Inglourious Basterds > Quentin Tarantino

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero19, novembre 2009 (pag.36-37)

 

Inglourious Basterds
Le convergenze parallele (e bastarde) di Quentin Tarantino

di Alessio Galbiati

È bene che chiarisca immediatamente la mia visione del film che è piuttosto intransigente e schematica. Inglourious Basterds è il racconto di una storia d’amore impossibile fra una donna ebrea sfuggita alla morte nelle campagne francesi e rifugiatasi in un cinema parigino ed un valoroso soldato del terzo Reich che grazie al suo eroismo è divenuto la star di un film di regime. Il tutto sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Dunque in essenza una storia d’amore impossibile alla quale il regista-sceneggiatore Tarantino innesta una bizzarra vicenda da war exploitation che ha come protagonisti una selvaggia banda di spietati ebrei vendicatori guidati dal tenente Aldo the Apache Raine braccata da un arguto ed altrettanto spietato colonnello nazista, Hans Landa. Da una parte dunque c’è il cuore del film, la storia d’amore impossibile ed il ritratto di una nuova eroina tarantiniana, dall’altra il divertissement cinefilo, due traiettorie distinte ma parallele che convergono in un finale pirotecnico ambientato in una sala cinematografica entro la quale far saltare in aria Hitler e tutto l’establishment nazista.
La passione di Tarantino per le eroine dei suoi film è arcinota e conclamata dalla sua filmografia, con Inglourious aggiunge un nuovo ritratto alla galleria di donne fiammeggianti del suo cinema di stampo sternberghiano per le passioni che accendono – penso ai film di Josef von Sternberg con Marlene Dietrich (1) – ed assai vicine alle serial queen di inizio secolo (2). Dopo le scatenate donne di cinema protagoniste di Death Proof, dopo la leggendaria The Bride in Kill Bill e l’indimenticabile Jackie Brown, è il turno di Shosanna Dreyfus, interpretata da Mélanie Laurent, un’accanita cinefila pronta a tutto pur di distruggere l’odiato Fuhrer ed il suo codazzo di tirapiedi. È lei il motore della storia, lo sguardo dal quale l’intero film prende il via (la prima sequenza, quella dello spossante e magistrale dialogo fra il “villano” ed il colonnello interpretato da Christoph Waltz è seguita con lo sguardo sbarrato propri dagli occhi di Shosanna, che da sotto il pavimento trattiene il respiro per non essere scovata), è lei che decide le sorti della seconda guerra mondiale nell’universo fantastico allestito da Tarantino prendendo forma come un golem cinematografico fra le fiamme che concludono la pellicola. Inglourious Basterds è la storia di Shosanna che solo incidentalmente si incrocia con quella dei “bastardi”. Le convergenze parallele (3), storie distinte che ad un certo punto incrociano le loro traiettorie, sono una delle marche autorali del cinema di Quentin Tarantino, basti pensare al suo film più celebre e amato, Pulp Fiction (1994), un ordigno perfetto organizzato per ellissi ed sovrapposizioni, dove la visione complessiva è un abbaglio dato dalla somma di storie distinte che si toccano l’una con l’altra per pochi e piccoli dettagli. Questo scarto fra le due storie raccontate è dunque ricorrente nel cinema di Tarantino, è una sua caratteristica peculiare; c’è in tutta la sua filmografia una doppia anima, una doppia natura che non sempre soddisfa lo spettatore in maniera efficace (per quanto mi riguarda invece ogni film di Tarantino è puro godimento) ma che è dettata da una sua concezione profonda – e personale – dell’arte cinematografica. «Ho sempre considerato di avere due universi. Da una parte c’è il mondo normale di Quentin, che a me sembra divertente come un film, ma in realtà è quasi più vero della vita reale, ed è da questo mondo che arrivano Reservoir Dogs o Pulp Fiction. Dall’altra parte c’è il mondo del cinema, in cui la mia vita non c’è più, ci sono solo i film. Kill Bill è la prima opera che ho diretto dentro questo universo. La maniera più precisa per descrivere le differenze tra questi universi è che un film come Kill Bill è quello che i personaggi di Reservoir Dogs e Pulp Fiction andrebbero a vedere» (4). Difficile dire se il messianico Jules Winnfield di Pulp Fiction o il Mr. Blonde di Reservoir Dogs andrebbero al cinema a vedere l’ultima fatica di Quentin, difficile a dirsi anche perché non sappiamo se avrebbero gradito Jackie Brown (di sicuro Pam Grier, l’attrice protagonista ed icona della Blaxploitation (5)) senz’altro il più prossimo ad Inglourious anche solo per l’ambivalenza di giudizi con il quale è stato accolto (amato-odiato, apprezzato-stroncato). All’epoca della sua uscita Jackie Brown venne salutato dalla critica specializzata come la maturazione definitiva di un regista che fino a quel momento era stato in grado unicamente di confezionare una serie di sequenze magistrali alle quali mancava ancora un tessuto connettivo più solido e convincente, Jackie Brown era finalmente una storia completa, continua, ci faceva seguire un personaggio dall’inizio alla fine ed insieme ad esso potevamo godere compiutamente di una trama, di una storia lineare. In apparenza con Inglourious Basterds Tarantino compie due passi indietro, tornando a sfilacciare la storia e perdendosi in interminabili sequenza dialogiche che molti potrebbero trovare stucchevoli, e per di più c’è una trama secondaria, la vicenda dei bastardi capitanati da Brad Pitt, ricercati e temuti da Hitler in persona, che intorbida ulteriormente le acque del film, sembrando null’altro che una parodia; ma c’è un qualcosa che unisce i due film, un qualcosa che è stato ben definito nel 1998, a proposito di Jackie Brown e che calza perfettamente pure ad Inglourious, sui Cahier du cinéma dell’aprile ’98 da Jones Kent: «Il piacere della visione risiede nello sgretolarsi rallentato del tempo che è passato sui volti e sui corpi dei personaggi. Come in un universo dall’aria rarefatta, queste figure avanzano lentamente verso il loro destino, e la vera bellezza della regia sta nel prolungare questi percorsi paralleli e incrociati il più lontano possibile, il più a lungo possibile» (6).
La bellezza nel cinema di Tarantino sta proprio nei dialoghi, in quelle sequenza lunghe ed interminabili che paiono contenere più vita di quanta se ne possa incontrare scendendo per strada, l’iper-realismo dei suoi personaggi, uomini o donne che siano, è puro cinema, ed è nella traiettoria dei loro destini incrociati, nella convergenza di queste esistenze, che sta la magia del suo cinema.
 


* * *


Note:

(1) Il connubio artistico fra Josef von Sternberg (1894-1969) e Marlene Dietrich (1901-1992), sbocciato in Germania nel 1930 con Der blaue Engel (fu il primo film sonoro del cinema tedesco) e proseguito ad Hollywood (entrambi lasciarono la Germania nazista per un rifugio dorato a stelle e strisce), ha prodotto (made in Paramount) capolavori indimenticabili quali The Blue Angel (rifacimento del successo tedesco girato nel ‘30), Morocco (1930), Dishonored (1931), Shanghai Express (1932), Blonde Venus (1932), The Scarlet Express (1934), The Fashion Side of Hollywood (film 1935 dove la Dietrich non ha propriamente il ruolo da protagonista ma dove svetta ancora una volta su tutto il resto del cast) e The Devil Is a Woman (1935). Pellicole in cui Marlene Dietrich è resa immortale dalla regia di von Sternberg, film in cui si da forma e sostanza cinematica ad una femminilità tragica e monumentale ed in cui si afferma la natura assolutamente libera e indomabile di uno spirito femmineo androgino ed affascinante, capace di ammaliare entrambi i sessi.

(2) Con il termine serial queen si designano le protagoniste di moltissimi prodotti seriali cinematografici che a partire dai primi anni del primo decennio del secolo scorso hanno inondato gli schermi di mezzo mondo (prodotti negli Stati Uniti vennero riadattati soprattutto per il mercato francese, ma non solo) con le rocambolesche avventure di un manipolo di donne ipercinetiche e decisamente emancipate dal giogo paternalismo maschilista del tempo. Il capostipite del genere è un serial in dodici episodi della lunghezza di due rulli, distribuito a cadenza quindicinale a partire dal luglio 1912, What Happened to Mary?, regia di W. Edwin e J. Seale, che aveva come protagonista l’attrice Mary Fuller. Il genere proseguì incrementandosi esponenzialmente, per numero di serie (non c’era casa cinematografica che non ne producesse almeno uno) e frequenza degli episodi, fino al 1920 soppiantato da una diversa modalità di fruizione del prodotto cinematografico che a quell’epoca era alla ricerca di una sua collocazione nel sistema delle arti contemporanee. Alle serial queen Rapporto Confidenziale ha dedicato uno speciale in quattro parti (a cura di Alessio Galbiati) pubblicato sui numeri: 2 (febbraio 2008), 3 (marzo 2008), 4 (aprile 2008) e 5 (maggio 2008).

(3) “Convergenze parallele” è un’espressione tipica della lingua italiana, e in particolare del lessico politico e/o politichese. Dal punto di vista retorico, l’espressione viene utilizzata in senso di ossimoro, in quanto nasce dall’accostamento di due parole in antitesi. Le convergenze parallele sono infatti un paradosso. Nel pensare comune, ovvero nell’ambito della geometria euclidea, due rette parallele non possono convergere; due rette parallele non si incontrano mai.
http://it.wikipedia.org/wiki/Convergenze_parallele


(4) Intervista concessa da Quentin Tarantino in Mark Olsen, Turning On A Dime – The Kill Bill interview, Sight & Sound, ottobre 2003.

(5) A proposito della Blaxploitation si veda: Roberto Rippa, L’avventurosa storia della AMERICAN INTERNATIONAL PICTURES. Quarta parte: eroi neri e luoghi comuni bianchi – La Blaxploitation secondo la A.I.P. in RC, numero4 aprile 2008 (pag.6-12); in particolare la mini-biografia dedicata a Pam Grier a pagina 9.

(6) Jones Kent, Eloge de l’acteur vieillissant, in Cahiers du cinéma, n°523, aprile 1998 (pag.30-33).

 

 

Inglourious Basterds
Bastardi senza gloria
(USA-Germania/2009)
regia, sceneggiatura: Quentin Tarantino
fotografia: Robert Richardson
macchine da presa: Arriflex 435, Panavision Primo and G-Series Lenses, Panavision Panaflex Millennium, Panavision Primo and G-Series Lenses
negativo: 35 mm (Kodak Vision2 200T 5217, Vision3 500T 5219)
formato: 35 mm (Fuji Eterna-CP 3513DI)
mascherino: 2.35 : 1
montaggio: Sally Menke
scenografia: Sandy Reynolds-Wasco
costumi: Anna B. Sheppard
casting: Simone Bär, Olivier Carbone, Jenny Jue, Johanna Ray
stunts: Zoe Bell (e altri)
direttore di produzione: David Wasco
produzione: Universal Pictures, The Weinstein Company, A Band Apart, Zehnte Babelsberg Film, Visiona Romantica
anteprima mondiale: Cannes Film Festival, 20 maggio 2009
distribuzione italiana: Universal Pictures
data di uscita italiana: 2 ottobre 2009
lingua: inglese, tedesco, francese, italiano
paese: USA, Germania
anno: 2009
durata: 160’


Interpreti principali: Brad Pitt (tenente Aldo the Apache Raine), Mélanie Laurent (hosanna Dreyfus), Christoph Waltz (colonnello Hans Landa), Eli Roth (sergente Donny Donowitz), Michael Fassbender (tenente Archie Hicox), Diane Kruger (Bridget von Hammersmark), Daniel Brühl (soldato Fredrick Zoller), Til Schweiger (sergente Hugo Stiglitz), Gedeon Burkhard (Wilhelm Wicki), Jacky Ido (Marcel), B.J. Novak (Smithson Utivich), August Diehl (maggiore Dieter Hellstrom), Denis Menochet (Perrier LaPadite), Sylvester Groth (Joseph Goebbels), Martin Wuttke (Adolf Hitler), Rod Taylor (Winston Churchill), Mike Myers (General Ed Fenech), Julie Dreyfus (Francesca Mondino), Richard Sammel (sergente Werner Rachtman)

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  • Bimbo Alieno

    Io ne ho tratto una visione completamente diversa, un’altra chiave di lettura. Ma devo riconoscere che anche questa ha un suo appeal. Probabilmente la grandezza di Tarantino è anche questa.