Mammuth > Benoît Delépine, Gustave de Kervern

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero25 (maggio 2010), pagg. 6-7

Un tocco di leggerezza in un mondo di Mammuth

Benoît Delépine e Gustave Kervern tornano dopo il successo di Louise-Michel

di Emeric Sallon [Traduzione RR]

Lui è lì, in quel guardaroba grigiastro, intento a cambiarsi per un’ultima volta, la lunga capigliatura che gli cade sulla schiena. “Lui” potrebbe essere Mickey Rourke in The Wrestler, vecchio lottatore amato da coloro che lo circondano fuorché da sua figlia, immagine di una riuscita nella sua attività. Potrebbe essere anche Gérard Depardieu in Mammuth, uomo privo di obiettivi, sottostimato da tutti, che avrebbe voluto suicidarsi.
Difficile non vedere una strizzata d’occhio al film di Aronofsky in questo piano del nuovo film dei compari Benoît Delépine-Gustave Kervern, ingiustamente relegati nella sezione “buffi bontemponi di Groland” (Groland è una città immaginaria in cui sono ambientati alcuni programmi televisivi comici scritti da Kervern e Delépine per il canale televisivo francese Canal+. Ndt).
Triste constatare che la maggior parte dei media (e del pubblico) restino attaccati all’idea che vuole che i due non possano fare altro che un film recante il timbro di Groland, ossia umorismo dinamico di grana grossa. Constatazione triste in quanto il duo ha già dato prova di cosa sia capace con Aaltra, Avida e Louise-Michel.
Dopo i due lungometraggi in bianco e nero, visivamente alieni e poco propensi a farsi comprendere, Louise-Michel del 2008 può essere considerato come un punto di svolta, un segno di maturità e la voglia di proseguire l’incredibile avventura cinematografica aprendosi al grande pubblico.
La trama di Mammuth è piuttosto semplice: Un uomo inattivo da tempo si avvicina alla pensione e deve recuperare dieci mensilità di stipendio per poter ottenere l’indennità per la pensione.
Si mette quindi in strada sulla sua vecchia moto per ripercorrere a ritroso i suoi passi, la sua vita, incontrando strada facendo una serie di personaggi improbabili.
Il “road movie”, genere cinematografico peculiare, non ha assolutamente come scopo quello di basarsi su sceneggiature particolarmente sviluppate. Che si tratti di un ultimo viaggio prima di installarsi in una vita adulta (come nell’ultimo Mendes Away We Go) o di un ultimo viaggio che restituisca un senso alla propria vita (il purtroppo dimenticato troppo presto About Schmidt di Alexander Payne), lo scopo principale dei suoi personaggi rimane quello di partire per mettere alla prova i propri limiti, per ritrovarsi, percorrere un territorio geografico, incontrare individui diversi e riscoprire una cultura. Il “road movie” tiene più di tutto a questo universo creato, a questi esseri incrociati, a un mondo osservato (criticato o amato) più che a un racconto complesso.
I due registi sanno perfettamente come muoversi in questo genere cinematografico atemporale (Aaltra, “road movie” con due persone su sedia a rotelle, Louise-Michel sorta di viaggio sociale in cui una donna percorre una regione per vendicare la chiusura della fabbrica in cui era impiegata. V. Rapporto Confidenziale numero24). Questa volta, però, con questa escursione in moto (una specie di Easy Rider estemporaneo), realizzano un omaggio.
C’è dunque Serge Pilardosse (Depardieu), che a ogni apparizione occupa metà schermo, maestoso, massiccio, sobrio e umano, che si è lasciato trasportare dalla vita, occupandosi per quarant’anni di piccoli lavoretti per cancellare un terribile ricordo.
C’è la sua compagna Catherine – Yolande Moreau, magnificamente trattenuta nei panni di un personaggio di donna stanca ma combattiva, che amerebbe poter riposare un poco e che ama con schiettezza – parte di questa coppia senza storia e senza liti (cosa rara, quest’ultima, nel cinema francese). A lato, il fantasma di un amore giovanile, presente sin dalla prima immagine del film (una soggettiva su una moto tra campi e vigne prima dell’incidente), che ha la forma di una Isabelle Adjani atemporale che ossessiona il Mammuth costringendolo in una malinconia morbosa.
Potrebbe Serge uscire da questo malessere che lo perseguita da quando in quell’incidente il suo amore perse la vita?
È questo, alla fine, il soggetto del film. Perché la storia delle carte da recuperare viene presto abbandonata, segno di una libertà che alla coerenza delle parole preferisce le persone.
A contatto con personaggi teneri o insopportabili, simpatici o cattivi, Serge arriva a ritrovare un soffio, lui che aveva conosciuto Catherine quando contava di porre fine ai suoi giorni. Torna a casa e abbraccia quella bella anima e la ricopre di “Ti amo”. Triste? Non proprio: Mammuth riesce a creare dalle situazioni e dalle vite patetiche l’occasione per una risata sincera.
La successione degli incontri costruisce scene esilaranti e talvolta memorabili: Mammuth ne dice di tutti i colori al macellaio di un minimarket ma i due uomini hanno la lingua tanto lunga quanto sono poltroni e tutto finirà lì; Catherine riassume la prima disastrosa giornata del suo compagno e conclude che dovranno trovare presto una soluzione per evitare di passare dall’omeopatia agli antidepressivi. Questo in un ristorante in cui quattro uomini, tra cui Serge, cenano soli e uno tra loro telefona a sua figlia di cui sente la mancanza e quella conversazione stupida e ridicola li porta a ridere come ragazzini sotto gli occhi inquieti e stupiti della cameriera.
Un poco più distante, il viticoltore datore di lavoro di Serge si impegna in una sorta di maieutica per giungere alla conclusione che Serge è un idiota, ecco perché nessuno lo ha dichiarato come suo dipendente, perché tutti hanno fatto uso della sua stupidaggine (o della sua innocenza).
Kervern et Delépine fanno ricorso a una gamma di ricette per cesellare questo umorismo a denti stretti.
Un ulteriore piano del film riguarda la piccola festicciola per la partenza di Serge dal macello suino dove lavora. I suoi colleghi e “amici”, come ricorda il proprietario, hanno avuto l’idea per questa festa.
Il discorso di partenza, banale e penoso, stila un ritratto del nostro protagonista (primo scopo di questa scena) ma crea anche un’ambientazione, con la cinepresa posta alle spalle di Serge (visto di schiena come spesso nel corso del film), mentre osserva i suoi colleghi, ognuno con un vassoietto di patatine in mano impegnati a
rimpinzarsi durante tutto il discorso, assimilabili senza difficoltà a una mandria porcina (secondo obiettivo della scena, creare un’ambientazione stramba, buffa e sordida allo stesso tempo). Da qui spicca una constatazione crudele sul mondo del lavoro, sulle relazioni professionali, il pensionamento e la questione del successo nella vita, esaltato nella scena seguente in cui lo spettatore scopre che il regalo di partenza altro non è che un puzzle (terzo obiettivo: istillare nella storia una ciritica sociale per piccoli tocchi, senza cadere nel moralismo).
Lettura in tre tempi, ogni scena riesce a conservare una libertà formale, una costruzione ragionata assumendosi nel comtempo la sua parte di follia e di imprevedibilità.
Avendo fatto gavetta in gioventù prima di diventare piuttosto conosciuti, Delépine et Kervern si concedono il lusso di far partecipare al film i propri amici, il tempo per un’apparizione.
Troviamo quindi Sine (nel ruolo di un viticoltore), Bouli Lanners (in una scena geniale con Miss Ming, con quest’ultima che gli spiega di avere avuto l’idea di scrivere un curriculum vitae su carta igienica riciclata con del sangue come inchiostro), Anna Mouglalis, Benoît Poelvoorde in uno di quei ruoli comici nei quali è tra i pochi a portare credibilità a un personaggio.
Nessuno tra loro cerca mai la difficoltà nella recitazione, tutti si divertono e divertono lo spettatore.
Per quanto riguarda la fotografia, piuttosto efficace, i due rifanno squadra con Hugues Poulain (già attivo in questo senso per Avida e Louise-Michel) giocando questa volta con due tipi diversi di grana: una grossa, stile vecchio film sugli hippy, per rappresentare i ricordi, una luce bianca – che cozza contro le case bianche di Royan – per il presente. Non bastando loro questo, ecco che Kervern e Delépine scivolano, il tempo di qualche scena, in un umorismo cinico e assurdo (Depardieu, al supermercato, di fronte a un uomo svenuto nel reparto surgelati, lo tocca con la punta del pane che porta con sé e poi passa come se nulla fosse accaduto. Poco dopo, la scena strampalata in cui Depardieu e il suo vecchio cugino tentano di prodigarsi in una reciproca masturbazione senza successo, con Serge che esclama un « non è granché » nel contempo disilluso e divertito.
Quindi, subito dopo, i due registi fanno ricorso a un umorismo surrealista e più sottile come nella scena in cui Depardieu e Miss Ming contemplano una piscina attaccata a una parete, come capita di vedere presso i rivenditori di piscine, per poi ritrovarsi sul bordo di una di queste, prima che la cinepresa guadagni altezza e si scopra che i due personaggi galleggiano in una piscina in mezzo al mare, senza spiegazione alcuna su come si siano trovati li.
Ancora più avanti, Serge Pilardosse si rimette in forma in uno stagno di Charente, sorta di Eden romantico in cui lo spettatore è più abituato a vedere una bella naiade che un uomo corpacciuto in un costume da bagno pressoché inesistente.
Sarebbe quindi possibile rileggere questo Mammuth scena per scena per dettagliarne – assaporandole – tutte le sfumature e gli strati. E poiché i due complici sanno raggiungere i loro scopi, è spesso nello spazio di un’immagine che la frecciata sociale fa male, che la folgorazione crudele della realtà salta fuori.
Mentre Depardieu attraversa in moto i vigneti, un piano breve filma i nuovi viticoltori, inginocchiati come fossero in preghiera in direzione della Mecca, bella immagine di una Francia cosmopolita. È poi l’immagine delle case di riposo ad essere presa di mira, quindi i supermercati, il sistema di pensionamento e assunzione, il passare del tempo (la scena in cui Depardieu suona alla porta di quella che un tempo era una fabbrica artigianale diventata oggi la sede di una società specializzata in film in 3D).
Tutto accade, come le tappe di un viaggio privo di reale meta, in un’ora e mezza, senza che questo impedisca a Mammuth di prendere il tempo per ogni scena, di lasciare che la cinepresa giri un attimo di più per permettere di assaporare una gag.
Tutti i personaggi aggiungono qualcosa a questa commedia a tratti nostaglica e solare, rafforzata da Depardieu e Yolande Moreau ma anche dalla tenera Miss Ming, che prova in una scena che le persone semplici, o apparentemente semplici, non sono sempre gli idioti che pensiamo (disoccupata, la piccola guadagna da vivere ritirando la pensione di suo padre di cui non ha mai dichiarato la morte e che ha seppellito in giardino).
Il giorno di uscita di Mammuth sugli schermi francesi, uscivano anche una commedia “bobo” (bourgeois-bohémienne) – Le Mariage à Trois di Jacques Doillon – e una bobeauf (in parte “bobo”, parte “beauf”) – Camping 2. Se una commedia funziona è spesso perché ci si trova a parteggiare per i personaggi, ad assimilarsi a loro, trovandoli sempre caricaturali e quindi divertenti (come Patrick Chirac in Camping). Malgrado questo, ciò che manca spesso alle commedie francesi – e che sanno fare meglio gli Inglesi e gli Americani – è un pizzico di cattiveria nel loro umorismo, un po’ di eccesso leggermente immorale (vedere l’inglese In the Loop o l’inizio dell’americano Very Bad Trip)
Questo umorismo dissacrante, i due amici lo traggono dal loro vissuto a Groland, ma provano ancora una volta di sapergli dare consistenza per donare al loro film un’intensità, una bellezza, una potenza che supera la semplice commedia facile. Devo dirlo? Il duo Delépine-Kervern forma una vera coppia di cineasti (per convincersi di questo, basti vedere la scena ambientata nella trattoria di campagna abbandonata in cui Depardieu si muove tra rovine e ricordi) che assumono e perseguono la loro follia nel bene e nel male.
Verrebbe semplicemente voglia di dire loro, usando le parole di Isabelle Adjani: “Rimanete voi stessi, sono loro i fessi!”.


Mammuth
regia: Benoît Delépine, Gustave de Kervern soggetto, sceneggiatura: Benoît Delépine, Gustave de Kervern fotografia: Hugues Poulain montaggio: Stéphane Elmadjian musiche: Gaëtan Roussel suono: Guillaume Le Bras montaggio del suono: Alexandre Fleurant, Sebastien Marquilly trucco: Turid Follvick acconciature: Cécile Gentilin production design: Paul Chapelle production manager: Mat Troi Day case di produzione: GMT Productions, No Money Productions case di co-produzione: arte France Cinéma, DD Productions, Monkey Pack Films produttori: Jean-Pierre Guérin, Véronique Marchat produttore esecutivo: Christophe Valette interpreti: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Benoît Poelvoorde, Miss Ming, Blutch, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Siné, Dick Annegarn, Catherine Hosmalin, Albert Delpy, Gustave de Kervern, Bruno Lochet, Remy Kolpa formato: 1:85:1 paese: Francia anno: 2010 durata: 92’

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