Belluscone, una storia siciliana > Franco Maresco

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Palermo cuore di tenebra
Note di Umberto Cantone su Belluscone di Franco Maresco
* con una risposta alla recensione di Alessio Galbiati pubblicata su RC

Quando una volta chiesero a Louis-Ferdinand Céline chi fossero gli scrittori che lo avevano ispirato, lui rispose di non avere maestri e che i suoi romanzi non erano che reportage.
Poi si corresse, dicendo che i ricordi delle cose vissute non contano più di tanto. «Sono punti di partenza, pretesti che forniscono l’occasione per annotare i miei sogni». E aggiunse: «Se la letteratura ha una giustificazione, è quella di raccontare i nostri deliri».
La stessa cosa si potrebbe dire del cinema, dove la realtà affiora solo quando è trasfigurata, quando diventa materia di un “delirio” autorale.
E questo lo si capisce vedendo un film come Belluscone di Franco Maresco. Dove la realtà è quella, terremotata e sulfurea, di una Palermo da tempo abituata a vedersi rappresentata con tutte le proprie maleodoranti viscere esposte, orgogliosa della propria criminale incoscienza perché restia a divenire indipendente della parte primitiva della propria natura.
Ma tale natura fa parte della sua cultura, ed è questo a rendere Palermo un’ambigua, fascinosa, rifrangente metafora del male e di ogni sua remota possibilità di redenzione.
A essere chiamato a specchiarsi non solo nella metafora, ma anche nella spaventosa e quotidiana evidenza di questo male, è da anni l’intero nostro Belpaese, la nostra povera Italia.
Per Maresco, però, la realtà della sua Palermo (che conosce per averla sperimentata come pochi altri) continua a essere soltanto un punto di partenza. Non gli interessa documentarla, né tantomeno denunciarla o testimoniarne la devastazione. A Maresco, come a Céline, interessa la verità metafisica della storia come della cronaca. E tutte le verità metafisiche, si sa, sono le verità delle maschere e delle favole.
Belluscone può dunque essere letto come la favola della verità metafisica di Palermo.
E, insieme, come il teorema autobiografico di un cineasta che, pasolinianamente, getta con generosità il proprio corpo nella lotta, recuperando quell’euforica lucidità che solo un’ossessione può condurre.
Il cinema è per Maresco la Zattera della Medusa, là dove si naufraga continuando a nuotare, e lui fa un po’ il Willard di Conrad e il Welles di Mr.Arkadin nell’inseguire il cuore tenebroso del suo film da fare e da disfare.
Un film che sappia raccontare la maschera di Palermo e del suo destino, attraverso lo psicodramma di un’intera comunità e della sua grottesca, insensata caccia a quel Falcone maltese che fu, che continua a essere Berlusconi e il suo ingannevole mito.
Quello di Maresco, dopo la rottura con Ciprì, è un cinema che si è fatto ancora più duro e tagliente.
Belluscone è dunque la cifra di un cinema prismatico e raffinatissimo, celibe e labirintico, di straordinaria intensità perché coinvolge lo spettatore inseguendolo e facendosi inseguire lungo ironici detour espressivi, in una sintesi incessante d’ invenzioni stilistiche che, incrociandosi nel farsi trasparenti, demoliscono con rara efficacia stereotipi cinematografici e mediatici assieme al conformismo intellettuale esibito da paladini e retori del politicamente corretto.
Innanzi tutto, Belluscone è un film finito che ne contiene un altro infinito, da sognare prima che da fare: il film impossibile, imbastito nell’arco di tre anni, che vuole dare immagine e valenza simbolica al microcosmo di un quartiere palermitano, quello dei neomelodici di Brancaccio e del loro impresario Ciccio Mira, come doppio del macrocosmo della condizione italiana, conseguenza di quella deriva tragica e grottesca che appese Berlusconi imprenditore e politico al nodo scorsoio di Cosa Nostra, lo status quo della nostrana anomalia e del presente comune degrado.
Il film finito ci restituisce quello infinito attraverso schegge evocative e arroventate bagattelle, le interviste consapevoli o rubate che evidenziano l’adesione scandalosa dei lumpen e di minuscoli borghesi palermitani a una weltanschauung mafiosa assolutamente aderente a quella berlusconiana, assieme alla fatiscente, ma ancora vitale, persistenza di una sottocultura omologata e cacofonica che afferma ridicolmente la propria disperata diversità.
E lascia attoniti la fulminante, e ben ritagliata, entrata in scena di Mutolo collaboratore (di giustizia) e Dell’Utri fondatore (di Forza Italia) a ribadire convinti, con silenzi più eloquenti di qualunque parola, la necessità ineluttabile dello sfacelo italiano, entrambi fantasmi di un’Opera che risulterebbe pure buffa se non fosse la tragica manifestazione di quello scellerato accordo tra mafia e politica che ha generato una guerra rovinosa e lastricato Palermo di lapidi, facili da onorare come da rimuovere nella sfatta coscienza dei più sordidi (e della elaborazione della dimenticanza di quei lutti nobili ci raccontano, in coda al film, le stizzite dichiarazioni di alcuni abitanti della città ferita per i quali il 23 maggio e il 19 luglio sono date qualunque).
Una volta smarrito il filo del film infinito, rimanendone annodato fino al soffocamento, Maresco rende ancora più acuta la sua già febbricitante ispirazione, tornando a posare lo sguardo sulla propria zona eletta, la più periferica e rivelatrice, quella dei piccoli palcoscenici nei quartieri della Palermo crollata.
La lama del suo stile si è fatta ancora più avvelenata rispetto ai tempi delle incursioni “ciniche”, del metacinema beffardo e citazionista, dell’espressionismo sbalzato di quei mosaici iconoclasti e immaginifici che, aggredendo ogni genere cinematografico e televisivo, bastarono a rendere epica la sostanza apocalittica del post-umano ghignante (e sempre pronto a mordere) di tutti i Sud del mondo.
Servito dall’investigatore Caronte, che è il disincantato ed eroico sodale Tatti Sanguineti, Maresco intraprende il suo viaggio terminale lungo i gironi di un affaire ridicolo che contrappone esecutore e artefice di un conteso inno trash a “Belluscone”: Vittorio Ricciardi, una specie di Ariel sottoproletario, divo del marcescente incanto del neomelodico, e il più aspro Salvatore De Castro alias Erik che ostinatamente reclama del brano incriminato i diritti d’autore ( e a cui Maresco affida il depistante/devastante epilogo dell’annichilito omaggio alla tomba del boss pentito Bontade).
Il loro duello, che suscita accese tensioni giuridiche al punto da mettere a repentaglio l’uscita del film stesso, viene infine risolto dalla mediazione di Ficarra & Picone, la cui taumaturgica popolarità è portatrice, in questa guerra tra perdenti, di una patetica pacificazione.
È anche questa la favola anfetaminica di Belluscone, consumata nel declinare le affinità tra l’universo di quel recintato entertainment liminare e il rutilante, e altrettanto svaccato, bestiario televisivo da prime time marchiato Biscione ( i riferimenti, in tal senso, sono nel film lucidamente implacabili) .
La geografia delle consonanze lascia che s’incastonino (en abyme e con un montaggio, dello stesso Maresco, che è tra i più ingegnosi ed espressivi visti negli ultimi anni) i motivi della cinefilia compulsiva di Francesco Puma e quelli della foia indagatrice del reporter in trincea Pino Maniaci, ridotti a contrappunto volutamente sfocato di un torso narrativo (emotivamente assai teso) che vede in primo luogo l’ autore stesso invischiato, tra realtà e finzione, nella corrispondenza con il suo Kurtz di turno, l’irresistibile Ciccio Mira, organizzatore di feste di piazza e dispensatore di dediche per quegli “ospiti dello stato” a cui non si può (né si deve, costi quel che costi) negare la consolazione dei sentimenti elementari, naturalmente in forma neomelodica.
Di questa maschera etnica il film racconta l’emblematica (e un po’ goffa) parabola esistenziale, forse anche come aberrato riflesso di quella berlusconiana.
Parliamo di quella resistibile ascesa e caduta, che riempì di palme il nord, dell’ineffabile Citizen Arkadin eletto a lider maximo di poveri e ricchi, tutti ingabbiati nello stesso inferno italiano che, dopo un ventennio, ancora ci ustiona con la sua sottocultura cafonesca, coi suoi corrotti sistemi di potere e con le formulette del suo profuso populismo kitsch, disgustoso quanto irreparabilmente contagioso (si veda l’inserto di repertorio che mostra l’ attuale primo ministro Renzi quando fu ospite rampante, mascherato da Fonzie, al talk show della De Filippi).
Ma è nella sua ruvida torsione intimista (sostenuta dalle magmatiche invenzioni figurative nella fotografia di Luca Bigazzi e dei suoi collaboratori) che il film ci colpisce al cuore, quando mette a nudo il calvario creativo e la scommessa produttiva di Maresco (e del suo complice Rean Mazzone), delineando i contorni dolorosi della sua quotidiana emarginazione di artista, un po’ cercata a tutela di un’ammirevole integrità etica, ma soprattutto vergognosamente provocata dal cortocircuito mediatico e istituzionale che in questo paese non perdona, con raggelante cinismo, i talenti veramente anticonformisti.
E Belluscone, importante/prezioso/sconvolgente racconto cinematografico di una vertigine umana che nessun reportage né alcuna fiction è riuscita fin qui a far consistere con altrettanta efficacia, si trasforma nell’ammonitorio diario in pubblico di questo nostro Céline del cinema, da sempre convinto, come Conrad, che l’ ultimo rifugio di noi esseri umani, appena si diventa consapevoli della rabbia e della lotta che ci trasforma tutti in schiavi, «è nella stupidità, nell’ubriachezza, nella menzogna, nelle fedi, nel delitto, nel furto, nelle riforme, nelle negazioni, nel disprezzo – ciascun uomo secondo i suggerimenti del suo demone particolare».
Quel demone che, anche attraverso questo cinema purissimo, si può continuare a esorcizzare da sconfitti, persino vivendo a Palermo. Fino all’ultimo respiro.

 

* * *

 

* In risposta a una recensione di Alessio Galbiati su “Belluscone” di Maresco apparsa il 6 settembre su «Rapporto Confidenziale»:

A proposito dello scritto in questione, niente da (ri)dire, e semmai molto da ridacchiare (per dirne una, circa la rilevata “assenza d’immagini” in Belluscone quando, nel film, l’intensità straniata dell’objet trouvé-Palermo, fotografata in porzioni lunari nel magnifico frottage di Bigazzi, buca schermo, occhio e cervello, come certi spaesamenti di Magritte).
E riguardo alla presunta incompiutezza del capolavoro mancato e mancante, se c’è un film pieno fino al proprio orlo, e arrivato al momento giusto (e che tale momento sa trasformare in memento), questo è il capolavoro “sopravvissuto” Belluscone.
Detour conradiano e concettismo alla Welles a parte, l’en abyme di Maresco (una prospettiva, questa in abisso, visibilissima in tutte, proprio in tutte, le sue cose) mai si è fatto così penetrante e acceso, a indicare con struggimento umanissimo il vuoto di senso delle situazioni (paradigmi di paesaggi, cose, persone) che egli aggancia alla propria morsa, riscontrando ancora una volta quanta verità possa contenere ogni finzione.
Belluscone indica, sciogliendosi e sciogliendoci all’impatto, l’attuale angosciosa annichilita maciullata condizione della nostra civiltà, interrogandosi come avrebbe voluto interrogarsi e interrogarci il Teo-Kolossal (kafkianamente Porno) del “postumo” Pasolini. E nel farlo indaga, con cinica generosità, sull’impotenza cinematica del mondo e dei suoi falsi movimenti, individuando Palermo come Zona eletta dei sopravvissuti stalker visionari, privati tutti delle possibilità di dare forma al “racconto della realtà”, consapevoli che tale forma ha sempre abitato il Regno di Utopia.
Di questi stalker, qui e ora, Maresco si conferma la guida più ispirata e coerente, proprio perché la sua scommessa non riguarda il cinema (morto e insepolto), né tantomeno la sua forma, ma come in tutti i grandi film odierni, una possibile idea di vero. Maresco sa bene come non si possa evocare, se non equivocamente, la contemporanea realtà sociale, politica, culturale (che ormai si fa scudo di se stessa), e quanto sia vano declinare di essa significati e proporzioni, peraltro smisurati e “inconcepibili”. Il suo fare cinema sembra solamente interessato a fissare, di quel vero che insegue, il cuore rivelatore.
E lui si comporta da entomologo smagato e infelicemente perplesso (nel constatare la disfatta di cui il suo film ci dice), obnubilato dal sole calante di una memoria agita da paesaggi definitivamente perduti.
Perché, al di là della sostanza-cinema, che in questo febbrile condensato di visioni migranti tracima potentissima fino a ottundere ogni circostanziata (e, diciamolo pure, mediocre) attesa, in Belluscone pulsa l’essenza del pensiero mareschiano esercitatosi sull’inconciliabilità sempiterna tra l’arte e la conduzione della società, denunciando (ed è questa l’unica denuncia che si sente di fare) quanto tale relazione sia profondamente corruttrice per la vita delle arti stesse, le quali – ci avverte Vittorio Gregotti in un suo recente saggio – “devono sempre proporre una presa di distanza dalle maggioranze rumorose” (e persino, dolorosamente, da tutte le minoranze) per ciò che concerne “la consistenza storica delle nozioni di bene e male, di giusto e ingiusto, di valori e fatti, della relazione tra l’individuo e la società”.
Trascinando se stesso e la propria realtà a una distanza siderale, Maresco fa un film importante, ai confini di ogni valutazione cinefila o estetica tout court.
Importante perché scende sul campo come film-situazione nel proporre un “overlook” (fantascientifico/fantasmatico) sull’eterno presente del nostro futuro caduto nel tempo, della nostra perdizione senza più fughe (nemmeno musicali).
E dunque anche Palermo e la sua putrefatta mafiosità (che ci ha ridotto al rango di testimoni assenti) può diventare il simbolo del deserto contemporaneo, popolato di non-morti intenti a spellarsi, dentro e fuori, tentando buffamente, nel far questo, di nascondere il proprio scheletro.
E che in Belluscone, Maresco l’abbia riquadrata e trasfigurata questa sua Zona, come mai prima nessuno, è un fatto. Belluscone c’è, e la sua forza disintegra qualunque spasimo polemico circa il presunto “raccontabile” rimasto (a tutto o a mezzo tondo) di Palermo, dell’Italia, del mondo, della “realtà”. •

Umberto Cantone

 

 

BELLUSCONE SU RAPPORTO CONFIDENZIALE
CONVERSAZIONE CON FRANCO MARESCO a cura di Andrea Inzerillo
F FOR FRANCO di Andrea Inzerillo
BELLUSCONE, O DELLA POSTUMITÀ CONTEMPORANEA ALL’AUTORE di Alessio Galbiati
PALERMO CUORE DI TENEBRA di Umberto Cantone
BELLUSCONE, UNA STORIA MAINSTREAM di Rubina Mendola

 

 

 

Belluscone, una storia siciliana
regia: Franco Maresco
sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo
fotografia: Luca Bigazzi, Tommaso Lusena De Sarmiento, Irma Vecchio
montaggio: Franco Maresco
scenografia e costumi: Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza
aiuto regia: Francesco Guttuso
assistente regia: Giuliano La Franca
supervisione color correction: Luca Bigazzi
montaggio del suono: Luca Bertolin
la canzone Vorrei conoscere Berlusconi è di Erik
laboratori video e audio: Margutta Digital International / Time Line Studio
produttori: Rean Mazzone, Anna Vinci
coproduttori: Fausto Amato (Sicilia Consulenza), Sila Berruti (Frenesy Film Company)
associati in partecipazione: Claudia Amato, Vanio Amici, Nicola Favuzza, Mario D’Amore, Giuseppe Figlioli, Giovanni Giannone, Giuseppe Lo Bianco, Francesco Ruffolo, Piero Scozzari, Marco Zummo
con: Ciccio Mira, Erik, Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Ficarra e Picone
produzione: Ila Palma, Dream Film
distribuzione cinematografica: Parthénos
ufficio stampa: Gabriele Barcaro, Alessandra Tieri
colore: colore e b/n
formato: HD
rapporto: 16:9
paese: Italia
anno: 2014
durata: 94′

 

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