Quella ridicola frangia bionda che stende tutti. “I, Tonya” di Craig Gillespie

Festa del Cinema di Roma 2017 / Selezione ufficiale

Crudele, comico, scorretto e spudorato.
I, Tonya di Craig Gillespie è un biopic patinato, rosa shocking sulla vita della pattinatrice olimpionica Tonya Harding. Gillespie non si preoccupa di accogliere a braccia aperte il mondo dello sport, gli esperti di attualità americana o i più classici miti sul successo degli sportivi, trascura volutamente tutto questo per avvolgere in modo grottesco, tra interviste in 4:3 in stile mockumentary e piani sequenza poliziotteschi, la parte più comica della sua sfortuna.
Perché la vita di Tonya è una lunga catena di sfortune.

Come in certi film diretti dai fratelli Coen agli inizi della loro carriera, il racconto si concentra sulla brutalità dell’America, profondamente ignorante e rabbiosa, quella che prima ama e poi mette al patibolo i suoi idoli.

Nelle cronache Tonya Harding è stata una ragazzina di campagna malata di asma che tentava attraverso il pattinaggio di fare un salto di qualità per scappare dalle tavole calde di Portland, ed essere una campionessa di qualcosa, di qualunque cosa. Nulla di diverso da tante altre vite.

La cosa speciale di Tonya, sia la Tonya vera, che quella del film, è che il desiderio era talmente impellente da portarla a ribellarsi contro tutti, da chiedere alla giuria durante una gara, di poter ricominciare la sua esibizione perché aveva i lacci dei pattini difettosi, di supplicare, di pregare, di lottare sempre. Tonya picchia, piange e si commuove in pista, lì sul ghiaccio e davanti a milioni di spettatori, subito dopo aver fatto il triple axel, (il famoso salto triplo con avvitamento e un altro mezzo giro, tipico dei pattinatori uomini, che all’epoca ancora nessuna pattinatrice aveva avuto il coraggio di provare in gara).

Tonya, saltatrice incredibile, con le sue gambe muscolose e con quella ridicola frangia bionda anni ’90 lo aveva fatto, e ci era riuscita, arrivando seconda ai mondiali, con il punteggio di 6.0.
Quella vittoria riempie il cuore di gioia, a noi e a lei, proprio perché tutto, nella vita di Tonya, ha un amaro sapore di sconfitta, già dalla prima scena in cui la vediamo intervistata in casa sua, un po’ sovrappeso, con le marlboro rosse sul tavolo, che impreca contro tutti, come d’altronde faceva anche sua madre, o nella scena dell’incontro con Jeff, suo marito, l’uomo che in seguito le rovinerà la vita: un incontro grottesco e divertente che preannuncia tutti i mali, un po’ come quello tra Mickey e Mallory Knox in Natural Born Killers.

I, Tonya incarna l’entusiasmo dei perdenti, di quelli che hanno sempre tutti contro e non si fermano e, come sappiamo, mettere i propri personaggi al centro di un bersaglio e colpirlo continuamente, (in questo caso anche fisicamente) non fa che renderlo più amato.
Tanto che forse questo film potrebbe vincere il premio del pubblico in molti festival come fu per Dallas Buyers Club del 2013 diretto da Jean-Marc Vallée. •

Giuliana Liberatore

 

 

I, TONYA
Regia: Craig Gillespie • Sceneggiatura: Steven Rogers • Fotografia: Nicolas Karakatsanis • Montaggio: Tatiana S. Riegel • Musiche: Peter Nashel • Intepreti principali: Margot Robbie, Sebastian Stan, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, Allison Janney, Paul Walter Hauser • Produzione: AI-Film, Clubhouse Pictures, LuckyChap Entertainment • Distribuzione italiana: Lucky Red • Anno: 2017 • Paese: USA • Durata: 119′



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