Mister Lonely > Harmony Korine

 

da Rapporto Confidenziale numero22 (febbraio 2010)

MISTER LONELY
L’armonia di Korine
a cura di Alessio Galbiati

«Si profana la nozione stessa di persona con il desiderio di essere una personalità.»
– Jean-Luc Godard [1]

Non so se sai cosa vuol dire essere qualcun altro.
Non volere essere visto come si è.
Odiare il tuo viso e diventare completamente invisibile.
Ho sempre voluto essere qualcun altro.
Non mi sono mai sentito a mio agio con me stesso.
Tutto quello che voglio è essere migliore di me stesso,
diventare meno ordinario e trovare un senso in questo mondo.
È più semplice vedere le cose negli altri, vedere le cose che ammiri e provare a diventare così.
Possedere una faccia diversa.
Ballare un ballo differente e… cantare una canzone diversa.
È la fuori che ci aspetta, ci invita a cambiare.
È il momento di diventare chi non siamo, di cambiarci il volto e diventare quel che vogliamo essere.
Penso che in questo modo il mondo sarebbe un posto migliore.
– Voce fuori campo del protagonista all’inizio della pellicola

 

 

Una sola visione, soprattutto se grossolana, non rende merito a questa pellicola che, dopo essersi posata sugli occhi, comincia a vagare dentro lo spettatore, come un pensiero bello, come un dolore cocente.
«In termini generali, è un film su di un imitatore di Michael Jackson che vive a Parigi piuttosto depresso per il proprio destino. Incontrerà una sosia di Marilyn Monroe che vive in una comune insieme ad altri sosia. Vogliono mettere su uno spettacolo sperando che il mondo lo voglia vedere. Lei lo convince ad andare in questo posto e le cose accadono. Allo stesso tempo, è una storia su delle suore che saltano dagli aeroplani.» [2] Così Harmony Korine racconta con estrema sintesi la sinossi di Mister Lonely, bizzarro film del 2007 che ha segnato il suo ritorno dietro la macchina da presa dopo ben otto anni d’assenza a causa di tribolati problemi personali [3].

Una storia che si muove da vicende autobiografiche, Korine infatti per un certo periodo della sua giovane esistenza (è nato nel 1973) ha vissuto a Parigi, proprio all’apice della sua crisi fatta di abusi di sostanze stupefacenti e di solitudine. Il ricordo di quel periodo è diventato lo spunto autobiografico dal quale partire per la scrittura della sceneggiatura, realizzata insieme al fratello minore Avi, che è una sorta di estremo e bislacco romanzo di formazione che ha come protagonista un ragazzo di origini sudamericane smarrito dentro la personalità clonata che ha scelto di vivere. Michael Jackson, interpretato da un delicatissimo Diego Luna, non possiede altro nome all’infuori di quello del fu re del pop, vive in una piccola stanza e si guadagna da vivere esibendosi per le strade della capitale francese (le scene sono girate dal vero), piuttosto che in centri per anziani. Probabilmente Korine a quel tempo si sentiva così, distante da sé stesso, incapace di levarsi di dosso una personalità posticcia e priva di vita. È molto strano vedere la capitale francese contestualizzata in termini così apatici ed alienanti, soprattutto per un regista americano; ogni volta che gli verrà richiesto un giudizio sulla città, Michael Jackson non mancherà di dichiarare la sua avversione per la città, «non parlo neanche il francese!». Michael potrebbe essere uno dei bambini disturbati e disturbanti del film Gummo che nell’appropriarsi di una presunta personalità di un personaggio popolare ha placato ogni aggressività e che, con questa personalità posticcia, trova un modo per rimanere aggrappato di fronte al baratro del proprio oscuro avvenire; questa vicinanza dei caratteri fra l’universo più propriamente koriniano e questo eccentrico sosia sarà lampante in una delle sequenze conclusive, quando accetterà da due alcolisti un sorso della loro brodaglia, accasciato a terra su di un mezzo pubblico.

Ma torniamo alla vicenda narrata. Il film è suddiviso in due racconti distinti e distanti: la storia di un sosia di Michael Jackson che da Parigi si sposta, insieme ad una sosia di Marilyn Monroe della quale si è invaghito (interpretata da una morbidissima Samantha Morton), nelle highlands scozzesi per raggiungere una compagnia di sosia intenzionati a dar vita ad un teatrino ambulante, e la storia di un gruppo di suore d’azzurro vestite, che a Panama assistono la vita di una comunità indigena immersa nella povertà e che, sotto il magistero di Padre Umbrillo, un prete volante un po’ pazzo ed alcolizzato, interpretato niente meno che da Werner Herzog, raggiungono in aereo sperdute missioni nel cuore dalla foresta.

C’è una sequenza ricorrente, che apre e chiude la pellicola, un’idea surreale che chiosa in maniera enigmatica (ed armonicamente soave) un film assolutamente sfuggente. Michael Jackson alla guida di una mini moto gialla per le curve di un piccolo circuito, con in testa un casco dello stesso colore della moto, una giacca rossa, calzini bianchi, occhiali da sole e mascherina sul volto grande abbastanza da coprire naso e bocca al sosia del fu re del pop. Attaccata con un filo alla moto svolazza sopra la testa del pilota una piccola scimmietta di pezza, che sospinta dalla velocità s’alza ed abbassa alle spalle dell’improbabile centauro. In questo non sense c’è molto del film in questione, un’evidente piacere della messa in scena di situazioni bizzarre, surrealtà che traggono dell’universo pop contemporaneo la loro fonte di ispirazione. Una serie di quadretti assai belli da vedere, piacevoli nella costruzione dell’immagine, aspetto questo in totale controtendenza con la traumatica estetica di tutto il cinema di Korine. Si pensi alle desolanti suburbe di Gummo, julien donkey-boy e dell’ultimo Trash Humpers (del quale in Italia pare non esserci notizia alcuna; come del resto per il film in questione, che comunque passò al Milano Film Festival del 2007), senza dimenticare ovviamente le sceneggiature firmate per Lerry Clark: Kids e Ken Park.

Salta subito agli occhi la stramberia dell’operazione. La storia narrata è piena di buchi, salti e vuoti, ma l’equilibrio dell’opera si fonda sul magnetismo di questa disperata parabola sulla ricerca della propria identità: un magnetismo ossessivo che indaga l’invisibile ed il non detto. Ciò che tiene insieme il film, che lo rende una meravigliosa perla di insolito cinema, è la vicenda ambientata a Panama, dove non a caso compare Werner Herzog (amico e sostenitore dell’uomo e del cineasta Harmony Korine che ha recitato, oltre che nel film in questione, pure nella sua precedente regia, julien donkey-boy). C’è una sequenza in particolare, indiscutibilmente sublime, che da sola vale tutto il film e che pare a tutti gli effetti un omaggio (assolutamente vitale e creativo) al cinema estremo di Werner Herzog.

È la sequenza del miracolo della suora volante. Durante uno dei frequenti voli per la distribuzione degli alimenti alle popolazioni indigene, una suora d’azzurro vestita scivolerà fuori dal portellone del piccolo aereo pilotato da padre Umbrillo. Durante la caduta liberà che la condurrà a morte certa invocherà a mani giunte il proprio Dio, pronunciando una preghiera che udiamo come voce fuori campo:

Oh, Signore, non farmi morire. / Io credo, oh, Signore. / Fammi cadere al sicuro. / Io credo in te. / Non ho paura di niente. / Perché tu sei sempre con me, e se lo vorrai volerò.

Ma la caduta non verrà arrestata, la suora precipitante impatterà al suolo con tutta la violenza del caso. Ma si rialzerà. Scossa ed allucinata avanzerà verso la macchina da presa, con gli occhi fuori dalle orbite e lo sguardo smarrito di chi ha ricevuto un miracolo.

La sequenza si basa su di un cromatismo esasperato, fondato sulle tonalità del cielo e del sole, e sulla veste azzurra della suora, ammantata da un copricapo della stessa tonalità turchese. L’intera caduta è ripresa da una camera che ne segue il volo da sotto, anch’essa in caduta, avendo il cielo come fondale entro il quale seguiamo le invocazioni a mani giunte della suora precipitante. È bello pensare che questa scena, come forse tutto l’episodio panamense (circa un quarto del film), sia stato sviluppato, messo in scena e diretto da Korine ed Herzog, insieme, come accadeva nel cinema di qualche decennio fa, dove di frequente l’attore “importante” interagiva, guidava, o sostituiva il regista prescelto dalla produzione dirigendo egli stesso singole sequenze o comunque influenzando lo stile dell’intera produzione (su tutti Orson Welles ne Il terzo uomo di Carol Reed). La sequenza si apre con il decollo dell’aereo, ripreso in campo lunghissimo, con un’immagine mossa e quasi documentaristica accompagnata da una colonna sonora decisamente herzoghiana, che ricorda le scelte musicali di The Wild Blue Yonder (opera del 2005 che condivide la medesima area cromatica della sequenza in questione come pure l’inversione del punto di vista dal quale osservare un corpo immerso nella legge di gravità); Amalume, dei Boys of Dedza Secondary School 1958 per il film di Korine ed i sardi Cuncordu e Tenore de Orosei nell’incredibile pellicola di Herzog.

Questa immagine verrà poi ripresa nella parte conclusiva del film, rivelandone la natura profondamente herzoghiana, tant’è che sarà proprio il cineasta tedesco, nei panni di padre Umbrillo, ad introdurre l’epifania di suore volanti della scena in questione. Parlando alla macchina da presa, col suo inglese proverbiale e magico, riflettendo con lo spettatore sull’essenza brutale e disperata della condizione umana, compie una riflessione laica ed indulgente verso la necessità di credere ai miracoli, di credere all’impensabile ed all’irrazionale [4]. Cioè ribadisce uno dei temi portanti della sua fiammeggiante autorialità.

È bene puntualizzare che gran parte del film si svolge nella comunità di sosia dispersa nelle highlands scozzesi e che il rapporto fra Marilyn e Michael è l’asse portante della sfilacciata narrazione. Korine realizza un carnevale surreale e decisamente pop in cui chiama a recitare Charlie Chaplin e Abramo Lincoln, il papa e la regina, Sammy Davis Jr. e cappuccetto rosso, Madonna e James Dean, tutti insieme appassionatamente ed ognuno con i medesimi modi di fare, ed ossessioni, dell’originale. Per cui Chaplin (un davvero superlativo Denis Lavant), che è sposato con Marylin e con la quale ha dato alla luce una piccola sosia di Shirley Temple, è un pazzo isterico maniaco sessuale, la regina (interpretata dalla leggendaria Anita Pallenberg; indimenticabile in Dillinger è morto di Marco Ferreri!) è calma e posata come l’originale Elisabetta d’Inghilterra, Lincoln è un massimalista pomposo, il papa peggio ancora e così via. Tutto scorre follemente tranquillo fino a quando Marilyn sarà troppo coerente col personaggio che si è scelta.

Il trauma generato dal tragico epilogo della vita della giovane donna disintegrerà la comune di imitatori, come pure la personalità di Michael. Tornato a Parigi sceglierà di uscire dal personaggio perdendo il proprio nome e disperdendosi in una folla festosa per una qualche vittoria calcistica. Un attimo prima che il film sia concluso, vediamo Diego Luna, spaesato, vagare nella massa con gli occhi persi, senza poter contare sull’esistenza di un qualche Dio o di un qualche miracolo [5].

Mister Lonely è anche il titolo di una popolare canzone, che corre sui titoli di testa, ululata dalla trasognante voce di Bobby Vinton – lo stesso autore, e la stessa voce, della lynchiana Blue Velvet.

Now I’m a soldier, a lonely soldier
Away from home through no wish of my own
That’s why I’m lonely, I’m Mr. Lonely
I wish that I could go back home
– Boby Vinton, Mister Lonely (1964)

Alessio Galbiati

 

 

Note:

(1) Dichiarazione rilasciata da Jean-Luc Godard, a Cannes (1990), durante la conferenza del film Nouvelle vague in Filmcritica n.405/406, maggio-giugno 1990; in Alessandro Cappabianca, Lorenzo Esposito, Bruno Roberti, Daniela Turco (a cura di), Senso come rischio. 60 anni di Filmcritica, Le Mani 2010.

(2) Intervista concessa a Gregg Goldstein per The Hollywood Reporter, 22 maggio 2007.

(3) Il film è prodotto dalla stilista francese Agnès B., alla quale si deve il coraggio di aver fatto rientrare Korine dalla porta principale di cinema mondiale. Esiste qualche stilista italiano che ha avuto l’ardire di un’operazione analoga. Sempre Agnès B. ha finanziato l’ultimissimo film di Korine: Trash Humpers (2009).

(4) Queste le parole pronunciate da Herzog-Padre Umbrillo: «We here in the broken nation [il riferimento è a Panama, nazione rotta in due dal canale che la attraversa, ndr] are tired and bruised. We have been left here alone with nothing. We have been abandoned. We are like vomit in the street outside of a seedy bar. We have been relegated to the bottom of the barrel and all our senses of understanding and love seem gone forever. In order to survive here, we have to become like animals… and we have to fore go all sense of civility and understanding. How is it possible that a nun can fly? How is it possible that she falls out of a plane and lands unscathed? But who are we… who are we to scoff at such things? Who are we to doubt such miracles? Alas, we are but tramps in the gutter, here in the broken nation. But a little faith can take us a long, long way».

(5) È curioso notare quanto questa sequenza sia simile alla conclusione di Offside, capolavoro del 2006 diretto dal regista iraniano Jafar Panahi.

 

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MISTER LONELY
regia: Harmony Korine; sceneggiatura: Harmony Korine, Avi Korine; fotografia: Marcel Zyskind; montaggio: Valdís Óskarsdóttir, Paul Zucker; musiche: Jason Spaceman, The Sun City Girls; scenografie: Richard Campling; art direction: Johnny Campling; costumi: Judy Shrewsbury; casting: Sarah Crowe; Diego Luna (Michael Jackson), Samantha Morton (Marilyn Monroe), Denis Lavant (Charlie Chaplin), James Fox (il Papa), Werner Herzog (Padre Umbrillo), Leos Carax (Renard), Richard Strange (Abraham Lincoln), Jason Pennycooke (Sammy Davis, Jr.), Anita Pallenberg (la regina), Rachel Korine (Cappuccetto Rosso), Joseph Morgan (James Dean), Melita Morgan (Madonna), Daniel Rovai (Moe Stooge), Nigel Cooper (Curly Stooge), Mal Whiteley (Larry Stooge), David Blaine (prete), Esme Creed-Miles (Shirley Temple); produttori: Harmony Korine, Nadja Romain; produttori esecutivi: Agnès B., Peter Watson; casa di produzione: Fuzzy Bunny Films, O’ Salvation; paese: UK, Francia, Irlanda, USA; anno: 2007; durata: 112′.

 

Harmony Korine

 

Harmony Korine / FILMOGRAFIA
(Bolinas, California, 4 gennaio 1973)

REGISTA
Trash Humpers (2009, 78′)
Mister Lonely (2007, 112′)
julien donkey-boy (1999, 101′)
The Diary of Anne Frank Part II (1998, 30′)
Gummo (1997, 89′)

SCENEGGIATORE
Trash Humpers (2009)
Mister Lonely (2007)
Ken Park (dir. Larry Clark, 2002)
julien donkey-boy (1999)
The Diary of Anne Frank Part II (1998)
Gummo (1997)
Kids (dir. Larry Clark, 1995)

ATTORE
Trash Humpers (2009)
Last Days (dir. Gus Van Sant, 2005)
Good Will Hunting (dir. Gus Van Sant, 1997)
Gummo (1997)
Kids (dir. Larry Clark, 1995)

PRODUTTORE
The Dirty Ones (dir. Brent Stewart, 2009)
Mister Lonely (2007)
Blackberry Winter (dir. Brent Stewart, 2006)
The Aluminum Fowl (dir. James Clauer, 2006)



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