Et in terra pax / Matteo Botrugno, Daniele Coluccini, Andrea Esposito

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010), pp. 88-91
all’interno di RC:speciale Et in terra pax un film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini


Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, dopo una formazione cinematografica e musicale, intraprendono la loro attività nel mondo dello spettacolo come compositori di colonne sonore per cortometraggi e di musiche di scena per il teatro. Dal 2005 si dedicano ad un’intensa attività di critica cinematografica e alla direzione di cortometraggi nei quali intendono coniugare le loro esperienze nel campo delle arti visive e musicali. Inizia allora la collaborazione con lo scrittore Andrea Esposito. Dal 2006 si cimentano con la regia-video per concerti e spettacoli teatrali. Nel 2007 il loro cortometraggio Chrysalis viene presentato in diversi concorsi e festival cinematografici fra i quali “La Cittadella del Corto”, “La7 – La 25° ora”, la “Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro”, e trasmesso in numerose web-tv. Lo stesso anno i due registi terminano il loro secondo cortometraggio, EUROPA, e un breve documentario sull’ultimo album dei due pianisti Giorgia Tomassi ed Alessandro Stella, Ravel2. Nel 2008 dirigono il videoclip Buchi bianchi, buchi neri degli Acustinauti e il cortometraggio Sisifo, presentato in anteprima a Lugano (Svizzera) nella retrospettiva “Focus on Matteo Botrugno & Daniele Coluccini”, e in concorso al South East New England Music Film and Arts Festival, al Mexico International Film Festival e al Salento Film Festival. All’inizio del 2009 dirigono A nobel prize for war, videoclip dei D.N.C.T.R.L.

Et in terra pax
Matteo Botrugno, Daniele Coluccini

Italia – 2010 – Red One Digital – 89′
speciale a cura di Roberto Rippa e Alessio Galbiati in

Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010),

pagg. 86-98


Intervista a Matteo Botrugno, Daniele Coluccini e Andrea Esposito
di Roberto Rippa e Alessio Galbiati

Rapporto Confidenziale: Voi iniziate nel 2007 con un cortometraggio, “Chrysalis”, scritto da Matteo Botrugno e diretto da Matteo con Daniele Coluccini.

Matteo Botrugno: La sceneggiatura l’abbiamo scritta tutti e tre insieme, con Andrea Esposito, su un mio soggetto. L’abbiamo poi diretto io e Daniele, che comunque abbiamo deciso di dirigere sempre insieme. Quello è stato il punto di inizio per una serie di lavori che abbiamo scelto di sviluppare e dirigere insieme.

Rapporto Confidenziale: Su questa scelta… sappiamo che al contrario di ciò che fanno molte coppie di registi, voi non vi alternate nella regia ma lavorate veramente insieme. Come funziona la collaborazione sul set?

Matteo Botrugno: Innanzitutto, quella sul set non è la prima parte del nostro lavoro. Forse la maggior parte del lavoro è proprio quello di noi tre in fase di scrittura. Successivamente, arrivano la fase di preparazione della fotografia, la decisione su come deve risultare tutto il lavoro: i ritmi, le varie dinamiche, le inquadrature, il lavoro con gli attori, che è un aspetto a cui teniamo particolarmente. Questo è un lavoro che facciamo in un secondo tempo, in maniera tale che sul set arriviamo già pronti.
Soprattutto, come ben sapete, essendo una produzione low budget, sul set non ci si può permettere di lavorare troppo con gli attori o di non sapere cosa si deve girare. Certo, qualche volta si può improvvisare, però bisogna essere perfettamente preparati e consapevoli anche del potenziale risultato finale in maniera tale da gestire e dimezzare al massimo i tempi di ripresa.

Daniele Coluccini: Voglio aggiungere una cosa a quanto ha detto Matteo sulla co-regia: noi siamo molto facilitati in questo in quanto ci conosciamo praticamente da sempre. Abbiamo iniziato le scuole insieme e ci conosciamo dalla prima elementare, abbiamo fatto tutto il percorso di studi fino all’università e post università insieme. Quindi anche la passione per il cinema è nata come un percorso comune. Molto spesso siamo in accordo sulle decisioni da prendere. Le volte che invece ci troviamo in disaccordo, sono comunque rare e vengono concordate prima… sappiamo chi tra i due dovrà cedere nel momento di una decisione che poi diventa quella comune. In questo siamo aiutati anche da Andrea che spesso fa da mediatore tra i due. In realtà, però, non abbiamo mai, quasi mai, avuto problemi a livello di idee. In questo senso è molto facile lavorare in due. Non abbiamo mai avuto problemi.

Rapporto Confidenziale: In fase di scrittura, invece, come lavorate? Tu, Andrea, sei co-sceneggiatore e aiuto regista.

Andrea Esposito: Il mio lavoro come aiuto regista è una prosecuzione del fatto che abbiamo iniziato a lavorare insieme partendo dallo stato molto embrionale di un’idea. Io, quindi, partecipo in questo ruolo solo perché conosco la sceneggiatura, conosco il tipo di lavoro che vogliamo fare, anche perché il tutto parte da uno spunto che, in genere, viene portato da me, Matteo o Daniele. Tenendone sempre conto, e dopo che abbiamo visto che dentro c’è qualcosa, un quid, si inizia a discuterne e ci si lavora finché non ha raggiunto una certa maturità. Allora diventa divertente, perché passiamo ore, giornate intere, a discutere su un frammento di quell’abbozzo, su cosa renderebbe eccezionale ciò che vogliamo fare, secondo il nostro modo di vedere, sul motivo per cui vale la pena lavorarci.
In genere lavoriamo in tre, ed è un numero molto buono perché c’è sempre una maggioranza. Io faccio spesso da mediatore, ma succede anche che uno degli altri due convinca l’altro, perché comunque dobbiamo essere assolutamente convinti tutti e tre. Noi lavoriamo insieme da tanto tempo e su progetti diversi – “Chrysalis” si basava su un’intuizione, “EUROPA” su un’altra – ma in cui, bene o male, c’è un’estetica di fondo molto simile. Abbiamo imparato a condividere lo stesso punto di vista sul cinema, sull’arte, e anche una certa visione esistenziale. Infatti andiamo ai festival e ci piacciono gli stessi film.

Rapporto Confidenziale: Parlando sempre della fase di scrittura, lavorate separatamente e poi discutete per unire quanto fatto o lavorate già insieme tutti e tre?

Andrea Esposito: La prima idea per “Et in terra pax” l’aveva portata Matteo una sera. Quando ci siamo trovati a parlarne, era giusto una riga di sceneggiatura. Cosa avrebbe dovuto essere, dove ambientarla e quale il tema più importante – che all’inizio era quello del sacrificio – ne parleremo più avanti. Abbiamo iniziato a parlarne e a parlare dei personaggi e poi, con l’arrivo di Daniele, abbiamo iniziato a lavorare sul soggetto. Abbiamo creato il soggetto e man mano abbiamo capito ciò che volevamo. Una tra queste cose è che volevamo raccontare – parlo adesso di “Et in terra pax” – una certa idea di Roma, una Roma in antitesi a quella che vediamo al cinema, quindi una Roma alto borghese o piccolo borghese, che non ci appartiene. Volevamo raccontare una Roma un po’ proletaria, di periferia, e abbiamo lavorato in special modo sul linguaggio. Quindi le varie esigenze sono andate a confluire in un unico progetto. All’inizio ci siamo dovuti solo convincere della nostra stessa visione, di quello che volevamo fare. Da lì i piccoli tasselli, per esempio le scene, sono state messe in sceneggiatura e così sono state girate, a dimostrazione del fatto che erano buone e che diventavano idee portanti. Quindi non importa se è un’immagine o un tema o un personaggio, ma quando noi percepiamo che quella cosa ha un significato, quello vale per tutto il testo del film, non soltanto per la fotografia o altro. Non è un processo scomponibile, secondo me. Si tratta di un’idea di fondo che vogliamo portare avanti sino al prodotto finale. Per coerenza.

Daniele Coluccini: Voglio aggiungere una cosa… Molto spesso lavoriamo pensando ad un’immagine in particolare. In questo caso quella portata da Matteo che era quella del fuoco, ossia quella iniziale. Lavoriamo per immagini. Quindi c’è questa immagine forte con la quale noi iniziamo a pensare a tutto il film. Quando abbiamo un’immagine ben chiara in testa e da lì che cerchiamo di crearle una storia intorno. Questo è un aspetto piuttosto comune dei lavori che abbiamo fatto. Ci aiuta a pensare a come possa essere l’intero respiro del film… perché ad esempio l’immagine di un fuoco che brucia dà un’idea molto particolare, con la musica di Vivaldi sotto, ben specifica. Su quello noi abbiamo cercato di costruire tutta la storia.

Andrea Esposito: “Chrysalis” per esempio era invece…

Daniele Coluccini: …un dolly improvvisato – no, non improvvisato perché era un vero e proprio dolly – era questa idea di dolly di quest’uomo che apriva le braccia e questa immagine che saliva verso l’alto di lui sdraiato. Quella è stata l’immagine centrale sulla quale noi abbiamo costruito tutto il resto della storia…

Andrea Esposito: Che originava…

Daniele Coluccini: …originava, aveva in nuce proprio tutta la storia del cortometraggio.

Rapporto Confidenziale: Visto che li abbiamo citati, torniamo ai due cortometraggi che sono seguiti a “Chrysalis” (2007), ossia “EUROPA”, che è stato girato lo stesso anno, e “Sisifo” (2008), l’ultimo prima di “Et in terra pax”. Si nota in quanto evidente, oltre a una precisione di scrittura, anche laddove non ci sono dialoghi, che c’è un congegno molto preciso, si nota una qualità tecnica e visiva notevole che sembra difficile sposarsi con il fatto che avete lavorato a cortometraggi a costo zero. Quanto era costato “Sisifo”? Si parlava di 500 Euro?!

Matteo Botrugno: È la nostra maxi produzione da 200 Euro.

Daniele Coluccini: 150-200 Euro, è stata la produzione più costosa in cui ci siamo imbarcati.

Rapporto Confidenziale: Quindi si può dire come lavorate, come riuscite a produrre con un budget inesistente?

Matteo Botrugno: Sostanzialmente si lavora di invenzione. Di invenzione perché riteniamo di avere delle basi da cinefili incalliti e di avere avuto dei buoni insegnanti. Ci sono registi che amiamo e apprezziamo e che diventano ovviamente i nostri punti di riferimento nelle cose che scriviamo. Anche dal punto di vista della sensibilità personale ci sentiamo vicini a determinati autori piuttosto che ad altri. Detto ciò, effettivamente è difficile lavorare con così pochi soldi e questo ci ha costretti spesso a sacrifici personali, non solo economici, parlo anche di fatica. Un altro merito è quello di aver saputo coinvolgere altre persone che sono nella nostra stessa condizione, ossia quella di cineasti emergenti, e di saperle coinvolgere nelle nostre idee. E tutti sono stati ben contenti di darci una mano perché pensavano che la nostra idea potesse essere anche un punto di partenza per loro. Parlo del direttore della fotografia, il montatore, tutte le varie maestranze. Insomma, l’aiuto degli amici, della gente, dei giovani professionisti, è stato quello che ci ha consentito di andare avanti e di fare il film. Al di là dell’idea, perché senza queste persone e senza il loro aiuto – gratuito, ovviamente – non avremmo potuto fare niente, né i corti né il film. Non li avremmo girati in quel modo e non sarebbero usciti bene.

Daniele Coluccini: Sulla produzione dei nostri cortometraggi, tanto del risparmio è dovuto a quello che diceva prima Matteo: lavorare tantissimo prima di arrivare a girare. Quindi organizzare tutto sin nei minimi particolari per riuscire ad ottimizzare i tempi, i costi, le persone. Su questo non transigiamo mai, non arriviamo mai impreparati sul set perché ci piace stare tranquilli e forse anche per un eccesso di puntiglio. Questa cosa però ci ha sempre ripagati e quindi penso sia la scelta vincente.

Rapporto Confidenziale: Adesso siete a Venezia con un lungometraggio. Come sono serviti i cortometraggi a creare questa occasione? Al di là del fatto che sono serviti a voi… E poi, chi conosce i vostri corti ha notato un’evoluzione nello stile pur mantenendo una coerenza, quella di cui parlavate prima, una riconoscibilità stilistica. In quale momento vi siete resi conto che era il momento di fare il passo verso il lungometraggio? È stata una cosa già stabilita in fase di soggetto o è nata dopo che vi siete resi conto che il soggetto si prestava?

Matteo Botrugno: Un po’ entrambe le cose perché, dopo avere fatto tre corti e qualche video, e dopo avere avuto un certo tipo di riscontro a festival nazionali e internazionali, abbiamo pensato di provare a scrivere qualcosa di realizzabile sempre con pochi soldi. Questo da una parte, dall’altra, invece, dopo “Sisifo” abbiamo pensato che quello avrebbe potuto essere un nuovo punto di partenza. Se “Chrysalis” era stato un punto di partenza per fare dei cortometraggi, “Sisifo” era un altro punto di partenza. Non un punto di fine dei cortometraggi ma perché abbiamo iniziato a sperimentare cose che con gli altri due non avevamo fatto. Ad esempio, la camera a spalla, che sembra una cosa banale ma in realtà nei primi due corti non l’avevamo nemmeno presa in considerazione. “Sisifo” invece ci ha dato la possibilità di usare anche quell’altro tipo di linguaggio, quello della camera a spalla, che abbiamo utilizzato abbondantemente in “Et in terra pax”. Quindi, più che l’ultimo corto, io direi che “Sisifo” è forse il primo embrione di lungometraggio. Sia a livello di durata, perché comunque era un corto di 20 minuti, ma anche perché raccoglie in sé quell’idea di fondo – pur essendo “Sisifo” un corto piuttosto sperimentale – che volevamo ci fosse anche in “Et in terra pax”, sostanzialmente quella del sacrificio cui accennava prima Andrea. Hanno molti punti in comune, malgrado l’ambientazione di “Sisifo” sia piuttosto surreale: un uomo chiuso in una stanza senza porte. Invece, l’ambientazione di “Et in terra pax” è una periferia romana. In apparenza sembra non ci siano punti in comune tra i due, nemmeno visivamente, in realtà ce ne sono molti più di quanto sembri. Si parla sempre di posti senza porte.

Daniele Coluccini: In realtà il passaggio dai corti al lungo è stato, vuoi anche per i contatti stabiliti e per ciò che avevamo fatto prima, anche abbastanza di fortuna. Vogliamo parlare di fortuna? Vogliamo parlare di impegno? Di connessioni fatte tra persone che abbiamo chiamato a lavorare con noi? Il passaggio è stato naturale, nel senso che noi avevamo questa sceneggiatura, l’abbiamo fatta leggere ed è piaciuta. È stato un percorso molto semplice. Non ci sono stati giri di nessun tipo. Quindi in questo penso siamo stati fortunati. Lo dico ringraziando le persone che ci hanno permesso di arrivare fino a qui. Però in realtà non abbiamo dovuto fare altro che metterci a lavorare, scrivere.

Matteo Botrugno: Invece che perdere anche tempo a cercare di capire le ragioni della mancanza di interesse da parte delle produzioni, della continua mancanza di fondi, invece di lamentarci di quanto vadano male le cose, noi abbiamo scritto una sceneggiatura… senza pretese… non ci saremmo mai aspettati di arrivare alle Giornate degli autori, al Festival di Venezia. È stata una sorpresa anche per noi. Noi abbiamo provato, poi abbiamo proposto la sceneggiatura a Simone Isola, il nostro produttore, che a sua volta è stato aiutato da Gianluca Arcopinto nel mettere insieme i fondi necessari alla realizzazione. È stato, diciamo, un lavoro non pianificato dall’inizio. Noi avevamo una sceneggiatura e piano piano il resto è venuto. Abbiamo solo deciso di iniziare a lavorare senza lamentarci, senza guardare troppo il lavoro delle altre persone. Abbiamo pensato a noi stessi e siamo andati dritti verso quella direzione. A quanto pare è stata una buona scelta anche questa, per poi vedere dove si arriverà. Un giorno dovremo iniziare a pianificare un po’ di più, a cercare di strutturare meglio il lavoro però penso che un’opera prima sia anche questo: oltre ad essere un lavoro indipendente, libero, è anche un inizio. Un lavoro in cui tutti incominciano a fare qualcosa di specifico. Quindi sì, abbiamo avuto un po’ di fortuna ma anche parecchia tenacia.

Daniele Coluccini: È stato sicuramente un meccanismo, una serie di meccanismi, che hanno funzionato. Noi abbiamo dato il via a questo motore che comunque era evidentemente ben fatto. Le persone con cui avevamo lavorato precedentemente ci hanno, per fiducia, per passione verso il progetto, offerto la loro professionalità gratuitamente. Però questo per noi è stato molto importante, è stato importante fare i cortometraggi prima perché avevamo verso le persone con cui abbiamo lavorato una credibilità. Sapevano che tipo di lavori facevamo, sapevano il modo in cui lavoravamo, si fidavano di noi, sostanzialmente. Questa fiducia è stata quindi ripagata.

Andrea Esposito: Una specie di palla di neve: noi partiamo dai corti e non c’è una frattura di linguaggio perché, anche se erano sperimentali, siamo poi arrivati a “Et in terra pax”. È cambiato solo il linguaggio, gli strumenti: abbiamo acquisito persone, esperienza. È stata come una palla di neve che man mano cresce. Non so se ora finiremo contro un albero o se continueremo a cumulare.

Matteo Botrugno: O se la valanga diventerà sempre più grossa (ride)

Rapporto Confidenziale: Abituati a lavorare in modo indipendente, vi siete trovati con questo film a lavorare con una produzione. Cos’ha cambiato nel vostro modo di lavorare, se ha cambiato qualcosa?

Matteo Botrugno: Quasi niente, perché i fondi che ci sono stati messi a disposizione sono stati necessari per il periodo di pre- produzione del film e per quella di produzione. Ci sono serviti per l’affitto dei materiali, per la camera. Per tutto ciò che serviva per farlo, in sostanza. Poi, piano piano, sono arrivati altri fondi per montarlo e per la post produzione. In realtà non è cambiato molto perché abbiamo girato con una somma inferiore ai 100’000 Euro, che è molto meno di un low budget o almeno di come lo si intende. È quasi come lavorare con zero mezzi, se messi in una dimensione di lungometraggio, ovviamente. Noi abbiamo fatto tutto il possibile, oltre quello che dovrebbero fare dei registi o degli sceneggiatori. Questo vale anche per i nostri attori che in primis si sono impegnati anche a fare delle cose che in teoria non riguardavano il loro lavoro.

Daniele Coluccini: Forse questo è stato anche un punto a nostro favore. Nel senso che, ovviamente, il budget ridotto ci ha costretti a delle scelte, anche all’impossibilità di pagare gli attori. Però è rimasto il motore dei nostri corti, ossia il poter fare quello che volevamo. Gianluca Arcopinto e Simone Isola non ci hanno mai imposto nulla, ci hanno lasciati liberi di fare ciò che volevamo e quindi la nostra idea di cinema è proseguita in questo senso.

Matteo Botrugno: Ci hanno detto: “Avete tre settimane. Fate quello che volete, ma entro queste tre settimane”.

Daniele Coluccini: È stata una scommessa anche da parte loro, insomma. È stato un rischio che forse è valsa la pena correre.

Rapporto Confidenziale: Parliamo dei personaggi del film. In questi giorni su alcuni giornali si leggono articoli, probabilmente scritti da gente che il film non l’ha ancora visto, che parlano di un ritratto di periferia degradata. Una cosa che noi, che invece il film l’abbiamo visto, smentiamo con decisione. Secondo noi infatti il film parla di persone e scava nella psicologia di queste persone. Il luogo dove si trovano non è ovviamente causale ma non è in primo piano rispetto ai personaggi. Come avete lavorato sui personaggi, come li avete scritti?

Matteo Botrugno: Dall’idea iniziale che avevo proposto a Daniele e Andrea, c’era subito una doppia possibile lettura. Volevamo da subito arrivare a una doppia possibilità di lettura del film. Una è quella più ovvia, generalmente, perché il film è ambientato in periferia, è recitato in dialetto romano, scritto in maniera tale da rendere realistica al 100% la realtà, la romanità, rendere il più vero possibile il linguaggio. È ovvio che potrebbe apparentemente, e anche giustamente, sembrare un film sul degrado metropolitano. In realtà, ciò che ci preme sempre specificare, è che c’è una seconda chiave di lettura, che è quella che avete interpretato in maniera molti vicina a quella che poi è la nostra costruzione della sceneggiatura e quindi del film. Quello della periferia può essere usato anche come pretesto: la psicologia dei personaggi riguarda tutti. È un film essenzialmente sulla solitudine. Abbiamo utilizzato Corviale, che è questo palazzo lungo un chilometro alle porte di Roma sud, perché è un unico immenso palazzo costruito su una collina. Non perché sia più o meno pericoloso di altre periferie, ma perché un unico blocco di cemento su una collina avrebbe potuto rendere bene l’idea della solitudine in cui i nostri personaggi sono costretti a sguazzare. Una specie di isola, di città nella città che si riflette anche nei personaggi, un luogo che fa da sfondo a tutte le loro storie, ed entro il quale tutti loro – bene o male – sono costretti a muoversi senza poterne uscire. È vero che questo può essere interpretato come disagio della periferia però noi ci siamo concentrati molto sulla psicologia dei personaggi e su una serie di eventi fortuiti che generano questo climax che poi porta verso il finale. Quindi, un film sui personaggi, su cosa li muove e sui loro impeti, sulle loro passioni. Sulle necessità che li muove, sostanzialmente. Sono personaggi costretti ad aggredire l’altro e la vita stessa per non soccombere. Questo non è un problema solo delle periferie o delle borgate, è un problema di tutti. Diciamo che l’impatto della periferia è più forte per un argomento di questo genere.

Daniele Coluccini: Ci sono i personaggi al centro della storia. I personaggi sono i generatori della storia. Sono coloro che danno vita a tutte le vicende. La cosa più importante è che tutti gli snodi principali del nostro film accadono in pochi attimi. Abbiamo scelto di far vivere la storia attraverso di loro. Abbiamo scelto di arrivare a quei momenti cardine della storia attraverso i personaggi. C’è la volontà di ogni persona di arrivare a imporsi nella sua piccola società, nel suo quartiere. C’è la volontà di non rimanere soli, come è isolato questo palazzo di Corviale. Gli snodi avvengono in pochi attimi. È tutto ciò che avviene prima e dopo di essi che ci interessava. Era mostrare la realtà dei fatti che poi emerge dalla pellicola. Volevamo scavare nel quotidiano di questi personaggi e quindi ci siamo inventati delle situazioni. Per esempio: tre ragazzi di borgata si incontrano e prendono il sole. Di cosa possono parlare? Ci siamo interrogati su questo, abbiamo passato davvero tanto tempo a costruire questo tipo di linguaggio che molto spesso è volgare, come è giusto che sia. Non ci siamo frenati in questo senso. Edulcorare la realtà avrebbe falsato ciò che volevamo dire.

Andrea Esposito: Diciamo che abbiamo lavorato sul linguaggio in una maniera abbastanza nuova per noi. Prima di tutto perché i corti precedenti non avevano dialoghi, però la cosa che ci interessava di questo linguaggio era restituire il suono di Roma e fare in modo che i personaggi non dicessero quello che erano o che volevano. Si voleva restituire la solitudine che c’è nell’astrazione di Corviale, facendo sentire come quel suono non significasse davvero qualcosa se non a livello molto basso, sotto il testo. Ad esempio, i discorsi di natura sociale sono affidati a due personaggi in due momenti quasi di contorno. E non sono cose che pensiamo, per esempio. Pochi personaggi dicono cose che noi condividiamo. Però queste cose restituiscono il suono incessante che senti, quelle parole che servono solo a coprire un vuoto. Quindi sono discorsi da fila alle poste, il suono della strada.
Questo è ciò che cercavano ma allo stesso tempo dovevamo trovare il modo di fare uscire i personaggi senza far dire loro qualcosa. La cosa più interessate è stata lavorare su Marco (interpretato da Maurizio Tesei; ndr.), perché lui è il perno della storia pur non parlando molto spesso. Parla poco, attende, è un personaggio poco dinamico che però ci ha dato molte possibilità. Lui emerge in due punti: quando parla di ciò che vede sulla panchina nell’incontro con Sonia, e alla fine quando parla ancora una volta.

Rapporto Confidenziale: Si parla di personaggi molto definiti, molto precisi, che voi avete arricchito con il linguaggio. E gli attori? Avevate già in mente a chi affidare i ruoli? Avete potuto costruirli anche su di loro o sono subentrati in un secondo tempo?

Matteo Botrugno: Il casting è avvenuto in fase di scrittura della sceneggiatura. I protagonisti sono tutti attori professionisti che avevano lavorato in qualche modo con noi o che avevamo visto in teatro. Avevamo avuto modo di conoscerci, di incontrarci. Mentre scrivevamo la sceneggiatura, pensavamo anche alle facce che dovevano avere questi personaggi. Piano piano abbiamo quindi fatto un casting prima che venisse scritta la parola fine sulla sceneggiatura. Con gli attori abbiamo lavorato in un modo un po’ particolare, con un metodo che non tutti usano e che speriamo di poter portare avanti anche in seguito, ossia concepire il lavoro con l’attore come per uno spettacolo teatrale: due mesi di prove, quasi tutti i giorni, non solo per entrare nella psicologia dei personaggi ma anche per rendere quella naturalezza, quella verità, quel suono della strada, di cui parlavamo anche prima. Per rendere perfettamente naturale ogni singola battuta, anche ogni singola parolaccia che viene detta nel film. Le prime prove sono state semplicemente delle chiacchierate, non è stata recitata nemmeno una battuta. Questo forse perché era necessario capire insieme a loro quello che doveva essere il personaggio. Le battute si imparano a memoria, l’intenzione, quello che alla fine viene comunicato, non è una cosa che si fa con la memoria. Si fa sentendolo e abbiamo cercato di fare immedesimare i nostri attori con l’idea che noi avevamo. La battuta non conta, molte ne sono state cambiate, la battuta può anche non esserci però è il loro sguardo, il loro modo di camminare, di essere presenti nell’inquadratura, quella è una cosa che non si fa a memoria, è una cosa che va preparata con un rapporto basato sul dialogo e sul confronto acceso lasciando l’attore libero di interiorizzare quel personaggio. Poi si arriva sul set con l’attore che è già quel personaggio.

Rapporto Confidenziale: Quindi nel corso della preparazione gli attori hanno anche avuto modo di portare qualcosa ai personaggi, di arricchirli…

Daniele Coluccini: Sì, diciamo che la cosa più importante che abbiamo fatto è stata lavorare sulla fisicità dei personaggi. Noi avevamo in testa una tipologia di personaggio, e quindi abbiamo costruito il personaggio intorno all’attore che avevamo scelto. Il lavoro con l’attore è poi stato quello di far coincidere la sua fisicità con quello che noi avevamo scritto. Il lavoro con gli attori è stato difficile per questo, perché i personaggi sono molto diversi da quello che sono loro, pur essendo stati costruiti sui loro corpi. Essendo stati costruiti sui loro corpi e non sulle loro psicologie, è stato molto difficile per loro fare questo lavoro. I due mesi di prove sono stati molto importanti.

Matteo Botrugno: La loro bravura e il nostro modo di scrivere e dirigerli sono stati funzionali a quello cui volevamo arrivare. Certo, senza ottimi attori come quelli che abbiamo avuto non saremmo riusciti a girare nemmeno una scena. È un cast di attori professionisti, senza nomi di grido, non ancora almeno, di una bravura incredibile.

Daniele Coluccini: Molti dei dialoghi sono nati in fase di prove e abbiamo cercato di tirare fuori il personaggio e abbiamo visto che il personaggio reagiva, iniziava a prendere piede sulla persona che avevamo scelto. In questa fase molte cose sono cambiate. Siamo arrivati all’ultima stesura della sceneggiatura molto diversa dalla prima, con molte parti nuove, quelle emerse durante le prove.

Rapporto Confidenziale: Andrea, avendo tu lavorato sul set con gli attori, qual è il tuo punto di vista?

Andrea Esposito: Il mio lavoro sul set come aiuto regista era concentrato sugli attori. Abbiamo lavorato tanto insieme e per me è stata una grande esperienza. C’è uno sguardo di Sonia, la protagonista, che è frutto di due ore di chiacchierate. Era uno sguardo importante. Abbiamo parlato di quello che era il personaggio e di cosa aveva vissuto lei.

Rapporto Confidenziale: Dagli attori a quello che è l’altro protagonista del film, ossia il luogo. Come avete lavorato a Corviale, su un set tanto impegnativo anche dal punto di vista logistico?

Matteo Botrugno: Per quanto riguarda la scelta del luogo era, come abbiamo detto prima, il luogo che poteva rappresentare al meglio quell’idea di solitudine, la nostra idea di film. Poi, per quanto riguarda i nostri giorni a Corviale, noi lì non abbiamo avuto problemi di alcun tipo. Abbiamo trovato da una parte l’accoglienza della popolazione che è nutrita – si parla di un palazzo in cui vivono 10’000 persone. È un posto abbastanza ingestibile, è come una cittadina di provincia racchiusa in un solo palazzo. Per la maggior parte del tempo siamo stati ignorati, in realtà. Non solo nessuno ha tentato di impedirci di fare il nostro lavoro, ma qualcuno ci ha dato anche una mano, qualcuno ha fatto una comparsata. Qualcuno ha controllato che non parlassimo male del posto, che un po’ odiano e un po’ amino… perché comunque non si può non essere legati al posto dove si ha vissuto. I problemi presenti a Corviale non sono presenti solo lì o solo a Roma. Sono gli stessi di città anche più piccole. Corviale è stata una scelta dettata dal fatto che da una parte volevamo una periferia, dall’altra volevamo un’architettura che fosse “oltre”, un’architettura non a dimensione d’uomo.

Daniele Coluccini: La periferia di Corviale, oltre ad essere la metafora del nostro film, è stata molto importante per il film perché ha restituito ciò che volevamo dire. Questa universalità di un disagio. Infatti nel nostro film non si vede Roma, si vede solo Corviale. L’unica volta che si esce da questa periferia, non c’è modo di riconoscere la città in cui siamo. Abbiamo cercato di rappresentare questo posto non come il Corviale ma come una ipotetica periferia di qualsiasi luogo. L’astrazione di qualsiasi periferia. I suoi personaggi potrebbero vivere alla periferia di Roma come di Napoli, Milano ma anche Parigi, Berlino…

Rapporto Confidenziale: Oggi è il 5 settembre. “Et in terra pax” verrà proiettato per la stampa domani mattina e per il pubblico l’8. Indipendentemente da ciò che succederà al film, cosa succederà a voi dopo queste date? Possiamo dire che il film, dopo essere stato invitato a Venezia ha iniziato ad essere conteso da vari festival e che tra non molto lo porterete in concorso a Tokyo?

Matteo Botrugno: Cosa sarà di noi non lo so. So solo che al di là del film, della distribuzione che ancora non ha, tornati da Venezia faremo un paio di giorni di riposo e saranno nuovi soggetti e una nuova sceneggiatura.

Rapporto Confidenziale: C’è già qualcosa?

Matteo Botrugno: Soggetti sì.

Daniele Coluccini: Ci siamo imposti, tra Venezia e Tokyo, di ricominciare veramente a metterci sotto con la scrittura e di portare al momento di Tokyo, due o tre idee ben definite.

Venezia – 5 settembre 2010


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