Belluscone, una storia siciliana > Franco Maresco

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Belluscone, o della postumità contemporanea all’autore

«In fondo, io sono postumo di me stesso.»
– Giulio Andreotti

Non si può fare un buon film utilizzando materiale pessimo e senza mai dare vita a un’immagine. Belluscone è un film deludente perché cavalca un’utopia autodistruttiva inconcepibile: creare un’opera su di un’intuizione folgorante, privarla delle parti di girato più interessanti e montarla secondo logiche opposte allo stile cinematografico che da sempre ha contraddistinto il suo regista. L’inconcepibile non sta tanto nella poca coerenza (anche della struttura, del testo), ma nel gusto masochistico di infliggersi e infliggerci un giro a vuoto di un’ora e mezza che lambisce per tutta la sua durata il colpo di genio senza però mai centrarlo (deliberatamente o meno, non importa).

A Franco Maresco non si può che volere bene. Da sempre sono un estimatore convinto del suo cinema e della sua visione tragica e disperata dell’Italia e del nostro tempo ma, proprio come a una persona a cui si vuole bene, non posso fare a meno di dire con sincerità quello che penso, senza la necessità di nascondermi dietro l’ipocrisia del giudizio precostituito, aprioristico e unanime che abbonda sul suo ultimo film e che, so per certo, lo disgusterà alquanto. Perché Belluscone è talmente un film d’autore, del suo autore, imbevuto dalle sue proprie ossessioni, manie e derive da negarsi, isolandosi in una dimensione impossibile di autoparodia, di scimmiottamento tutt’altro che compiaciuto. Un film tragico al cubo.

Belluscone non è un film di Franco Maresco. Funziona come una di quelle opere postume al proprio autore, montate da altri a partire dal girato che il regista non ha avuto modo di ultimare e che, guardandole, non si può che provare una infinita nostalgia per ciò che non c’è più. It’s All True, The Other Side of the Wind e Don Quixote, solo per citare alcuni degli incompiuti wellesiani che, di questa storia siciliana è tra le fonti di ispirazioni primarie: da Welles si pesca in F for Fake (come brillantemente ricorda Andrea Inzerillo e conferma lo stesso Maresco in un’intervista pubblicata sempre su RC), ma anche Citizane Kane e Mr. Arkadin. Del resto il regista siciliano fu tra i soci fondatori della cooperativa «Rosebud» con la quale dalla fine del 1982 animò l’inanimata scena cinematografica palermitana e grazie alla quale nacque l’incontro nell’omonimo negozio di videonoleggio con Daniele Ciprì… ma questa è un’altra storia… Opera postuma come le letterarie America di Kafka, Petrolio di Pasolini e L’uomo senza qualità di Musil, delle quali ignoriamo le reali intenzioni degli autori in merito ad eventuali montaggi o omissioni o correzioni da apportare a testi tutt’altro che conclusi; o forse, l’opera di riferimento di questo strano-stranissimo film, potrebbe essere quel Manoscritto trovato a Saragozza del conte Jan Potocki, che condivide con Belluscone una travagliata storia “produttiva” e una stratificazione di senso rizomatica tale da non farci comprendere davvero fino in fondo ciò che stiamo leggendo/guardando ma producendo, secondo Deleuze e Guattari, unicamente desiderio: «Perché è sempre per rizoma che il desiderio si muove e produce» (Mille Plateaux, 22). Ma un desiderio inappagato (il nostro) perché inappagabile (il suo) – e pure viceversa.

Con l’ultimo film di Franco Maresco ci troviamo di fronte a un bizzarro caso di postumità contemporanea all’autore. Paradosso di un film e di un regista paradossali che negano se stessi annegandosi in ciò che mai vorrebbero essere. E non è tanto l’escamotage narrativo del finto documentario su di un film mai realizzato, illustrato da un Tatti Sanguineti alla Francesco Rosi ne Il caso Mattei, che rimarca l’assenza/presenza di Maresco, ma è proprio il testo filmico complessivo a essere negazione punto per punto della macchina-cinema e del talento del cineasta palermitano.
Forse per comprendere Belluscone bisogna volgere il capo a Io sono Tony Scott (2010; lo si può vedere online sul sito della RAI, anche solo per smettere di chiamarlo invisibile o addirittura ometterlo di sana pianta come se nemmeno fosse mai esistito) che, oltre a essere una magistrale opera che si destreggia con sapienza ed eleganza tra materiale d’archivio e interviste nella vita del più grande clarinettista della storia del jazz, è la prima e dannatamente autobiografica regia di Franco Maresco dopo una vita di sodalizio artistico con Daniele Ciprì. Maresco ci racconta cronologicamente la storia di Anthony Joseph Sciacca (1921-2007) ma, già dal titolo, pare suggerirci di considerare quella traiettoria umana – che dai fasti della Golden Age of Jazz confinerà il musicista italo-americano in un’immeritata marginalizzazione imposta e autoimposta dalla realtà italiana e da una qualche forma di sofferenza psichica – la sua stessa medesima. Tony Scott sono io! Nel documentario del 2010, che manco a dirlo ha avuto un travagliatissimo percorso produttivo e distributivo, Maresco è soprattutto affascinato dalla deriva umana e professionale di Tony, il quale, nel volgere di pochi anni dal suo rientro in quella nazione che sentiva come la sua propria di origine e appartenenza, finirà per emarginarsi ed essere marginalizzato dal mondo del jazz. Un isolamento reso possibile dalla totale disattenzione dell’ambiente musicale e di un’Italia priva di istituzioni culturali o anche solo di intelligenze tali da comprendere la reale grandezza del personaggio in questione e della sua arte, ma pure per la sua autodistruttiva natura di clown depresso, pronto a fare tournée con Romano Mussolini nelle peggiori location d’Italia, e via via a rendere sempre più ridicola, insopportabile e surreale la sua presenza su di un palco. C’è dunque in Io sono Tony Scott una doppia e amarissima constatazione: non solo è l’Italia, con il suo mondo di esperti settoriali incapace di riconoscere e tutelare il talento di una carriera grandiosa, ma c’è qualcosa nella natura degli uomini (di alcuni uomini) che conduce all’isolamento perseguito con ostinazione e follia. Chiamiamola depressione, chiamiamola deriva o cafard, nominiamola come meglio crediamo ma c’è, in Io sono Tony Scott e in Belluscone, la tragica constatazione di essere figli di un mondo oramai scomparso, sopravvissuti in un tempo dentro al quale non si ha più alcun appiglio cognitivo e affettivo. L’occhio depresso vede solo un mondo di rovine e rari bagliori provenienti da un passato dal quale non si è più in grado di uscire. Lo sguardo di Maresco si nutre della convinzione d’essere il soldato giapponese Hiroo Onoda al rientro in patria dopo trent’anni vissuti nel più totale isolamento di una sperduta isola delle Filippine, occhio esploso che non è più in grado di trovare nulla, nella realtà che lo circonda, di quel che furono il suo mondo e il suo tempo. Ma la realtà è assai distante da questo convincimento, perché lo sguardo di Maresco è – in tutto e per tutto – lucido sul nostro tempo, sull’oggi, totalmente centrato sulla reale natura delle trasformazioni politiche, sociali e antropologiche in atto nell’Italia contemporanea ed è per questo che il passo indietro (o di lato o sopra o sotto) di Belluscone, la scelta parodistica di negare la forza della propria poetica, di negare lo stesso film che avrebbe potuto essere ma non è stato, provoca un dispiacere così cocente.

Quello che rimane nel film, cioè quel che è Belluscone, è l’abbozzo di un’opera impossibile, un trailer di un capolavoro a venire, come ha detto giustamente Ghezzi in un «Blob» da Venezia, attraversato da brevi lampi di sublime e lambito da scosse telluriche di genialità che non trovano però mai spazio nel testo filmico. La scelta di utilizzare Tatti come indagatore del mistero della scomparsa del regista (nota argutamente Inzerillo che una simile scomparsa accadeva ai fratelli La Marca ne Il ritorno di Cagliostro; anno 2003) appesantisce oltremodo il film e, sinceramente, non se ne sentiva proprio il bisogno. Potente l’incipit, con l’occhio della macchina da presa incollato su Ciccio Mira in un dialogo paradossale in pieno stile «Cinico TV», ma subito questo viene interrotto dall’ingresso di Sanguineti e della paradossale ricerca del regista scomparso e del film mai ultimato. Belluscone trova i suoi momenti migliori proprio nel rapporto tra Franco (Maresco) e Ciccio (Mira), impresario di cantanti neomelodici tanto simile all’Enzo Castagna del sublime Enzo, domani a Palermo! (regia di Ciprì e Maresco, anno 1999) – film dal quale vengono prese di peso parecchie trovate –, unico personaggio al quale il regista concede l’onore del bianco e nero, segno riconoscibilissimo di un’appartenenza a un mondo nel quale Maresco ancora riesce a rintracciare schegge di purezza pre-catastrofe. Nel complicato, macchinoso e lacunoso procedere della trama, non senza ripetizioni e incongruenze un po’ troppo marchiane per passare inosservate, si articolano il piano di riflessione attorno alla figura di Silvio Berlusconi nel suo rapporto con la Sicilia e quello della scena neomelodica palermitana rappresentata da Ciccio Mira, nelle vesti di scettico impresario di un genere musicale che ama assai poco, nostalgico di una Mafia dei bei tempi andati, e dai due cantanti Erik e Vittorio Ricciardi. E salta subito all’occhio come Maresco non riesca ad amare nemmeno per un solo istante i due neomelodici cantori del brano Vorrei conoscere Berlusconi, non con l’intensità con la quale il suo cinema (con Ciprì) magnificò Paviglianiti e i suoi peti, il ciclista Tirone e la sua lingua trasognante, Cirrincione e la sua dislessia, Pietro Giordano e i suoi tic nervosi. Gli esseri postumani dell’epoca «Cinico TV» erano dipinti cinematograficamente attraverso piani sequenza interminabili, rinchiusi in inquadrature dal sapore pittorico e illuminati con una gravità maestosa. Paviglianiti inghiottiva l’occhio dello spettatore con la fissità della deflagrazione del proprio corpo, facendo coincidere estetica e etica in un’unica inquadratura. In Belluscone il montaggio è invece continuamente serrato, a tal punto da frantumare la raggelante staticità del mostruoso che credevo fosse segno imprescindibile del cinema di Franco Maresco.

Viene quasi da essere d’accordo con il peones del berlusconismo Sen. Malan (ovviamente è un iperbole) perché la ricostruzione della vicenda criminale del Cavaliere è a tal punto didascalica da risultare puerile. Ben più complessa e fuori campo è la nevrosi criminale di un sistema italico barbaro e brutale rispetto alla ricostruzione un po’ cazzona che Maresco si diverte (ma ne siamo poi così sicuri?) a mettere in scena con finti pentiti e voice over a go go. E allora lo stalliere, il braccio destro, Milano 2, i soldi riciclati e quelli restituiti, Marcello Dell’Utri e Stefano Bontade padre della Seconda Repubblica diventano nient’altro che figurine di un album dei ricordi sbiadito e oramai inutile per la memoria smemorata di un popolo irrimediabilmente perduto. Quali e dove si trovano le riflessioni così geniali che la critica ha rintracciato nel film che io fatico in tutta sincerità, e con onestà intellettuale, a trovare? È davvero così sorprendente trovare una connessione tra la visione prepolitica di un Berlusconi primi anni ’80, che in un’intervista scherza sul fatto che si viva meglio senza un Governo in carica, e la medesima weltanschauung pronunciata, quasi con le stesse identiche parole, dalla moglie di Ciccio Mira in un salotto popolare della Palermo dei quartieri attorniata da figli e nipoti in gran quantità? È davvero così stupefacente sapere che nei quartieri popolari di Palermo Belluscone sia amato come un calciatore o un Santo?

Sui titoli di coda, ingabbiati in un frame ridotto, si susseguono microinterviste realizzate in una discoteca siciliana (palermitana?) con l’intervistatore di turno che domanda a giovani vagamente alla moda, cosa pensano della trattativa Stato-Mafia, cosa gli ricordano le date “23 maggio” e “19 luglio”. Le risposte – ovviamente – sono il vuoto più assoluto. Ma, in tutta franchezza, che senso ha per Franco Maresco – e ripeto: FRANCO MARESCO – mettersi a fare un servizio televisivo delle Iene? Perché? E cosa mai dovremmo ricavare che già non sapevamo da questo siparietto pietoso?
La realtà è ben più complessa, gli italiani pure, è tutto assai più intricato e contorto e contraddittorio di quanto un paio di occhiali postideologici si ostini a raccontarci.
Sia in Belluscone che in Io sono Tony Scott Maresco cita in maniera beffarda il celebre (e inevitabilmente contraddetto) concetto dell’economista Francis Fukuyama: la fine della storia. In entrambi i casi Maresco irride alla boutade che tanto successo ebbe a inizio anni ’90, ricamandoci sopra in maniera assolutamente condivisibile e mettendo in luce la ridicolaggine dell’idea stessa. Ma allora perché il regista palermitano, sposando contraddittoriamente la medesima boutade, si ostina a raccontarci che tutto è finito?

L’eredità degli anni d’oro di «Cinico TV» e l’utopia di Cinico Cinema è complessa da superare ma nelle due prime prove da solisti sia di Franco Maresco, con l’ottimo Io sono Tony Scott, che di Daniele Ciprì, con il sottovalutatissimo È stato il figlio (2012), hanno dimostrato di essere in grado di andare oltre il proprio stile di vent’anni di cinema, ampliandone la portata pur rimanendogli intrinsecamente fedeli, trasportando lo spettatore in una dimensione difficilmente rintracciabile altrove nel cinema italiano, in grado di maneggiare e modellare la realtà come un corpo inerte per raccontare l’incubo di quello che siamo: spaventosi e sublimi.
Belluscone segna un punto di arresto nella possibile evoluzione del discorso Cinico e tra poche settimane aspettiamo al varco Daniele Ciprì con la sua seconda regia, La buca, sperando che quel discorso possa proseguire per nuove vie.

Signor Maresco, se ne faccia una ragione, il suo cinema ha ancora molto da dire e la sua voce, è per noi, viva e necessaria. •

Alessio Galbiati

 

 

BELLUSCONE SU RAPPORTO CONFIDENZIALE
CONVERSAZIONE CON FRANCO MARESCO a cura di Andrea Inzerillo
F FOR FRANCO di Andrea Inzerillo
BELLUSCONE, O DELLA POSTUMITÀ CONTEMPORANEA ALL’AUTORE di Alessio Galbiati
PALERMO CUORE DI TENEBRA di Umberto Cantone
BELLUSCONE, UNA STORIA MAINSTREAM di Rubina Mendola

 

 

Belluscone, una storia siciliana
regia: Franco Maresco
sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo
fotografia: Luca Bigazzi, Tommaso Lusena De Sarmiento, Irma Vecchio
montaggio: Franco Maresco
scenografia e costumi: Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza
aiuto regia: Francesco Guttuso
assistente regia: Giuliano La Franca
supervisione color correction: Luca Bigazzi
montaggio del suono: Luca Bertolin
la canzone Vorrei conoscere Berlusconi è di Erik
laboratori video e audio: Margutta Digital International / Time Line Studio
produttori: Rean Mazzone, Anna Vinci
coproduttori: Fausto Amato (Sicilia Consulenza), Sila Berruti (Frenesy Film Company)
associati in partecipazione: Claudia Amato, Vanio Amici, Nicola Favuzza, Mario D’Amore, Giuseppe Figlioli, Giovanni Giannone, Giuseppe Lo Bianco, Francesco Ruffolo, Piero Scozzari, Marco Zummo
con: Ciccio Mira, Erik, Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Ficarra e Picone
produzione: Ila Palma, Dream Film
distribuzione cinematografica: Parthénos
ufficio stampa: Gabriele Barcaro, Alessandra Tieri
colore: colore e b/n
formato: HD
rapporto: 16:9
paese: Italia
anno: 2014
durata: 94′

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+