“La poltrona del padre” di Antonio Tibaldi e Alex Lora: la casa come trauma e ossessione religiosa

Riflettete bene al vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria – dice il Signore –. Facevate assegnamento sul molto e venne il poco: ciò che portavate in casa io lo disperdevo. E perché? – dice il Signore degli eserciti –. Perché la mia casa è in rovina, mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa.
Aggeo, 1, vv 7-9

 

Nel 2010 andò in onda Sepolti in casa, un documentario statunitense occupatosi della disposofobia. Chi ne è afflitto – pare che il problema sia diffuso soprattutto negli USA – fatica a separarsi dagli oggetti accumulati: anche se privi di valore o – addirittura – recanti nocumento alla persona. Sembrerebbe questo il disturbo alla base della strana vicenda ripresa da Antonio Tibaldi e Alex Lora nel documentario La poltrona del padre (distribuito da Lab 80 film e da due giorni in sala): due gemelli americani di religione ebraica vengono denunciati da un loro inquilino in quanto la casa avita dei fratelli (quella del fittavolo è confinante) straripa d’immondizia d’ogni sorta. Incursioni di scarafaggi a un livello simile – riferisce l’uomo esasperato, pure ebreo – furono viste dalla disinfestazione solo in un ristorante. “Sembrerebbe” – dicevamo – perché da un lato abbiamo un fratello avvinazzato, dall’altro, un balbuziente ossessivo; ritratti con una macchina da presa che entra nell’intimità quotidiana e marcescente, non indugiando però soltanto sugli oggetti – fra i quali si trova anche una pergamena del valore di 600 dollari – né costruendo una critica. L’osservazione pone – in un’epoca che pare aver smarrito ogni senso del sacro consegnandolo all’ingordigia della gola, peccato capitale ed espressione della massima decadenza alla “fase orale” – un problema religioso. La fatica della fede a cui si costringono i due commoventi fratelli: rispettosi del loro credo al punto da ritenere che la “poltrona del padre” (da cui il titolo), scomparso come la madre lasciando un evidente vuoto e un trauma che non hanno permesso loro alcuna elaborazione del lutto, non si possa utilizzare sedendovisi. Dubbiosi e ansiosi, aiutati da pazienti e oltremodo comprensivi addetti alle pulizie (ebrei anch’essi) chiamati dall’inquilino, i gemelli assistono alla progressiva sistemazione di quella che ha finito per divenire la mappa di un disagio mentale: la casa del padre e della madre. La casa come trauma e come ossessione religiosa. Tracce della fatica di credere in Dio coincidono con l’ospitalità data a sparuti gatti, accolti nel putridume generale. Quasi potessero – le randagie bestie – sostituire l’affetto venuto a mancare, con la scomparsa dei genitori, ai due uomini. Un film equilibrato nel ritrarre lo squilibrio, che strappa non poche risate nonostante la situazione grottesca: nessuna risposta viene data all’ansia metafisica, ma la sistemazione degli oggetti è un pragmatico, nominalistico tentativo d’accostarsi alla soluzione. L’ultima scena vede uno dei fratelli seduto sulla poltrona del padre, in un appartamento ordinato. Mentre dallo stereo, recuperato dalle cianfrusaglie del malessere, ascolta della melanconica musica ebraica: sospesa fra ilarità e tragedia. •

Dario Agazzi

 

 

LA POLTRONA DEL PADRE
Regia, sceneggiatura: Antonio Tibaldi, Alex Lora • Fotografia: Antonio Tibaldi • Montaggio: Antonio Tibaldi, Alex Lora • Produttori: Enrica Capra (GraffitiDoc), Antonio Tibaldi (No permits produktions) • Produzione: GraffitiDoc s.r.l. (Italia), No permits produktions (USA) • Distribuzione: Lab 80 film • Paese: Italia, USA • Anno: 2015 • Durata: 76′

AL CINEMA DAL 14 DICEMBRE 2017 / lab80.it/thyfatherschair

 



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