Il meglio del 2012 – Gaetano la Rosa

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«Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto»
– Oscar Wilde –

 

Anche quest’anno vogliamo giocare con i film e con il calendario.
Abbiamo chiesto a amici e collaboratori, professionisti del settore e cinefili, un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, durante l’anno solare 2012.
Concluderemo a gennaio inoltrato, stilando una classifica del meglio del meglio e un elenco delle segnalazioni… come fatto lo scorso anno.

 

 

Gaetano la Rosa

Copywriter

Vremena goda
Titolo internazionale: The Seasons / Seasons of the Year
di Artavazd Pelesjan
(URSS/1975)

Seasons of the Year è un’opera che spinge il genere documentario verso la realizzazione di una sorta di punto limite, una sovrumana forma di rappresentazione. Il suo sguardo è lo sguardo di un Dio che vede e partecipa di ciò che l’uomo fa. Dei sentimenti, del dolore e delle gioie che prova. Insomma, un Dio come non l’abbiamo mai conosciuto. Un Dio che è un popolo. Un popolo che è l’umanità.
Quando Godfrey Reggio scoprì l’esistenza di Artavazd Pelechian volle conoscerlo e lo portò con sé a NYC, dove gli organizzarono rapidamente una personale al MOMA, prima di lasciarlo andare per la sua strada (senza mai produrgli nulla!), Godfrey davanti all’opera di Artavazd ha dovuto provare la sensazione di uno che vede davanti a sé il maestro indiscusso della ricerca della quale si credeva il detentore.

The Company You Keep
Titolo italiano: La regola del silenzio
di Robert Redford
(USA/2012)

«You don’t need a weatherman to know which way the wind blows»
– Bob Dylan , Subterranean Homesick Blues

Una storia minore, quella di un un gruppo scissionista nell’area della contestazione alla Guerra del Vietnam – l’unico però ad aver preso la decisione di passare alle maniere forti contro Nixon e la sua politica. La storia della Weather Underground Organization (WUO), il cui slogan era “Bringing The War Home”, diventa un cannocchiale puntato sul passato di una generazione di rivoluzionari ormai anziana e dimenticata, è riportata alla ribalta, e all’attenzione del FBI, dopo la dissociazione di una sua componente (Susan Sarandon) in clandestinità dal giorno in cui un poliziotto morì durante una rapina. Questa storia di militanza politica estrema, i cui protagonisti vivono da quarant’anni o in carcere o sotto false identità molto ben celate e protette da una rete che non si è mai del tutto dissolta, e che ha continuato ad operare politicamente e socialmente in vari ambiti, viene catturata dagli occhi di un brillante e rampante giovane reporter di provincia che via via diventa il raccordo principale tra gli ex-terroristi e l’opinione pubblica, e si va rendendo conto di non conoscere tutti gli elementi storici/generazionali che avevano portato quei giovani a una scelta disperata ma ostinata nelle sue motivazioni di giustizia e di lotta al capitale guerrafondaio, come mai prima.
Redford è l’uomo in fuga, che scappa alle maglie del FBI perché vuole dimostrare la sua innocenza nell’omicidio che gli viene attribuito. Per farlo deve riuscire a incontrare la compagna di quei tempi, la donna che aveva amato per convincerla a costituirsi. Grande misura, ritmo, intensità, un grande tema e un cast convincente, per un film toccante in ogni suo elemento.

Mesto na Zemle
Titolo italiano: Un posto sulla terra
di Artur Aristakisjan
(Russia/2001)

Tra Ordet e Teorema, Aristakisjan sceglie la strada di una specie di Cristo che si manifesta inaspettatamente sulla terra, quindi all’inferno. Un film che ci costringe continuamente a girare lo sguardo dall’altra parte. A sfuggire lo schermo. Un’umanità disperata, vessata dalla polizia e da una povertà assoluta e morbosa nella sua promiscuità e che tuttavia ha trovato il suo fallimentare messiah. L’uomo che francescanamente organizza un rituale di autocastrazione per liberarsi dal desiderio verso le donne e per non ferire la comunità femminile scegliendone una tra quelle che lo venerano insieme agli altri come il centro spirituale e morale della comunità. Girato a Mosca negli anni ’80 in una sorta di comunità hippie/punk, area di resistenza al regime a noi ignota.

Code Blue
di Urszula Antoniak
(Danimarca-Paesi Bassi/2011)

Spietata e rigorosa come una cineasta coreana, la polacca Urszula Antoniak costruisce su pochi, rarefatti elementi, estremamente inquietanti, l’universo sentimentale morale ed erotico di un’infermiera dedicata ai casi terminali. Una donna abituata a comunicare pochissimo o moltissimo con poco, a secondo da dove si guarda la relazione a tratti feticistica che intercorre tra lei e uomini nei loro ultimi istanti di vita, che lei aiuta caritatevolmente a decedere, spesso loro inconsapevoli. La scelta di aprirsi al mondo esterno, un solo sguardo dalla finestra a una scena di stupro che la turberà profondamente, la condurrà alla distruzione totale di qualsiasi speranza per se stessa e per la sua stessa vita.

   

Silent Souls
di Aleksei Fedorchenko
(Russia/2010)

Un uomo viaggia insieme a un amico di famiglia con in macchina il corpo della moglie morta. Vanno a celebrare insieme il rituale funerario dei Merja, un’antica etnia ugro-finnica di una remota regione del centro-ovest della Russia. Una cremazione en plein air sul bordo di un lago a loro caro. Un gesto di rispetto verso la donna, di elaborazione del lutto e di identità di una minoranza etnica massacrata e quasi estinta da Stalin. Ma è la vita degli uomini tutti che passa attraverso questo viaggio, la storia di una popolazione dalle abitudini spontaneamente comunitarie e insieme il bilancio della vita di due uomini della stessa età. In viaggio con loro, ad accudire la densità poetica della storia narrata, un uccellino in gabbia, uno zigulo, l’ovsjankj del titolo originale chissà perché come spesso accade in Italia trasformato in un anglofono Silent Souls.

 

 

menzione speciale
Las Mariposas de Sadourní
di Dario Nardi
(Argentina-UK-Italia/2012)

Scritto e diretto dall’argentino Dario Nardi e realizzato in un lungo arco di tempo Las Mariposas di Sadournì è un’opera prima di fulminante grazia e bellezza. Un noir che spinge all’estremo l’omaggio al cinema muto e ai capolavori del passato, con una continua, stupefacente dimostrazione di qualità visive, narrative e poetiche. Gli attori sono avvolti nell’aura di una mitopoiesi al bromuro d’argento, interpreti fatali di una storia estremamente dolorosa e a tratti grottesca. Dopo i Festival di Dubai e di Palm Spring (George Clooney founder), Las Mariposas di Sadournì sarà presentato in aprile al festival del cinema di Bari.

 

menzione speciale
Arirang
di Kim Ki-duk
(Corea del Sud/2011)

“Questo mondo scellerato
Amore mio indifferente
Il tuo affetto è rimasto qui
Ma tu te ne vai
Non posso fare a meno di piangere
Arirang Arirang Araryo
Sulle colline Arirang
mandami per favore.”

Kim Ki-duk realizza il sogno di fare di se stesso la propria opera. Un sogno cupo e malato come la canzone del luogo da lui interpretata mestamente, Arirang.
Conducendo una vita in cui la maggior parte del tempo viene impiegato nell’espletare le funzioni primarie per via delle condizioni estreme e le difficoltà ambientali. Mangiare, cucinare, defecare, dormire in una tenda piazzata nel salone di una casa a stento riscaldata da una stufa, in una regione freddissima. Oggetti e mobili autocostruiti. Anche una caffettiera espresso, che sembra il pezzo di un motore a scoppio.
Dopo aver girato quindici film in tredici anni, Kim Ki-duk è sparito improvvisamente dalla scena. Sul set dell’ultimo film, l’attrice principale ha rischiato di morire. Il suo assistente in tanti film, uno a cui aveva anche scritto la sceneggiatura per il suo primo film, l’abbandona improvvisamente inseguendo le sirene del cinema commerciale USA. Il successo, il suo proprio successo visto come da dentro una tomba, la sua.
Questa, la confessione.
L’io sdoppiato, anche letteralmente – o cinematograficamente, se preferite – interpretato in carne e ossa da se stesso nella parte di un fantasmatico amico in visita, come in una sorta di automedicazione psichica, a mettere in evidenza tutte le sue debolezze e la sua profonda e radicata depressione, curata nell’alcool e nell’auto-esilio in uno dei luoghi più impervi e inospitali della Corea del Sud.
L’impatto visivo e la potenza della materia trattata aiutano così Kim Ki-duk a inabissarsi in una trance shamanica attraverso la quale si mostra a noi. Intimamente.
Un key frame, da Primavera, estate, autunno, inverno e primavera ancora, s’investe d’allegoria: la scena in cui è il monaco buddista che trascina una grossa pietra verso la vetta di una montagna su cui pregherà.
Anche lì, attore del suo film, Kim Ki-duk.

 

 

 

Dei titoli selezionati da Gaetano la Rosa tra il meglio del 2012, su RC puoi trovare:
"Mesto na Zemle" di Artur Aristakisjan – recensione a cura di Samuele Lanzarotti

 

 

cover image: Vremena goda di Artavazd Pelesjan

 

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