Hawaii > Marco Berger

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C’è una situazione costante nei film di Marco Berger, qui al suo terzo lungometraggio: la costruzione di un sentimento che si manifesta e costruisce nel tempo, spesso in solitudine, per poi svelarsi e consolidarsi dopo avere attraversato le difficoltà del caso. Accadeva nel suo primo lungometraggio Plan B, in cui un gioco manipolatorio finiva con il mettere a nudo i sentimenti di uno dei due personaggi principali per il suo antagonista, accadeva nel più cupo Ausente, in cui un adolescente invadeva con crudele determinazione la vita del suo istruttore di nuoto per un sentimento mal indirizzato senza preoccuparsi delle conseguenze dei suoi atti.

 

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In Hawaii, assistiamo alla difficoltosa nascita di un sentimento tra Martín e Eugenio.
Il primo fa ritorno nel villaggio dove è cresciuto con i nonni prima di trasferirsi in Uruguay. Non è un ritorno felice (i nonni non ci sono più, i genitori non ci sono mai stati), sembra essere piuttosto il disperato tentativo di incrociare sguardi familiari da parte di una persona che ha perso casa nel senso più ampio del termine. Giunto al villaggio, si sposta di abitazione in abitazione offrendosi di svolgere lavoretti in cambio di qualche soldo. È così che giunge al cancello della casa occupata da Eugenio. I due non si riconoscono immediatamente, il tempo trascorso è tanto e Eugenio è anche più vecchio di lui di poco più di un paio di anni, quanti ne sono probabilmente bastati per impedire una frequentazione stretta in passato. Eugenio è ospite di suo zio, assente, mentre sta scrivendo il suo primo libro dopo una lunga militanza nel giornalismo. Quando si riconoscono, Eugenio gli propone di tornare il giorno successivo per dargli una mano. La permanenza, però, si prolunga giorno dopo giorno. Da questo primo momento, gli animi si svelano progressivamente portando infine a un avvicinamento tra i due. Sono molti i segreti che i due personaggi portano in sé. E se Eugenio non ci nasconde la sua attrazione, per Martín lo svelamento richiederà più lentezza.
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Circondati da una natura che fiorisce di pari passo con il loro stato d’animo, i personaggi vengono indagati dal regista attraverso le immagini, spesso stringendo sui volti per coglierne le emozioni. Nessuna sovrastruttura, nessuna malizia: persino il dialogo è ridotto allo strettissimo necessario. A contare sono gli sguardi, le occhiate sfuggenti nello specchio per carpire un momento all’intimità dell’altro. Ci vorrà un po’ perché lo svelamento si faccia più esplicito, ma fino ad allora verremo accompagnati nella nascita di un sentimento con tutti gli incidenti di percorso, le paure e i pudori del caso.
Ed è proprio la capacità di Berger nell’indagare nell’animo dei suoi due personaggi principali (le loro – salvo una breve eccezione – sono le uniche interazioni nel corso dell’intero film) a imprimersi nella mente: nei suoi film l’amore sfugge ad ogni catalogazione e può irrompere a sorpresa nella vita di chiunque, anche e soprattutto quando meno se lo aspetta. Ma nei suoi film, come nella vita, amore significa sì attrazione ma anche esercizio di potere, soprattutto in presenza di due classi sociali distinte, in un contesto non dissimile da quelli descritti da Jane Austen nei suoi romanzi, come del resto dichiara lui stesso. E sa anche dosare gli elementi con sapienza ed eleganza (d’animo), e così un soggetto che sulla carta potrebbe apparire perfetto per un cortometraggio, si trasforma in un lungo che non ha mai cali di ritmo e in cui la tensione ha una crescita naturale perché non è mai frutto di scelte strumentali, così come affatto strumentali alla manipolazione dello spettatore sono i colpi di scena che danno nuove svolte alla storia, con una fotografia a rappresentare un punto di svolta, così come accadeva in Plan B, con cui Hawaii ha una dichiarata familiarità. Una naturalezza, quella dell’approccio del regista, che permea anche i personaggi: Martín ha sì l’aria della persona che ha sperimentato più di una durezza nella vita ma ha anche una vulnerabilità che lo fa apparire reale, il tutto accompagnato da un forte senso della dignità. Eugenio appare più sfumato, ma è un effetto del suo restare un passo indietro rispetto all’espressione esplicita dei suoi sentimenti.
Hawaii è un ulteriore capitolo di una filmografia che si dimostra interessante e precisa titolo dopo titolo e che appassiona fino all’ultimo minuto, quando il nero che precede i titoli di coda si trasforma in un velo su ciò che accadrà.
Ottimi i protagonisti Manuel Vignau (che già si era fatto notare grazie a Berger in Plan B e nel cortometraggio ancora precedente Una última voluntad) e l’uruguaiano Mateo Chiarino.
Il film è stato realizzato grazie a una campagna lanciata da Marco Berger (per la prima volta produttore) con il produttore Pedro Irusta attraverso Kickstarter. La campagna ha portato alla raccolta di più di 20’000 dollari (comunque la metà di quanto necessario), grazie ai quali Berger ha comunque deciso di realizzare il film, contenendo ulteriormente i costi rispetto alle previsioni.

 

Roberto Rippa

 

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Hawaii
(Argentina, 2013)
Regia, sceneggiatura, montaggio: Marco Berger
Musiche: Pedro Irusta
Fotografia: Tomás Pérez Silva
Scenografie: Marco Berger, Pedro Irusta
Produzione: Marco Berger, Pedro Irusta
Interpreti principali: Manuel Vignau (Eugenio), Mateo Chiarino (Martín), Manuel Martínez Sobrado (fratello di Eugenio)
102′

 

 

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Nato in Argentina da padre norvegese, Marco Berger studia teatro nel suo Paese prima di trasferirsi in Norvegia, dove si ferma per tre anni e ottiene una borsa di studio per tornare a studiare cinema presso la Univesidad del Cine di Buenos Aires.
Il suo primo cortometraggio El reloj risale al 2008. Nello stesso anno, il corto Una última voluntad racconta di un uomo che come ultima volontà prima della sua esecuzione chiede un bacio e ha come interpreti Lucas Ferraro e Manuel Vignau, protagonisti di Plan B. Dopo Plan B del 2009 e prima di Ausente, ha girato un episodio del film corale Cinco. Attualmente sta lavorando al lungometraggio Mariposa.

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