I film sono solo un pretesto. “Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc” di Bruno Dumont

I film sono solo un pretesto. Scrivere di un film è ugualmente un pretesto. In entrambi i casi un tale cerca di dire qualcosa tramite una delle possibili espressioni di quel linguaggio che teoricamente serve a mettere in comunicazione gli esseri umani.
Personalmente apprezzo molto il cinema di Bruno Dumont, il suo percorso artistico, ostinato, ostile, ostentato e in perenne slalom tra le etichette e le incoronazioni di chi, per me a torto, ritiene che la strada giusta per il cinema d’autore sia quella che procede contromano, cercando sempre il frontale col pubblico.
Il discorso è complesso e va ben oltre il film in questione. Da tempo sono convinto che quando si decide di affrontare l’opera di un vero autore, sia necessario andare oltre il concetto di bello e brutto, piaciuto o non piaciuto e che un film vada considerato parte di una intera filmografia, dinamica e in evoluzione. Non è un pensiero né originale né nuovo, me ne rendo conto. In tal senso risulta auspicabile conoscere tutto ciò che è venuto prima per comprendere ciò che si ha di fronte e poter anche immaginare il passo successivo. Questa conoscenza pregressa offre sicuramente un’esperienza completa e stimolante durante la visione. È chiaro che non a tutti è dato sapere e non tutto il pubblico potenziale è preparato ad affrontare visioni complesse. Capita allora che se casualmente uno spettatore medio si trova ad assistere all’apparizione su grande schermo di quello spauracchio chiamato cinema d’autore (sperimentale o come vi pare), ne ricavi una sensazione di disagio, noia, schifo e orrore, promettendo a se stesso di non ripetere mai più un simile errore. Ancora peggiore è il caso in cui il film subisca l’introduzione di uno di quei grigi personaggi che usano proferire il nulla in prosa e finiscono col raccontare tutto il film per filo e per segno, cercando goffamente di suggerire alcune deboli motivazione per le quali quel film sia da ritenersi un capolavoro; e sì, perché per codesti appaiono, in media, 100 capolavori l’anno; a meno che non ci si trovi di fronte ad un abuso del termine (cosa assai probabile). Il punto è che, a mio avviso, così facendo si rende un pessimo servizio agli autori e a quelle pellicole che non rientrino nelle logiche narrative dei film commerciali o d’evasione. Io sono convinto che sia sempre più necessaria una riforma di tutto ciò che ruota intorno al cinema che io stesso amo, quello più sfaccettato, complicato, diverso e controverso. Bisognerebbe dire con forza che quando ad una proiezione o ad un festival i presenti tra il pubblico sono poche decine e che tra questi molti sono addetti ai lavori, non siamo di fronte a un successo e non è colpa del pubblico medio, stupido o nella migliore delle ipotesi disabituato a visioni ostiche. Gioire perché una sala si svuota man mano che il film va avanti e prendere questo come un segnale della bontà del lavoro a cui si sta assistendo è una colossale cretinata. Affermare, come ho sentito, che il proprio sogno consista nel vedere proiettato il proprio lavoro su Fuori Orario andrebbe tradotto come “sogno che il mio film venga proiettato in tv alle 3 di notte e sia visto da 500 persone, metà delle quali prese più a scrivere sui social media di essere sintonizzati su Rai 3 che a seguire la trasmissione”; è chiaro che per molti conta solo ricevere una sorta di consacrazione all’interno di un ambiente sempre più ristretto, miope, privo di sbocchi, di stimoli, stantio e lontano anni luce da qualsiasi pubblico dotato di vitalità e sensibilità. Sono convinto avesse ragione Truffaut quando diceva che tutti i generi di film sono tollerabili tranne quelli noiosi. Credo altresì che avesse ragione pure Lars Von Trier quando affermava quanto fosse importante dare un contributo al linguaggio del cinema, invece di pensare solo al modo migliore di raccontare una storia o di far restare un pubblico in un cinema. In fondo i due punti non sono inconciliabili, basterebbe (pare facile) un cambio di atteggiamento. È sacrosanto che ogni autore scelga autonomamente il proprio percorso artistico, il punto vero è che la critica e chi si occupa di accompagnare e supportare il lavoro degli autori non credo faccia più bene il proprio mestiere. Lo dico in tutta onestà, servirebbe un sincero e autentico cambio di rotta che non sia solo posa intellettuale, vaneggiante astrazione, incapacità di formulare un pensiero solido e concreto, estremismo nella forma e nella sostanza, ostilità sventolata come un vessillo di cui andare fieri e tutto questo solo per aver visto qualche film più strano degli altri o per aver spulciato qualche testo di filosofia. Questo titanismo, l’amore per una marginalità ostentata e che gode della propria sconfitta è deleteria e va superata. Tutto ciò non fa altro che allontanare la maggioranza del pubblico potenziale che altro non vorrebbe che un paio di risposte: “perché mai questo film, che non riesco a capire fino in fondo, dovrebbe piacermi?”, “perché questo film non ha una trama, cosa mi sta raccontando?”, “perché l’autore ha scelto una forma tanto ermetica per narrare una storia tanto semplice?” e cose del genere. A nessuno interessa che il film sia stato premiato in qualche festival ai più oscuro e nemmeno affermazioni perentorie e assolutistiche del tipo “questo autore è totale, necessario, definitivo o questo film è la summa di un discorso artistico”, se poi a questo non fanno seguito approfondimenti chiari, circostanziati, precisi ed esaustivi. Di fronte la gente non vuole un ultras, un tifoso con la trombetta, vuole uno che con la razionalità di chi ha spaccato il capello sia in grado di accompagnarlo nel viaggio che sta per affrontare, che sia in grado di supportare la visione spiegando in quale punto preciso del percorso di ricerca del regista s’inserisca questo lavoro e le motivazioni che lo hanno portato a fare tali scelte, giuste o sbagliate, condivisibili o meno. Un film, in certi casi, è un tentativo e nel cinema d’arte questo deve avere lo stesso valore sia che lo si possa considerare riuscito e sia che abbia portato ad un fallimento. Ma questo va spiegato. Un film che nasce per intrattenere per le due ore della sua visione non ha sempre dietro un autore complesso che aspira all’immortalità (per essere drammatici). Il cinema d’arte non deve piacere o non piacere, esso nasce per altre motivazioni, con ambizioni più alte che non siano solo una fuga dal lavoro, dai problemi e dalla realtà. Bisogna, insomma, fare in modo che il pubblico medio s’innamori del cinema d’arte, d’autore, sperimentale comunque vogliate chiamarlo.

Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc per me è un tentativo, un pretesto per misurare la validità di una idea di linguaggio che vuole cambiare. È un film che mi ha divertito, a tratti annoiato ma del quale comprendo e sostengo la genesi. Ritengo che sia un ottimo tentativo fallito, non totalmente ma fallito. Trovo invece un fallimento l’atteggiamento di chi al solo comparire di un certo nome urla dogmaticamente al miracolo, tira in ballo Dio, battezza la nascita del nuovo Verbo e tutto questo senza mai addurre uno straccio di motivazione o il filo di un ragionamento che permetta una sua condivisione o l’opposto. Io credo vada chiusa la stagione dello scontro ideologico tra il cinepanettone e il cine-polpettone, preferibilmente polacco con i sottotitoli in ungherese. Il cinema d’arte ha assoluta necessità del confronto col pubblico, quello più distante dalle sue istanze, quello meno abituato a certi modi di raccontare, quello che nemmeno sa quanti stimoli riceverebbe dall’avvicinarsi a certi universi. E se per fare questo bisogna in qualche modo mentire, attirare con l’inganno, promettere meraviglie: lo si faccia! Non possiamo pensare che avvicinarsi al cinema d’autore sia equivalente a rispondere ad una chiamata divina; la vera rivoluzione è spiegare che anche un film d’autore può considerarsi intrattenimento, che la sua visione non ha una natura punitiva e non presuppone una vocazione masochistica, seppure per alcune visioni questo aiuterebbe. Aprire al pubblico medio questo scrigno pieno di tesori non ne sminuirà il valore, spiegare il senso di certi lavori li renderà anche meno attaccatili da chi è sempre pronto ad etichettare un film come lento e senza trama. Bisogna puntare a rendere tutti gli spettatori maggiormente consapevoli, informati, evoluti ed inclusi, evitando di far sentire stupido chiunque faccia una domanda che non tiri in ballo Deleuze. Il cinema è una cosa semplice, anche nelle sue espressioni complesse; sarebbe bello se si riuscisse a semplificare anche la forma attraverso la quale questa semplicità complessa viene spiegata e offerta a tutti. Se le recensioni, i commenti e gli approfondimenti sono più tortuosi e cervellotici del film stesso, a difficoltà si sommano altre difficoltà di comprensione e questo allontana molte persone. Non si diventa più intelligenti provando a far sentire gli altri più stupidi. All’uscita dalla sala dopo la visione di Jeannette, un amico al quale avevo sconsigliato la visione del film ha esclamato: “Questo è il peggior film della mia vita, incomprensibile, lento e ridicolo”; mi sono sentito in colpa nonostante lo avessi messo in guardia. Ho passato i minuti successivi a spiegargli più o meno le cose che sto cercando di scrivere in questo articolo e sono riuscito a strappargli una seconda esclamazione: “Adesso sono curioso di vedere altri sui film, per cercare di capire come si sia potuto ridurre tanto male da voler fare un film come questo”. Va bene, non è un successo pieno ma è un punto di partenza, per quanto mi riguarda si apre la fase del dialogo. •

Michele Salvezza

 

 

Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc

Regia: Bruno Dumont • Sceneggiatura: Bruno Dumont da Jeanne d’Arc (1897) e Le Mystère de la charité de Jeanne d’Arc (1910) di Charles Péguy • Fotografia: Guillaume Deffontaines • Montaggio: Basile Belkhiri, Bruno Dumont • Costumi: Alexandra Charles • Musiche: Igorrr • Co-compositions: Nils Cheville, Laure Le Prunenec, Aline Charles, Elise Charles, Anaïs Rivière • Suono: Philippe Lecœur • Coreografie: Philippe Decouflé, assisté de Clémence Galliard • Coreografie addizionali: Aline Charles, Elise Charles, Nicolas Leclaire, Victoria Lefebvre, Jeanne Voisin • Produttori: Rachid Bouchareb, Jean Bréhat, Muriel Merlin • Interpreti principali: Lise Leplat Prudhomme (Jeannette, 8 ans), Jeanne Voisin (Jeanne, 15 ans), Lucile Gauthier (Hauviette, 8 ans), Victoria Lefebvre (Hauviette, 13 ans), Aline Charles (madame Gervaise, sainte Marguerite), Élise Charles (madame Gervaise, sainte Catherine), Nicolas Leclaire (Durand Lassois), Gery De Poorter (Jacques d’Arc), Régine Delalin (Isabeau d’Arc), Anaïs Rivière (saint Michel), Kyliann Maréchal Tellier (enfant), Malone Leroy (enfant), Maxime Boulanger (frère d’Arc), Jonathan Leguen (frère d’Arc) • Produzione: Taos Films, Arte France, Le Fresnoy – Studio National des Arts Contemporains, Pictanovo (coproductions) • Rapporto: 1,66:1 • Formato: Stereo / Dolby 5.1 • Paese: Francia • Anno: 2017 • Durata: 115′



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