Classe tous risques > Claude Sautet

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero24 (aprile 2010), pagg. 34-35

 

Asfalto che scotta
“Classe tous risques”, il capolavoro misconosciuto di Claude Sautet

Abel Davos è un latitante condannato a morte in contumacia in Francia, il suo Paese. Da tempo si muove con la sua famiglia di Paese in Paese cercando di sfuggire all’arresto. Deciso a ritornare in Francia dall’Italia, sceglie di compiere un’ultima rapina a danno di due portavalori a Milano. Un intoppo nella fuga che segue alla rapina sarà l’avvio di una reazione a catena.

Viene da chiedersi cosa di questo primo lungometraggio di Claude Sautet (il precedente Bonjour sourire!, 1956, era da lui poco considerato e raramente viene citato nella sua filmografia), tratto da un romanzo di José Giovanni del 1958, non abbia convinto il pubblico, che disertò le sale al tempo della sua prima uscita sugli schermi.
José Giovanni (nom de plume dello scrittore, sceneggiatore e regista franco-svizzero di origine corsa Joseph Damiani, 1923-2004) trae ispirazione per la storia narrata nel romanzo mentre è prigioniero nel braccio della morte del carcere di Parigi, dove è in attesa di esecuzione. Nella cella vicina, pur non essendo ancora iniziato il processo a suo carico, c’è un rapinatore. È senza soldi e Giovanni, impietosito, gli regala una tavoletta di cioccolata e alcuni francobolli, un gesto che spingerà l’uomo ad aprirsi e a raccontargli la sua storia. Graziato dal presidente Vincent Auriol e scarcerato, José Giovanni utilizza la sua esperienza nel milieu del crimine come spunto per alcuni romanzi di grande successo. “Classe tous risques” è il suo terzo. Il primo “Le trou”, sul suo tentativo di evasione dal carcere, viene portato al cinema da Jacques Becker, dal secondo, “Le deuxième souffle”, Jean-Pierre Melville trarrà nel 1966 uno tra i suoi numerosi capolavori. Il suo debutto nell’editoria è stato favorito da Albert Camus che, letto “Le trou” su consiglio dell’avvocato di Giovanni, lo ha presentato a Marcel Duhamel, che ha deciso di pubblicarlo nella celebre collana di “polar”, sintesi tra il noir e il poliziesco, Série noire , edita da Gallimard.
Dapprima dimenticata, la storia che ha ascoltato dal suo vicino di cella tornerà in mente a Giovanni al momento della ricerca di ispirazione per il suo terzo romanzo.
L’ulteriore passaggio, quello dalla pagina al grande schermo, avviene grazie a Lino Ventura che, avendo letto e apprezzato il libro, si mette alla ricerca di un regista che possa dirigere la storia. Giovanni, che grazie a Jacques Becker ha debuttato nel cinema come sceneggiatore, conosce Claude Sautet, che oltre ad aver lavorato come aiuto regista (per esempio per George Franju per Les yeux sans visage, 1959, alla cui sceneggiatura ha messo mano), è noto per il fatto che, come Giovanni, viene chiamato, spesso all’ultimo momento, a sistemare sceneggiature deboli quando non proprio nulle. Gliene parla e Sautet decide di girare il film.
La sceneggiatura viene scritta da Sautet, Giovanni e l’appena ventiseienne Pascal Jardin.
Il regista, che è noto per il suo perfezionismo, scrive e riscrive e sprona gli altri a fare lo stesso. Ciò che risulta da questo lungo lavoro è un’opera complessa che non si limita all’azione, pur presente, ma scava nella psicologia dei personaggi, soprattutto in quella del suo protagonista, che non per nulla appare diverso dai criminali cinematografici dell’epoca.
Classe tous risques (che in Italia si intitolerà Asfalto che scotta) si apre con Abel che decide di lasciare con sua moglie e i due figli l’Italia contando di nascondersi a Parigi. Per realizzare il suo intento, ha necessità di denaro, da qui l’idea di realizzare un’ultima rapina con il complice Raymond Naldi (che ha il volto di Stan Krol, .ex carcerato diventato rappresentante di commercio che era solito fare visita a José Giovanni sul set e che per questo venne notato da Sautet che lo scelse per il suo aspetto da duro).
Messa la sua famiglia su un treno, Abel, con il suo complice, porta a compimento la rapina e fugge. Nel corso della fuga, però, qualcosa non andrà per il verso giusto e questo darà il via a una reazione a catena dagli esiti tragici. Questa prima parte viene scritta e diretta con grande ritmo, come i grandi classici del genere ma presto il registro cambia. Abel, rimasto solo, deve contattare i suoi vecchi complici a Parigi perché lo aiutino a raggiungere la capitale. Questi, però, paiono poco disposti ad aiutarlo. Avendo alcuni di loro cambiato vita, e nel timore di mettere a rischio quanto accumulato, scelgono di non esporsi in prima persona inviando un giovane a lui sconosciuto, Eric Stark, con il compito di riportarlo a Parigi.
Il personaggio di Eric Stark introduce un nuovo cambio di registro: mentre la suspence si mantiene costante nel corso del rocambolesco viaggio in ambulanza dalla Costa Azzurra alla capitale, il rapporto tra i due inizia ad evidenziare una solidarietà che si rivelerà con maggiore evidenza una volta giunti a destinazione. Erick Stark è interpretato da un giovane Jean-Paul Belmondo, che al cinema si è già mostrato ma che si appresta a esplodere grazie a À bout de souffle di Jean-Paul Godard, giunto nelle sale francesi appena una settimana prima di Classe tous risques
Sautet incontra Belmondo a Saint-Germain-de-Près e rimane conquistato dalla sua presenza e dal suo carisma, che trova assolutamente adatti per il ruolo, malgrado il personaggio nel libro sia più vecchio. Il produttore, invece, non lo vuole: dando dimostrazione di scarso fiuto, dice che alla sua vista sullo schermo, il pubblico chiederà la restituzione dei soldi del biglietto. Sautet e Giovanni si battono per averlo nel film e l’hanno vinta, fortunatamente visto che la sua interpretazione del personaggio è un valore aggiunto.
Nel corso del viaggio, ai due si aggiunge Liliane (Sandra Milo), una giovane donna che Erick decide di accompagnare a Parigi dopo che lei ha avuto una lite con il suo accompagnatore. Sandra Milo, presente per motivi di coproduzione con l’Italia, appare qui profondamente diversa (come del resto anche in Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli) da come ci abitueremo a vederla di qui a poco, per esempio in 8 e ••• (1963) di Fellini. Voce sommessa (in francese viene doppiata) e capelli neri, affronta una parte non di primo piano donando al pesonaggio una discrezione e un’ambiguità (il personaggio si presenta come attrice, ma di lei si sa poco per non dire nulla) non comuni.
All’arrivo a Parigi il registro cambia nuovamente: questa è la storia di un declino ineluttabile e il personaggio di Abel, che sa di non avere un futuro davanti a sé, tenta disperatamente di sistemare almeno le questioni in sospeso. Affidati i figli al custode del museo navale, ex collega del padre, si avvia verso un destino forse non troppo diverso da quello che i suoi gesti di inizio film, tipici di chi sa di non avere nulla da perdere e tenta solo di salvare coloro che con le sue scelte hanno poco a che vedere, lasciavano presagire.
Prima di questo, però, regolerà i conti con coloro che, prendendo le distanze da lui, lo hanno sostanzialmente tradito, venendo meno a un codice etico criminale.
Quello di Abel è un personaggio multidimensionale e Lino Ventura gli porta uno spessore fatto di poche parole e molta sostanza, tenendosi sempre a debita distanza dai luoghi comuni dei personaggi classici del genere. Non è un duro, sebbene sia capace di esserlo, e nemmeno un pavido. È soprattutto un uomo solo ed è uno dei rari criminali dello schermo che soffre della sua solitudine. L’attore, che già in questa epoca rischiava di venire chiamato a interpretare sempre le stesse parti, nel ruolo del poliziotto (come in Ascenseur pour l’echafaud – Ascensore per il patibolo di Louis Malle) come in quello di criminale, dimostra, qui come altrove, di avere molte frecce al suo arco e la sensibilità del suo personaggio è sempre in primo piano. Un attore, sicuramente degno di essere annoverato tra i migliori della sua epoca, che merita tutto il riconoscimento che la sua patria di adozione non ha mai smesso di tributargli, anche oggi a molti anni dalla sua scomparsa. Lui e Sautet torneranno a lavorare insieme una sola volta ancora, per L’arme à gauche (Corpo a corpo, 1965).
Classe tous risques è un mirabile esempio di scrittura, con dialoghi che evitano costantemente il superfluo, con personaggi – anche quelli di secondo piano – sempre ben definiti e una storia che non teme il cambio di registro. Malgrado questo, andrà incontro, alla sua uscita nelle sale francesi, a un inaspettato insuccesso di pubblico (meno sonoro di quello di Le trou di Jacques Becker, uscito contemporaneamente). Si rifarà nel tempo, giungendo infine alla rivalutazione e all’indiscutibile consacrazione a classico del cinema europeo.
Sautet, scomparso nel 2000, avrà da par suo tutto il tempo di venire riconosciuto come il grande autore che era grazie anche a pellicole come Un coeur en hiver (1992) e Nelly & Monsieur Arnaud (1995), che ottengono un David di Donatello e grazie ai quali viene premiato come migliore regista con il César. Due film che ancora, pur privi dell’elemento criminale, narrano storie di solitudine.
Classe tous risques rappresenta un’occasione di apprezzare l’opera di un Maestro del cinema che merita più gloria di quanta gli venga tributata dalle nostre parti.

Roberto Rippa


Classe tous risques (Asfalto che scotta, Francia-Italia, 1960)

Regia: Claude Sautet Soggetto: José Giovanni (dal suo romanzo omonimo) Sceneggiatura: Claude Sautet, José Giovanni, Pascal Jardin Musiche: Georges Delerue Fotografia: Ghislain Cloquet Montaggio: Albert Jurgenson Interpreti principali: Lino Ventura (Abel Davos), Jean-Paul Belmondo (Eric Stark), Sandra Milo (Liliane), Marcel Dalio (Arthur Gibelin), Michel Ardan (Riton Vintran), Simone France (Therese Davos), Michèle Méritz (Sophie Fargier), Stan Krol (Raymond Naldi) Durata: 107’.

DVD

Due, essenzialmente, le edizioni del film in DVD degne di attenzione.
La prima, ad opera di Rarovideo, presenta il film in formato 1.85:1 (16/9) e audio mono Dolby Digital. A livello di contenuti extra, un’intervista a Mauro Gervasini su Claude Sautet e il polar e quindi “Il compositore Georges Delerue secondo Sergio Bassetti”. Non manca il trailer originale.
Un poco più ricca l’edizione americana della Criterion, tra l’altro stupendamente restaurata da negativo. Formato video 1.66:1 (16/9), audio mono Dolby digital e alcuni contenuti extra di grande interesse: estratti dal documentario di N.T. Binh e Dominique Rabourdin del 2003 Claude Sautet ou la magie invisible, intervista a José Giovanni, segmento di un’intervista d’epoca in cui Lino Ventura parla della sua carriera (con un intervento di Sautet). L’edizione è completa di libretto contenente un saggio di Bertrand Tavernier e N.T. Binh, un’intervista a Sautet e un tributo di Jean-Pierre Melville risalente al 1962. Audio solo in francese e sottotitoli in inglese.

Fonti:

Claude Sautet ou La magie invisible (2003) Regia: N.T. Bihn; scritto da: N.T. Bihn e Dominique Rabourdin • Mauro Gervasini, Cinema poliziesco francese, Le mani, ottobre 2003 • Wikipedia • Imdb

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+