La musica de “L’amica geniale”

Prescindere da tutto, nel considerare il “fenomeno del momento” L’amica geniale. Prescindere dalle “identità misteriose” dell’Autrice Elena Ferrante, che ricordano quelle del “misterioso” Thomas Pynchon, con la differenza che L’arcobaleno della gravità era indecifrabile ai più. Prescindere dall’incolore italiano burocratico apparentemente esatto del testo: “Strinse gli occhi. Quando faceva così, seria, senza un sorriso, come se lasciare alle pupille solo una fessura le permettesse di vedere in modo più concentrato, mi ricordava gli uccelli rapaci che avevo visto nei film al cinema parrocchiale” – Frase che, esempio a caso, contiene la tautologia: “I quadrupedi hanno quattro zampe”. Prescindere, nel considerare la serie televisiva, dal fatto che Saverio Costanzo sia il figlio di Maurizio e il compagno dell’astro nascente Alba Rohrwacher, anche voce narrante nelle puntate. Ormai si prescinde da questi gossip relazionali. Prescindere da tutto ciò per concentrarsi sul solo campo che ci competa e che non è – riteniamo – mai adeguatamente indagato: la musica di Max Richter che “accompagna” (si fa per dire) le 8 puntate di Costanzo. Tedesco d’origine ma britannico d’adozione, Richter (1966) tiene a esporre, nella sua biografia, il blasone curricolare che spetti a chi possa dire d’aver studiato con Luciano Berio. A Firenze: ma se andiamo al link, in nota alla pagina wikipediana, il riferimento non esiste più. Anche Ludovico Einaudi studiò con Berio: i risultati si sono fatti sentire? E vorremmo specificare che Berio non rappresenta certo, per noi, lo zenit della Neoavanguardia italiana. Ma è innegabile che almeno certe prese di posizione estetiche – a cominciare da Sinfonia nata grazie alla frequentazione di quel folle geniale che è Paolo Castaldi – siano ben distanti dai risultati cachettici della generazione di compositori nata negli anni 60 (per tacer delle successive). Il lavoro di Richter ne L’amica geniale si colloca su d’un sentiero ben tracciato: quello dei post-post-post minimalisti americani. Con qualche furberia in più rispetto a Glass, Adams e compagnia cantante? No. I suoi trucchi sono muffiti come le sue terzine al pianoforte tardo-glassiane; le sue note ingombranti e i suoi “spazi sonori” – vòlti a creare tensione nello spettatore che s’attenda esplosioni di violenza ogni 5 minuti, con quei simpatici colpi ottusamente ottundenti dei bassi (come non ripensare ai tediosi e pretenziosi suoni dell’ultima Twin Peaks?) – nascono stanchi. Ma stancamente si ficcano in ogni inquadratura, saturano l’ambiente. Non è questo che fa la musica d’ambiente? E le compiaciute inquadrature “geometriche” del rione napoletano, con i suoi proletari oleografici, sembrano elevarsi alla dimensione onirica della rievocazione. Ascoltiamo attentamente la sigla: gli archi sincopati con quell’ibridazione d’eunuchi fra rock blandito ad usum dei salotti piccolo-borghesi e vago sapore di “classicità”: che fa tanto intellettuale. S’ascolti la camuffata, goffamente iterativa citazione d’un passaggio d’Antonio Vivaldi nella prima puntata e nella scena – più oltre – del crudo pestaggio in centro a Napoli. Vivaldi rockettaro spalmato come margarina surrogata sul pane biologico d’un paese che ama i cedri e le vecchie sorelle grasse di maestre elementari eroiche. Perché in loro sono riposti i segreti del greco e del latino: bisogna amare le nostre radici! Come no: con frammenti di fate ignoranti à la Ozpetek, conditi con quella salsa musicale che ha conquistato il nostro tempo: una salsa stantia, ma sulla cui confezione la data di scadenza continua a essere posticipata, tenendo in formalina lo scheletro del defunto. Quel corpo trapassato del pittore ne La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, chiuso nell’armadio dalle devote sorelle pazze. La sceneggiatura era, anche, del papà di Saverio: Maurizio Costanzo. Una famiglia che s’intende di cadaveri nell’armadio e che sa scegliere le note musicali adatte per far ballare i morti appassionando i vivi.

Dario Agazzi

 

Nota
Il romanzo L’amica geniale di Elena Ferrante è edito dalle Edizioni e/o, Roma, 2016. La frase cit. proviene dal vol. I, p. 101.
L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon si trova edito da Rizzoli, 2001.



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