Il XVI Mille Occhi di Trieste

Il XVI Mille Occhi
Trieste, 15-21 settembre 2017
a cura di Dario Agazzi

In mezzo a tanti eventi di glamour-raccapriccio, mite e isolata la pietra del Festival de I Mille Occhi sorge nella mitteleuropea Trieste (sferzata dalla bora) sotto l’amorevole direzione di Sergio M. Grmek Germani. Fra ciò che ho potuto apprezzare personalmente, nell’articolato programma di quest’anno (storicizzato dal consueto, bellissimo catalogo), c’è la lunga intervista al senescente Carlo Emilio Gadda (Ripa di Meana-Roscioni, 1972), faro letterario e rassegnato vegliardo lettore di Tacito (agli antipodi, per l’ellissi del suo scrivere, dai barocchismi gaddiani). La sezione “Castelli di sabbia. L’avanguardia croata e i ponti con l’avanguardia serba” (curata da Mila Lazić) ha permesso la visione del maestro del “cinema amatoriale” Mihovil Pansini (1926-2015), i cui lavori Zahod (Il gabinetto) e Scusa signorina (Antifilm) hanno costituito – per chi scrive – la vera scoperta di quest’edizione. Cortometraggi entrambi del 1963, Il gabinetto è la ripresa del gabinetto pubblico che sorgeva dinanzi al domicilio dell’autore. Protagonista il vegliardo custode della latrina, claudicante relitto accompagnato – nelle sue modeste quanto rigorose occupazioni di lavaggio – dalla straniante musica jazz di Billie Holiday. Ripetersi immobile di gesti e riaccendersi improvviso della musica, in un cortocircuito austeramente insensato. Come il guardiano di Kafka passava dalla tenuta del principe alla custodia dei morti, così questi custodisce il (re)cesso dell’umile quotidianità. L’antifilm Scusa signorina (che in originale avrebbe dovuto suonare “Dal sedere signorina”) fu girato con la camera sulla schiena in modo che le riprese risultassero arbitrarie, in una casualità antilinguistica: come il teatro di Ionesco era antipièce. Introdotti da una lunga intervista al maestro (documentario di Milan Bukovac, 2008, presente in sala), queste due opere testimoniano della lucida consapevolezza critica di Pansini, uomo da ascoltare nella sua totale assenza di boria o di egocentrismo (caratteristiche, queste, di molti “eredi” del cinema amatoriale odierno, che si offenderebbero se non venisse riconosciuta loro la “professionalità”). Meno interessanti gli unici due lavori di Lazar Stojanovic, Ona voli (Lei ama, 1968) e Plastični Isus (Gesù di plastica, 1971), comprensibili se rapportati al regime di Tito di quegli anni e alla persecuzione di cui furono oggetto (il secondo causò al regista tre anni di carcere, venendo proiettato solo nel 1990). Eppure, si tratta di esperimenti datati, con accostamenti di materiali d’archivio sul nazismo a una contemporaneità – quella degli anni ’70 – verso lo sbando sessuale e sentimentale che sarebbe poi esplosa oggi, con noi, in una poltiglia del pensiero brancolante – privo d’ormeggi – in un mare vacuo e molle. Tuttavia il primo dei due offre l’ascolto d’estratti dalla Geographical Fugue di Ernst Toch, composizione oltremodo importante che credo non sia stata adoperata in altri film. Interessante e duro – nella sezione “Germogli. Corrispondenze di cineasti italiani” – Il rossetto (1960) di Damiano Damiani, con un interrogatorio che faceva pensare, qua e là, a certe parti del successivo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Film con Pietro Germi nel ruolo, perfetto, del commissario. Dello stesso Germi, Il cammino della speranza (1950) – sempre nella stessa sezione – può suonare oggi lievemente retorico: con quei volti del sottoproletariato siculo tostati dalle intemperie della vita – ma pur sempre così oleografici sulla pellicola –, accompagnati dal mugghiare dell’orchestra di Carlo Rustichelli, con effetti melodrammatici che paiono composti in partitura da un Puccini ebbro. Del greco Dimos Theos (sezione “Premio Anno uno. Dimos Theos, straniero di Grecia”, curata da Cecilia Ermini), destinatario del premio del Festival, due severi film politici (fra gli altri): Ekato ores tou mai (1963) e Kierion (1968-74); raggelati lavori di sofferta solitudine e latitante ritmo, con alcuni cenni da La sagra della primavera di Stravinsky, che mai avrei immaginato potessero così sinistramente commentare la persecuzione politica greca di quegli anni. Ultimo e non ultimo, per un mutamento di programma ho potuto apprezzare una proiezione pomeridiana di W la foca (1982) di Nando Cicero (previsto a notte inoltrata), scombinato film dai tratti surreali ed espliciti riferimenti erotici, durante il quale si ride sempre. Triviale ironia grassoccia e – bizzarria nella bizzarria – accompagnata da un martellante motivetto (di Detto Mariano) in tonalità minore. Indimenticabile – oltre a Lory del Santo e a un formidabile Bombolo (che da solo è il titanico maniaco sessuale in grado di spaziare in un repertorio di facce da espressionismo muto) – è Moana Pozzi, nel ruolo d’una passeggera ferroviaria senza biglietto, che si concede ai controllori onde non esser sottoposta ad ammenda. Almeno – dovendo viaggiare dal Veneto fino a Reggio Calabria – “finché le regga il culo” (sic). Insomma, come scrisse ai tempi (non senza conseguenze spiacevoli nell’intellighenzia cinematografica) lo stesso Germani sul film: “W la foca, e che Dio la benedoca”. •

Dario Agazzi

 

Intervista a Mihovil Pansini
a cura di Hrvatski filmski savez



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