Theodore Dreiser | Il titano

Theodore Dreiser, Il titano
(Traduzione a cura di Livio Crescenzi)
Mattioli 1885, 664 pagine, € 22,00

TITANICO DREISER
Un ex-galeotto milionario s’unisce alla giovanissima figlia d’una puttana d’alto bordo (tradendo anche lei). Questi i punti – estremi – del colossale “Il titano”, magistrale romanzo di Theodore Dreiser: classico – puro genio americano – al quale i nipoti sono tutti debitori. Ma nel mezzo delle 659 pagine: milioni di dollari; sesso e continui tradimenti; lotta per la supremazia finanziaria – il dramma d’esistere in un affresco di raggelante acume, caustica oggettività. “Sachlichkeit” (“oggettività”, “realismo”: se proprio), avrebbe scritto Hermann Broch a proposito d’un bieco figuro – l’Huguenau del III tomo de “I Sonnambuli” –, accostabile al Cowperwood dreiseriano. Siamo alla fine dell’Ottocento, primi del Novecento: nulla è mutato. L’esistenza: insondabile fallimento della speranza che l’uomo comprenda le sue ataviche brame di feroce bestia. Il denaro: unico dio assoluto; chi non lo possegga, un colpevole (i personaggi di tutto il libro – selezione della crème – veleggiano fra i “benestanti” e gli “immensamente ricchi”). La società: coacervo d’imbellettato glamour, affamato di truce successo nel sopito raccapriccio. Una segreta simpatia per il suo titano Cowperwood (“leone nell’arena”) trapela dalle fitte pagine di un’opera da annoverarsi finalmente fra i pilastri del Novecento e che la casa editrice Mattioli1885, nell’encomiabile nuova traduzione di Livio Crescenzi (al quale vanno i complimenti per il titanico gesto) ha proposto in elegante veste grafica per soli 22 euro. Ma la simpatia dell’Autore non ci rende affatto simpatico Cowperwood: basti il dramma di sua moglie Aileen, tradita innumerevoli volte e poi ripudiata, descritto con una verosimiglianza psicologica che dovrebbe figurare fra le alte pagine della Letteratura: “Sei solo un bugiardo, Frank! Sei furbo, tu! Non mi meraviglio che abbia fatto tutta quella montagna di milioni. Se potessi vivere abbastanza a lungo ti divoreresti il mondo.” (Pag. 599). Un libro – anche – per cultori dell’economia, con descrizioni capillari delle operazioni borsistiche e dell’ambiente a esse legato. Un solo riferimento musicale: “La Bohème” di Puccini. Ma – per chi scrive – è in realtà la “Sinfonia n.9” in mi minore detta “Dal Nuovo Mondo” (l’America di quegli anni) di Antonin Dvorak, che meglio accompagnerebbe questo romanzo. Con quei cenni citazionistici alla “Nona” di Beethoven inseriti in un tessuto da conquistatori del West, verso l’implacabilità dei grattacieli, falansteri della desolazione luccicante. Dvorak compose questo capolavoro sinfonico nel 1893: gli stessi anni dell’ascesa finanziaria di Cowperwood, sul quale il banchiere dei banchieri, Enrico Cuccia, non avrebbe esitato a proferire il suo lapidario apoftegma (cit. in Silvio Salteri, Ricordo di Enrico Cuccia): “Non esiste la figura di ex-imbroglione”.

Dario Agazzi

 



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