentre lo scrivevo ma dopo, quando alcune persone hanno visto la copia lavoro, qualcuno lo ha citato. Però quando scrivevo la sceneggiatura ho visto tutto Godard. Nella mia testa, il mio film ricorda più A band apart.

RR: Volevo dirtelo: se occorresse menzionare un riferimento, allora sarebbe A band a part.

NG: Vero, ma quando mi chiedono del rapimento rispondo: «Sì, c’è un po’ di Buffalo ’66». Ma solo per il rapimento.

RR: Parliamo della musica nel film: hai utilizzato musiche di Uzi Ramirez. La musica era importante sin dalla stesura della sceneggiatura?

NG: Oh sì!

RR: Quindi ci pensavi già in quella fase.

NG: Sì! Conoscevo la musica di Uzi Ramirez già da prima e sapevo che avrei voluto Americana nel mio film. Sai, voce e chitarra, quelle atmosfere blues. Sapevo che sarebbero state perfette per lo spirito del film. Credo di amare più la musica che il cinema ma non so suonare nulla e nemmeno so cantare. Così faccio film e ci inserisco la musica.

RR: Hanno scritto del tuo film in Israele?

NG: Prima di venire a Locarno, il film era ad un festival in Israele e ha vinto un premio (al Cinema South Festival di Sderot; NdR.). Subito dopo, siamo partiti per venire qui. Ora, dopo la presentazione a Locarno, l’Israelian Film Fund ama il film (ride). È come se lo avessero sempre saputo. (ride ancora)

RR: Quindi questo dovrebbe rendere più semplice trovare i finanziamenti per il prossimo film.

NG: Lo spero. L’ho già scritto. Voglio che Not in Tel Aviv esca nei cinema israeliani, ma sarei pronto a girare il nuovo film domani stesso. Ho già la sceneggiatura, che si compone di 127 pagine.

RR: Sarà differente nel tono?

NG: Sì, contiene elementi surreali ma credo sia più drammatico, anche se non mancano elementi divertenti. È un poco più serio. Con Not in Tel Aviv avevo voglia di prendere tutto a calci. Alla prima, qui a Locarno, ho mostrato il sedere. È stato divertente, ho visto le foto proprio oggi! (ride)
Ma voglio fare cose diverse, non voglio fare film che si somiglino.

RR: La nuova sceneggiatura l’hai scritta prima di girare Not in Tel Aviv?

NG: Tre mesi prima.

RR: Sei uno scrittore veloce? Intendo, una volta che hai un’idea ti è facile trasferirla su carta?

NG: Sì, cinque giorni circa. Ma mi ci sono voluti due anni per capire cosa avrei voluto dire.

RR: Per Not in Tel Aviv hai scritto diverse stesure della sceneggiatura prima di girare?

NG: No, mai. Non credo in questo.

RR: Hai paura che la storia possa perdere qualcosa nelle riscritture?

NG: Sì. Però qualcosa ho riscritto. Per esempio, il padre di un personaggio femminile – il proprietario della pizzeria – non c’era nella prima stesura. L’ho aggiunto perché ho pensato che fosse utile per fare comprendere meglio al pubblico il personaggio di sua figlia. Infatti, lei appare come una persona sveglia ma nel contempo lavora nella pizzeria con suo padre.

RR: In effetti il personaggio del padre appare utile nel dare profondità al personaggio di lei.

NG: Sì, il suo è un piccolo personaggio ma aiuta a fare capire le scelte di lei.

RR: Cosa accade in Israele quando nelle sale esce un film israeliano? La gente va a vederlo o segue solo le produzioni hollywoodiane come quasi ovunque?

NG: A dire il vero, Una separazione di Asghar Farhadi è un grande successo in Israele. Ma pochi vanno a vedere un film israeliano perché pensano a priori che sia brutto. Però penso che ci siano pochi film come il mio in Israele. La maggior parte di loro è triste, parla di politici, problemi interni del Paese, religione e gay. Tutti temi trattati in modo pesante. Quando i registi ricevono sceneggiature, anche quelle più brillanti, le trasformano in materia pesante. Ma Israele è un po’ così, è pesante. Ecco perché ho voluto fare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse liberare le menti attraverso una storia che parla di persone che fanno cose stupide, che vogliono innamorarsi ed essere amate.

RR: Tornando alle cose essenziali della vita…

NG: Sì, non si può parlare solo di guerra e religione.

RR: Specialmente in un luogo costantemente in guerra.

NG: È un grosso problema e volevo mostrare un Israele differente. Magari lo odieranno.
Ah, il finale avrebbe dovuto essere diverso nelle mie intenzioni iniziali. Lo abbiamo girato ma poi non lo abbiamo montato. Il film si chiude una scena prima (racconta il finale originale).

RR: Preferisco quello che hai scelto.

NG: (ride) Anch’io!

 

Locarno, 9 Agosto 2012

 

 

 

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