Il meglio del 2012 – Fabio Scacchioli

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«Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto»
– Oscar Wilde –

 

Anche quest’anno vogliamo giocare con i film e con il calendario.
Abbiamo chiesto a amici e collaboratori, professionisti del settore e cinefili, un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, durante l’anno solare 2012.
Concluderemo a gennaio inoltrato, stilando una classifica del meglio del meglio e un elenco delle segnalazioni… come fatto lo scorso anno.

 

 

Fabio Scacchioli

Filmmaker

Menk
Titolo italiano: Noi
di Artavazd Pelechian
(Armenia sovietica/1969)

Vedere immagini che non esistono: è questa la strabiliante magia che Pelechian regala agli occhi di chi si avvicina alle sue opere. Trasfigurare la realtà e l’immagine della realtà, oltrepassare la soglia della percezione raziocinante per cogliere il mistero della condizione umana. Senza parole. Solo immagini e suoni che sconfinano l’uno nel territorio dell’altro in un gioco di eterna, reciproca ridefinizione. I corpi, i volti, le folle, le strade, le montagne, gli animali, la natura, tutto diviene puro movimento molecolare, vibrazione ondulatoria: ed ecco che possiamo osservare l’indicibile, e arrivare a pensare cinematograficamente.

Mesto na Zemle
Titolo italiano: Un posto sulla terra
di Artur Aristakisjan
(Russia/2001)

Un film verista sull’utopia e il disincanto. Il regista moldavo ha vissuto per 5 anni in una sorta di comune moscovita, condividendo miseria, felicità, disperazione con gli ultimi del mondo, i fantasmi, gli invisibili, gli inguardabili, capaci di amore ultraterreno e crudeltà animalesca, alla ricerca straziante, vana, necessaria, di un posto sulla terra. Cinema, vita e pensiero filosofico si fondono e si scontrano per dar vita a un’opera d’arte di lacerante nuda intensità.

Gebo et l’ombre
Titolo internazionale: Gebo and the Shadow
di Manoel de Oliveira
(Portogallo-Francia/2012)

L’assenza come condizione dell’esistere; l’immagine come ciò che non si rivela se non come illusione, svista, congettura; l’attesa come traccia sulla polvere, piega nella memoria; luce, buio e poche inquadrature fisse per dare forma a un’allucinazione, per tentare ancora una volta di scrivere il tempo, dalla lontananza di oltre un secolo passato in bilico tra questo e altri mondi vissuti, ricordati o (solo?) sognati. La voce come tutto quel che rimane. L’ombra: il cinema.

Cesare deve morire
di Paolo e Vittorio Taviani
(Italia/2012)

Realtà e rappresentazione, vita e teatro, documentario e fiction, bianco e nero e colore. Nella distanza tra gli opposti che si annulla e si confonde, ancora esistono film che trasudano sangue, sofferenza, libertà. «Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione», ecco il grido di chi è per sempre liberato/condannato alla vita e alla morte. Cinema non consolatorio, a tratti spietato, il dono di due grandi vecchi al cui cospetto impallidiscono le celebrate fatiche delle giovani, rammollite promesse dell’italica cinematografia contemporanea.

   

Holy Motors
di Leos Carax
(Francia-Germania/2012)

La metamorfosi necessaria, il divenire incessante, il mutare e il trasmutare in forme inedite e antiche al tempo stesso, in sospensione tra classicismo e sperimentazione, perso nella ricerca senza fine di raccontare una storia senza storia, di ri-scoprire l’umanità delle macchine a dispetto della disumana meccanica dei sentimenti. L’identità del soggetto non esiste, probabilmente non è mai esistita. Il miglior film di Carax.

 

 

Dei titoli selezionati da Fabio Scacchioli tra il meglio del 2012, su RC puoi trovare:
"Mesto na Zemle" di Artur Aristakisjan – recensione a cura di Samuele Lanzarotti
"Gebo et l’ombre" di Manoel de Oliveira – recensione a cura di Leonardo Persia
"Holy Motors" di Leos Carax – recensione di Michele Salvezza (in Rapporto Confidenziale 37)

 

 

cover image: Menk di Artavazd Pelechian

 

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