Il cattivo poeta > Gianluca Jodice

 

Si lamenta l’impresario che il teatro più non va…

Ma non sa rendere vario lo spettacolo che dà…

Ah la crisi…“

Ma cos’è questa crisi… ma cos’è questa crisi…

Metta in scena un buon autore

Faccia agire un grande attore e vedrà…

Che la crisi passerà!

(Rodolfo De Angelis, 1933)

 

La crisi

Comincia con le note di questa canzonetta degli anni trenta il film lungometraggio d’esordio di Gianluca Jodice che sembra messa lì a spiegarci da subito la scelta del protagonista e dell’impegnativo soggetto de “il cattivo poeta”.

Affidarsi ad un “grande attore” o a una grande storia potrebbe rivelarsi la chiave di  volta per un cinema italiano in crisi perenne, ed ora per di più, in crisi pandemica; inoltre la produzione di Matteo Rovere segnala che ci stiamo muovendo su di un preciso solco, sulla scelta di un cinema di genere (in questo caso il biopic in costume) e il recupero dei temi storici non privi di un qualche gusto filologico che dovrebbero tenere insieme pubblico televisivo e critica. Infatti la sceneggiatura è intessuta di citazioni da lettere o registrazioni del poeta, come per farlo tornare a rappresentarsi con le sue stesse parole, così come il proto- latino de “Il primo Re” si coniugava al gusto di un cinema adrenalinico fatto di scontri cruenti ed effetti speciali.

Un’idea che sacrifica però molto della storia del cinema italiano, quella dei grandi autori del passato, sperimentatori dei nuovi linguaggi, e soggiace compiaciuto alle regole del gioco, quelle dei botteghini o dei canali streaming, convinto di poter comunque salvare il salvabile agendo con gusto e cultura.

L’ingombro del personaggio al centro del racconto è tenuto alla giusta distanza dalla prospettiva narrante, scegliendo il punto di vista di un’ennesima spia introdotta nell’aurea prigione del Vittoriale (“cattivo” significa soprattutto questo: dall’etimo captivus, prigioniero). D’annunzio vi è relegato da circa 15 anni, quando ne 1936, il giovane federale Giovanni Comini viene incaricato di controllarne le mosse e soprattutto le idee in un momento cruciale per Mussolini, ovvero la costruzione in corso di un’alleanza con “il ridicolo nibelungo” mascherato da Charlot, come lo definisce il poeta. Consegnare la patria, per la quale tanti eroi hanno versato il loro sangue, ai “barbari” è per D’Annunzio insopportabile e dal suo esilio, nella sua sconcia e ridicola vecchiaia potrebbe ancora, con la sua parola alata e seducente danneggiare il regime e il consenso di cui c’è ora più che mai bisogno in vista di una guerra. Mussolini sa bene che gli italiani si mostrano fedeli ai casti nidi Pascoliani ma sognano nel loro intimo le perversioni del Vate, magari accompagnate da piume di pavone e da ferini ululati.

Il personaggio del giovane e ingenuo Comini nella parte della spia entra però progressivamente in crisi, le sue convinzioni sul nuovo mondo che andrà realizzandosi dietro la guida sicura del Duce traballano alle scosse del marcio che affiora via via attorno a lui, fin dentro la sua famiglia, ma anche grazie alla frequentazione del poeta, che insinua nel giovane sprovveduto il dubbio ed infine la critica, come avviene per Vitaliano Brancati che scriverà in una pagina del Diario romano nel 1949:

 Conosco minutamente il sapore che aveva, nel ’27, per un giovane di vent’anni, portato alla meditazione alla fantasticheria e alla pigrizia, il riscaldarsi per un uomo violento; il credere che stesse per nascere una nuova deliziosa morale il cui bene era agire e il male dubitare. […] Conosco poi la vergogna che succede a queste ubriacature, la noia del ’36 e del ’37, quando voltandosi indietro, invece di rimpiangere la giovinezza accadeva di scrivere: “In certe epoche non bisognerebbe mai avere vent’anni […]

 

Lo spazio, la luce e il “buio”

Pregevole ed in linea con quel buon gusto di cui si diceva è la fotografia di Daniele Ciprì che dona un’eterna luce di tramonto dorato, spezzato da verdi accensioni della tappezzeria, agli spazi del Vittoriale: ambienti labirintici e vagamente claustrofobici fatti di corridoi, stanzette densamente abitate da oggetti, cimeli, libri e stampe a cui si accompagna un’incessante scricchiolio dei parquet attutiti dai numerosi tappeti.

A tutto ciò si contrappongono gli spazi dell’architettura fascista, pervasi da una luce gelida che si appiattisce azzurrina e grigia sulle immense superfici di marmo e travertino. Le sue linee razionaliste e i grandi, disumani ambienti di un potere senza proporzione paiono guidare la macchina da presa imponendole le proprie fughe e suggerendo alle carrellate di scivolare lungo le prospettive degli scaloni e delle stanze su cui suonano sinistri i riverberi dei passi con stivali d’ordinanza. Si potrebbe trovare il precedente più immediato di questa estetica nel “Vincere!” Di Bellocchio ma anche nel “Conformista” di Bertolucci.

Tuttavia il cuore del film rimane il Vittoriale degli Italiani, quasi un terzo protagonista che accompagna la vicenda umana del Vate dalle ombre del tramonto politico e letterario al buio della morte, che lo coglie chino sulle carte in una notte di cospirazione che lo prende alle spalle. Oppure si apre malinconicamente sui giardini dove si celebrano feste a cui nessuno sembra veramente interessato e nel quale giungono unicamente sparuti fantasmi di reduci della Prima guerra. Un palcoscenico deserto per un divo affamato di un pubblico che pare averlo dimenticato: giunto a Verona nell’ultimo vano tentativo di scongiurare l’alleanza con Hitler, D’annunzio segue Mussolini fino al balcone, si sporge avido di quelle grida di consenso da cui è ormai forzosamente messo a dieta.

 

Il Vate e il Nulla

 

[…] se Pan è il tutto e

se la morte è il tutto.

Ogni uomo nella culla

succia e sbava il suo dito,

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.

(D’Annunzio, 31 ottobre 1935)

 

Nel tentativo di smarcare il poeta da Mussolini e metterne giustamente in evidenza i rapporti conflittuali, tipici, va detto, della quasi totalità degli intrecci storici tra artisti e potere, Jodice trascura di evidenziare quanto di profondamente fascista ci fosse in lui sin dal principio, e come la sua modernità non risieda solo in quello che Luisa Baccara suggerisce ricordando al giovane Comini l’utopia poetico- militare di Fiume, fatta di slanci patriottici ma anche di nudisti, cocaina e amore libero, una festa continua… Coglie sì la disperazione ma sfiorando solo da lontano la rappresentazione del ridicolo che circondava sia il fascismo che il Vate stesso, sebbene con gradi diversi di volgarità; i pochi filmati che ci rimangono lo testimoniano: Il Vate vi appare come un vecchio sdentato tra il lusingato e l’imbarazzato che si pavoneggia tra le sue vestali in favore di camera recitando a memoria la parte dell’eroe superuomo con una maschera che gli scivola continuamente dal volto rivelandone tutta l’inettitudine di fondo, il nulla da cui è divorato.

Castellitto ci prova, cercando una misura che non gli è propria, affidandosi al mestiere e alla solita buona prova d’attore, avvalendosi di uno sguardo spaurito da belva braccata e del cranio segnato dalla vena pulsante che abbiamo tante volte visto balenare nei ritratti fotografici del poeta pensoso, consegnandolo ad una dignità di fondo troppo facile da recuperare se guardata solo attraverso il controcanto della violenza volgare di Mussolini e dei suoi gerarchi, mentre la sua vera attualità sta proprio in quello che Emanuele Trevi coglie nel suo libro “I cani del nulla”:

“E’ fin troppo facile rendersi conto che, anche se quasi più nessuno legge i suoi libri, compresi noi, l’importanza attuale di Gabriele D’Annunzio è immensa. E’ l’immagine multipla e coerente di un perfetto italiano, quella che adesso ci circonda, di un italiano al suo meglio, al grado più elevato di soddisfazione e sviluppo – il rappresentante e la vera, unica guida morale di un popolo criminaloide, superstizioso, millantatore, già pronto, a quei tempi, come del resto in tutti i tempi immaginabili, per la Tv. Non per la Tv come mezzo tecnico, oggetto da comperare e adoperare – qui si vede la Tv eterna, quella che c’è sempre stata, senza bisogno di cavi e di antenne e di parabole sui tetti -, la Tv nella sua essenza: La profonda autorità morale, il fascino numinoso che su noi italiani esercita ciò che è pacchiano, insensato, artefatto, delinquenziale e insieme, senza contraddizione, sbirresco, spontaneamente fascista. Immagini, simboli, gesti di salute.

 

La salute eterna della Tv eterna.

La salute nazionale. L’ordine pubblico televisivo.”

 

Maurizio Giuseppucci



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