Belluscone, una storia siciliana > Franco Maresco

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71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Orizzonti

F for Franco

Franco Maresco avrebbe potuto cominciare il suo ultimo film con un cartello: ATTENZIONE – TUTTO QUELLO CHE VI STIAMO PER RACCONTARE È FALSO. Perché di tutti i film su Berlusconi degli ultimi venti anni mai nessuno ha avuto l’ardire di raccontare la storia di colui che fu cavaliere a partire da quel mondo dentro a un mondo che è la realtà delle feste di piazza nei quartieri popolari di Palermo, dove – come forse non tutti sanno, passata la linea di Ficarazzi – spopola la musica neomelodica napoletana, autoctona o d’importazione. Né si deve immaginare che l’autore intenda sostenere la tesi di una relazione biunivoca tra la criminalità che popola quegli ambienti e l’ascesa finanziaria e politica del leader di Forza Italia: ci troveremmo di fronte a un pamphlet che a un uomo di cinema come Maresco non interessa minimamente. Ben più interessante è semmai la sfida di raccontare una grande menzogna all’interno della quale lo spettatore potrà rintracciare sprazzi di verità o spunti per riflettere sulla storia d’Italia recente. Come dire: tutto quello che segue è rigorosamente basato sui fatti a disposizione. Ed è solo attraverso la potenza del falso che ci si può sottrarre al sistema del giudizio e provare a raccontare storie che hanno molteplici chiavi di lettura e che ci riguardano in più di un senso.
Belluscone – una storia siciliana non è quindi un film sull’uomo più potente d’Italia degli ultimi decenni bensì su uno dei meno potenti, il regista Franco Maresco, che porta a livelli parossistici l’esaltazione della figura del loser tematizzando esplicitamente l’incompiutezza dell’opera, l’impossibilità di tracciare linee rette tra il bene e il male, ma anche la propria paradigmatica inadeguatezza nei confronti di questo mondo, il mondo dell’Italia berlusconiana. A tal punto da dover rinunciare per gran parte del film al ruolo classico di voce fuori campo per farsi sostituire da un alter ego che evoca figure wellesiane, il critico Tatti Sanguineti. L’indagine sulle origini criminali del potere di Berlusconi è allora sin dall’inizio votata allo scacco e non può che farsi indagine sulle ragioni del naufragio del progetto e sulla scomparsa del regista Maresco, andatosi a infilare in un affare più grande di lui.
Il fallimento è quasi un topos della cinematografia di Maresco, e nondimeno ci si deve chiedere se le ragioni di questo scacco siano da attribuire alle sfortune in cui questo film donchisciottesco è incorso sin dalla nascita o se abbiano a che vedere con la costitutiva impossibilità di raggiungere una verità sui temi più scottanti di questo paese, sempre più scisso tra una sostanziale indifferenza e un impegno di facciata. Di certo è l’oblio a segnare i tempi di un paese che è mutato antropologicamente, anche in quegli ambienti in cui negli anni Novanta Ciprì e Maresco sapevano ritrovare gli ultimi scampoli di vita contro l’appiattimento della borghesia cittadina. Ma si ha l’impressione che la complicità che esisteva con i protagonisti di Cinico tv sia andata perduta, che manchi nei confronti dei personaggi intervistati un rapporto d’amore. Maresco non ama i cantanti neomelodici che interpretano il suo film come invece amava Tirone, Paviglianiti, Giordano o Marcello Miranda. Li guarda, ci parla, si interroga con loro e attraverso di loro su quello che è successo, su cosa lo abbia allontanato sempre più da questo mondo, ma le loro figure non lo interessano più di tanto.

 

 

È dunque questa mancanza d’amore che si deve interrogare per trovare la chiave del film, è in essa che si possono ritrovare le ragioni per cui Maresco ha deciso di far perdere le sue tracce come i fratelli La Marca nel Ritorno di Cagliostro? È una delle strade possibili. E mentre si ride per l’impianto vivace del film non si può non percepire una profonda amarezza che pure lo accompagna, la stessa che permetteva di leggere in Io sono Tony Scott un autoritratto dell’isolamento artistico e intellettuale del cineasta Maresco (e un’analisi sconsolata dell’imbarbarimento del mondo contemporaneo).
C’è un unico personaggio che si sottrae a questo disastro, e la sua presenza sembra essere una sopravvivenza, una delle poche ragioni che verosimilmente ha spinto Maresco a concludere il suo film. L’impresario Ciccio Mira – l’Enzo Castagna degli anni 2000 – è l’unico personaggio per il quale il regista provi empatia, ed è il grande protagonista del film. È lui il ponte con il mondo delle feste rionali, quelle dei quartieri in cui i palchi vengono costruiti sotto i balconi dei boss (da Brancaccio alla Noce alla Zisa) e in cui tutti gli intervistati si professano berlusconiani. Un mondo in cui lo Stato è un concetto limite, in cui il diritto e la tutela seguono strade alternative. Le stesse che, secondo il pentito Gaspare Mutolo, hanno portato Silvio Berlusconi a cercare una protezione più sicura di quelle delle forze dell’ordine attraverso l’assunzione di Vittorio Mangano come stalliere ad Arcore. È forse in questa affinità elettiva che sta il segreto delle percentuali bulgare che il mondo delle feste di piazza tributa al leader di Forza Italia, idolo delle folle alla stregua dei cantanti neomelodici che ne tessono le lodi. Ma questo non è un film inchiesta, è un’opera in cui uno più uno fa tre.
Già, perché tutto quello che stiamo vedendo è falso. Il vero Belluscone di Maresco non è mai stato finito, né poteva esserlo, se non altro perché non avrebbe corrisposto le aspettative del pubblico. È di Sanguineti l’onere di ricollegare i pezzi già montati dal regista per provare a ricostruire il suo percorso sulla base di appunti frammentari. Dobbiamo davvero credere a quello che ci raccontano questi personaggi improbabili? Che sia questa la Sicilia a ventidue anni di distanza dalle stragi Falcone e Borsellino? Che la soluzione dell’intrigo sia nelle mani di due comici come Ficarra e Picone? Quello che in fondo Maresco sembra dirci è che tutto quello che abbiamo visto non è vero. O forse sì. Ma in fondo non importa, perché il suo mondo è finito molti anni prima. E forse anche il nostro, ma non riusciamo ancora ad accorgercene.

Andrea Inzerillo

 

 

BELLUSCONE SU RAPPORTO CONFIDENZIALE
CONVERSAZIONE CON FRANCO MARESCO a cura di Andrea Inzerillo
F FOR FRANCO di Andrea Inzerillo
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PALERMO CUORE DI TENEBRA di Umberto Cantone
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Belluscone, una storia siciliana
regia: Franco Maresco
sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo
fotografia: Luca Bigazzi, Tommaso Lusena De Sarmiento, Irma Vecchio
montaggio: Franco Maresco
scenografia e costumi: Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza
aiuto regia: Francesco Guttuso
assistente regia: Giuliano La Franca
supervisione color correction: Luca Bigazzi
montaggio del suono: Luca Bertolin
la canzone Vorrei conoscere Berlusconi è di Erik
laboratori video e audio: Margutta Digital International / Time Line Studio
produttori: Rean Mazzone, Anna Vinci
coproduttori: Fausto Amato (Sicilia Consulenza), Sila Berruti (Frenesy Film Company)
associati in partecipazione: Claudia Amato, Vanio Amici, Nicola Favuzza, Mario D’Amore, Giuseppe Figlioli, Giovanni Giannone, Giuseppe Lo Bianco, Francesco Ruffolo, Piero Scozzari, Marco Zummo
con: Ciccio Mira, Erik, Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Ficarra e Picone
produzione: Ila Palma, Dream Film
distribuzione cinematografica: Parthénos
ufficio stampa: Gabriele Barcaro, Alessandra Tieri
colore: colore e b/n
formato: HD
rapporto: 16:9
paese: Italia
anno: 2014
durata: 94′

 

 

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