36° Bergamo Film Meeting: “Rinuncia, rinuncia!”

La sarabanda, sebbene abbia origini sensuali che si perdono nella notte dei tempi in Spagna, Francia e Inghilterra, assurse – nel modello classico della Suite – al movimento lento e pensoso, in tempo ternario. È a questa pensosa lentezza in Bach che Ingmar Bergman si riferisce, chiudendo idealmente – con Saraband (2003) – il ciclo meraviglioso a puntate intitolato Scene da un matrimonio (1973), proiettato in tre giorni consecutivi al 36° Bergamo Film Meeting (10-18 marzo 2018), la cui protagonista è stata indiscutibilmente Liv Ullmann, musa del regista e una delle sue (varie) mogli. Peccato per la serata in cui – chiusa in quella sorta di tendone in Piazza Libertà che viene chiamato “bookshop”, improvvisato per il festival – l’80enne attrice e regista Ullmann abbia dovuto incontrare un pubblico che, in gran parte, nel tendone non trovò posto. Ci risulta che in Piazza Libertà sorga un gigantesco Auditorium. E peccato – va detto – per la gestione farraginosa dei biglietti: anche noi della cosiddetta “Press” dovemmo ritirarne svariati onde spostarci da un cinema all’altro. Speriamo che il prossimo anno venga realizzato un biglietto unico, valido per l’ingresso in tutti i cinema che ospitano il festival, a vantaggio – anche – degli spettatori non abbonati. Tornando a Scene da un matrimonio: esiste una versione filmica mutilata delle puntate concepite da Bergman, distribuita in dvd e i cui pesanti tagli fanno apprezzare doppiamente l’integrale proiezione. Nel realismo complesso della vita di coppia, indagata con una profondità in cui si sprofonda per via d’inquadrature claustrofobiche in primo piano, temendo di non potervi più riemergere, ci si avvede del fatto che nessun nodo può essere sciolto, ma solo venire al pettine per crearne di nuovi: più complessi. La parabola esistenziale d’un lungo matrimonio interrotto, ripreso, di nuovo interrotto si chiude sulla constatazione che lo sprofondamento nell’autismo catatonico, nell’abulia del disfacimento mentale e fisico è lo specchio dell’anima novecentesca e odierna; borghese o non borghese: è lo stesso. La figlia d’una ex-coppia (pseudo)ideale che si spegne: i capelli stopposi, le labbra screpolate, il pallore cadaverico; è quasi la sintesi del matrimonio occidentale che ha perso i due centri fondanti del suo senso, quello teologico e quello genealogico. Come in uno specchio vediamo il riflesso del muto dolore filiale attraverso gli occhi d’una Liv Ullmann 65enne ancora bellissima, così nella pomposa messa in scena di The Abdication (1974) – di Anthony Harvey – oleografico e dalle musiche di Nino Rota che paiono modellate su quelle del britannico neoclassico Benjamin Britten, la bellezza dell’attrice svedese si confronta con la deformità del suo servitore nano: in costui riconoscendosi. La bellezza nasconde la deformità dell’anima. Se proprio, è l’unico sprazzo novecentista d’una storia d’amore in costume all’epoca d’Azzolino e Caterina di Svezia. Frase che potrebbe calzare anche sul bellissimo documentario sgranato di Barbara Albert, con lo zampino di Ulrich Seidl – Zur Lage: Oesterreich in sechs Kapiteln (2002) – giacché la Felix Austria che emerge ad esempio dai Quartetti di Wolfgang Korngold è anche la stessa Austria di Arnold Schönberg (per tacere dell’Apokalyptische Phantasie di Josef Matthias Hauer). Che belli – per inciso – i formati di ripresa digitale dei primi anni Zero, dai contorni opachi, non nitidi; l’immagine quasi corrotta e così poco pulita; gioia per lo sguardo che vede sfocato, a differenza di quella ricerca così pornografica di definizione millimetrica, laddove si contano le pustole sui crani, perversione erotica della nitidezza da bisturi, prima che l’amputazione suggelli la nostra definitiva riduzione a cadavere. Nel solipsismo d’un linguaggio martellante e disperato – la cui fedele trascrizione è quella data dagli scritti di Thomas Bernhard, parafrasatore della ripetizione nazionalsocialista resa domestica dal finto conforto di un’osteria tirolese – c’accorgiamo che la speranza politica, tanto all’epoca di Joerg Haider (durante la quale è ambientato il film e del quale – se c’è permesso – La lezione del 1980 buzzatiana c’ha per sempre liberati) quanto adesso, è una curiosa chimera legata all’eterna ripetizione: tentativo umano di tirare avanti; dimentico, quanto il cane pestato, delle botte dispensate dal padrone; pronto a scodinzolare – pesto – perché la sua stessa natura vuole così. Tale è del resto la sorte di Dama na Kolejich – Lady on the Tracks (1966) di Ladislav Rychman: incredibile film musicale (la scena della sfilata di moda è un piccolo capolavoro a sé stante) ove una donna tradita dal marito si perde in una fantastiquerie di vendetta ed emancipazione dagli atavici ruoli che rappresentano il suo genere. Per risvegliarsi nell’eterna e ripetitiva rinuncia, che a noi rievoca queste parole: “[…] non conoscevo molto bene quella città, per fortuna lì vicino c’era una guardia, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse: ‘ Da me vuoi sapere la via?’ – ‘Sì’, dissi, ‘perché non riesco a trovarla da me’. ‘Rinuncia, rinuncia’, disse e si girò bruscamente, come quelle persone che vogliono stare sole con la loro risata.” (Franz Kafka, Rinuncia!).

Una nota d’encomio meritano il catalogo e il volume su Liv Ullmann: veri e propri libri, che arricchiscono la bibliografia cinematografica con curata eleganza. •

Dario Agazzi



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