Fernand Melgar

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale numero35 – Speciale Locarno 64. Pagg. 126-144

Fernand Melgar è nato nel 1961 in una famiglia di andalusa esiliata a Tangeri. Nel 1963, accompagna i suoi genitori che emigrano in Svizzera per lavorare con un permesso come stagionali portando con sé i due figli clandestinamente. Regista e produttore indipendente e autodidatta, dal 1985 fa parte dell’associazione Climage, punto di riferimento per il cinema documentario in Svizzera. Nel 2008, il suo documentario “La forteresse” ottiene il Pardo d’oro al Festival internazionale del film Locarno e numerosi altri riconoscimenti internazionali.

Intervista a Fernand Melgar su “Vol spécial

di Roberto Rippa

Roberto Rippa: “Vol spécial” arriva a 3 anni di distanza da “La forteresse”, che illustrava la situazione dei richiedenti asilo in Svizzera, e mostra l’ultima parte del percorso della politica migratoria nel Paese. Nel corso dell’incontro con il pubblico, lei ha affermato che il film mostra il risultato di ciò che la popolazione svizzera ha votato, senza sapere cosa stava votando. Quella che viene raccontata nel film è una prigione, confortevole ma pur sempre una prigione, dove si trovano sans papiers o persone che si sono viste rifiutare l’asilo, che vengono comunque trattate alla stregua di criminali.
È stato difficile lavorare a questo film, a livello di rapporti con le autorità?

Fernand Melgar: No, a priori le autorizzazioni non sono state difficili da ottenere dopo “La forteresse”, che aveva avviato un dibattito sul tema dell’asilo. In Svizzera ci sono 35 centri destinati alla detenzione amministrativa, che è molto diversa da quella penale, come quello di Frambois, uno per Cantone. Sono luoghi destinati a garantire un rimpatrio delle persone che hanno ottenuto un ordine di espulsione in seguito a una legge che è stata votata democraticamente nel 1995. L’inasprimento delle leggi sull’asilo ha portato ad un aumento del periodo di detenzione. Oggi è possibile trattenere in detenzione persone, unicamente per il fatto che non possiedono documenti, a partire dall’età di 15 anni per un periodo di due anni. Si dice spesso che la persona fermata senza documenti può partire anche subito, il problema è che non è sempre possibile perché per il rimpatrio occorre avviare un accordo di riammissione con il loro Paese d’origine, che molto spesso è complicato da ottenere: per i Paesi africani più corrotti, per esempio, in alcuni casi l’Ufficio della Migrazione deve avviare delle negoziazioni e infine pagare. Alcuni tra coloro che si vedono nel film non possono rientrare perché si troverebbero in pericolo nei loro Paesi. Si sente spesso che le persone abusano della possibilità di chiedere asilo e che mentono. Oggi c’è uno studio interno, un documento interno dell’Ufficio Federale della Migrazione, in cui 4 funzionari su 7 dicono che le decisioni riguardanti le domande d’asilo non vengono prese sulla base di fatti stabiliti, bensì su circostanze che possono risultare false. È un fatto molto grave, non si parla di revisione d’imposta, di persone che dovranno pagare più o meno soldi; si parla di persone che sono il più delle volte in pericolo e che chiedono protezione, e di decisioni che possono avere conseguenze dirette sulle vite e sulla sicurezza di queste persone. Nel contesto generale, ci troviamo in una situazione molto grave. Per tornare alla prigione e alle autorizzazioni, ci sono una trentina di centri in Svizzera e ogni centro dipende dal Cantone in cui si trova, quindi per potervi entrare bisogna chiedere l’autorizzazione al Cantone di riferimento.
Quello di Frambois rappresenta un caso particolare, in quanto i Cantoni della Svizzera francese, Ginevra, Vaud e Neuchâtel, non volevano applicare le leggi di restrizione. Occorre sapere che il Giura non ha mai voluto accettare le leggi di restrizione e non le ha mai applicate, malgrado una legge federale costringa a farlo. In cattiva coscienza, i Cantoni latini si sono riuniti, hanno discusso e prodotto un concordato che ha portato alla nascita di Frambois nel 2000, cinque anni dopo l’applicazione concreta delle nuove leggi, e la Consigliera di Stato dell’epoca Spoerri aveva dichiarato: “Stiamo andando in una direzione che rappresenta un paradosso, in quanto dovremo imprigionare persone che non hanno commesso alcun reato, quindi andremo a creare una soluzione almeno umana.” A partire da questo, quando ho chiesto l’autorizzazione i Cantoni mi hanno risposto che non ci sarebbe stato alcun problema in quanto con “La forteresse” avevo fatto un film molto obiettivo, e se lo fossi rimasto non avrei avuto problemi.
Godevo quindi di credito per entrarvi e questo centro mi appariva molto interessante, in quanto è l’unico a provare un approccio di tipo sociale alla detenzione amministrativa. È questo ciò che si vede e che disturba nel film. So già ciò che mi verrà rimproverato, e sento già le critiche come se me le avessero già mosse. Sarebbe stato diverso se fossi stato al centro di Zurigo, una prigione terribile, paragonabile a una piccola Guantanamo; non sono io a dirlo, è la Commissione nazionale contro la tortura della Confederazione che ha prodotto documenti allarmanti su ciò che vi accade. La Commissione europea contro la tortura riporta situazioni molto gravi: le persone sono tenute a vista 23 ore su 24 – si parla di detenzione amministrativa – e vengono poste in una condizione di tortura psicologica che porta alla follia e al suicidio. Viviamo in un Paese che è depositario della Convenzione di Ginevra e ci troviamo in una situazione stupefacente. Oggi, a livello della politica sull’asilo, c’è una cappa di piombo che copre fatti come quelli che accadono a Zurigo, che non vengono presi sul serio. Quindi se fossi stato nella prigione di Zurigo e avessi filmato le guardie, il risultato sarebbe stato quello di sentire: “Che guardie bastarde”. Si sarebbe potuto dire che le cose che accadono sono dovute al sistema fortemente repressivo.
A Frambois le guardie sono estremamente simpatiche, o meglio hanno un approccio sociale, e penso che sia meglio che siano loro, direttore compreso, a occuparsi di quelle persone perché possano essere trattate nel miglior modo possibile prima della loro espulsione. Per me è stato molto interessante in quanto non si può accusare l’Istituzione, perché ci si rende conto che tutto questo è la pura conseguenza di una scelta democratica, dell’applicazione di una legge voluta dal popolo, attraverso il discorso populista della destra reazionaria che ci ha fatto credere che questi centri contengano criminali pericolosi mentre è tutto falso, perché sono persone la cui unica colpa è quella di non avere documenti di identità. I criminali pericolosi, coloro che vengono incarcerati per anni, vengono espulsi al momento della scarcerazione, non passano attraverso questi centri di detenzione amministrativa. Non va nascosto il fatto che in questi centri ci sono anche piccoli delinquenti, pochi, che hanno magari una condanna a 3 o 6 mesi per piccoli reati come infrazioni alla legge sugli stupefacenti. Si tratta però di persone che hanno pagato il loro debito alla società. Non sono lì per una pena da scontare, ma solo in attesa dell’espulsione. Quindi in questi luoghi il personale accompagna queste persone che sono in forte disagio perché la responsabilità va assunta collettivamente. Ecco perché ho scelto questo posto. Per parlare di autorizzazioni, tema molto problematico. Il Cantone ha risposto affermativamente, la Confederazione negativamente. L’Ufficio Federale della Migrazione mi ha negato l’autorizzazione che mi aveva concesso per “La forteresse”. “La forteresse” è oggi un film istituzionale che l’Ufficio Federale della Migrazione utilizza come biglietto da visita, ma per questo ultimo film invece non ho ottenuto risposta. Ho insistito chiedendo un riscontro sia per iscritto che telefonicamente ma l’unica risposta che ho infine ottenuto è stata: “Non possiamo darle l’autorizzazione in quanto abbiamo il dovere di proteggere le persone. Non abbiamo il diritto di filmare le persone in una situazione umiliante o degradante”. Ecco, se ricordate il caso del figlio di Gheddafi, lui era stato fotografato ammanettato e aveva scatenato un enorme scandalo diplomatico. Il loro diniego significa che possono umiliare e degradare le persone, cosa grave, ma non le si può filmare. Dopo questo episodio, la comunicazione con l’Ufficio Federale della Migrazione si è interrotta. Altri ci hanno poi messo i bastoni tra le ruote mentre filmavamo, per esempio dirottando i voli da Ginevra. L’autorizzazione si fermava al momento in cui legano le persone, perché sono loro ad occuparsene: i Cantoni gestiscono la detenzione, L’Ufficio Federale della Migrazione si occupa dell’espulsione, cioè del momento che non si vede nel film. Hanno fatto di tutto per impedircelo e ci sono riusciti, ma alla fine non è grave perché ciò che conta nel film c’è: l’assurdità e l’ingiustizia di una legge come quella.

RR: In effetti la cosa più importante del film è l’evidenza delle contraddizioni delle nuove leggi.

FM: Sì, perché è una legge voluta dal popolo. La Svizzera oggi è un Paese esemplare per la sua democrazia unica al mondo: la democrazia diretta. Anche il cittadino più piccolo, il cittadino medio, ha accesso al più alto gradino del potere, nel senso che ha un’influenza diretta sul potere, cosa che non accade in alcun Paese al mondo, a parte qualche tribù dell’Amazzonia. Malgrado questo, si tratta di una democrazia molto fragile, in quanto in un Paese un partito ha successo sulla base delle sue idee populiste dando false informazioni, rappresentando gli immigrati come ratti in Ticino, per esempio, e la gente è lontana dalla realtà dell’applicazione di una legge, non si rende conto della realtà. Quando si vota è per liberarsi di quei ratti. Il mio film mostra semplicemente che si tratta di famiglie, padri, bambini, che vivono situazioni terribili. I partiti populisti diffondono un valore patriottico, difendono la “casa Svizzera”. Io sono uno Svizzero naturalizzato, sono Spagnolo di origine, i miei genitori erano lavoratori stagionali. E io sono un patriota. Diventare Svizzero è stata la conseguenza di una lunga riflessione. Prima di prestare giuramento mi sono letto tutta la Costituzione svizzera e il primo articolo – lasciando da parte che siamo sotto la benedizione di Dio onnipotente – recita che il Paese mette avanti i valori della solidarietà. Ecco, sono quei valori che oggi difendo con grande forza in qualità di giovane svizzero e che in 15 anni di discussioni sul diritto d’asilo si sono totalmente liquefatti. Quando ho presentato “La forteresse” nelle scuole, e ne ho girate davvero molte, ho constatato che il richiedente asilo è sinonimo di delinquente, spacciatore, ladro.
Quando chiedevo cosa sia l’asilo, la risposta era invariabilmente: “Una forma di abuso sociale”. Oggi nella popolazione il messaggio è passato nei più giovani: l’asilo è una forma di abuso sociale. Nel mio lavoro di documentarista non faccio un lavoro da militante ma è molto importante portare un punto di vista diverso su questa realtà.

RR: In effetti trovo che questi due film siano importanti proprio perché, grazie anche alle proiezioni gratuite nelle piazze, hanno raggiunto pubblici eterogenei che abitualmente non andrebbero in un cinema per vedere documentari su questi temi, in quanto convinti di sapere già tutto sull’argomento. Credo sia una dei pochi modi efficaci oggi in Svizzera per conoscere la realtà delle cose. La propaganda reazionaria è facile e ha forte presa in quanto fatta di una comunicazione molto semplice, di slogan difficili da contrastare con argomentazioni valide ma più complesse.

FM: Si accusa spesso, va detto, il Dipartimento di polizia ma abbiamo una responsabilità collettiva. Siamo una democrazia in cui ognuno può votare come vuole. Io vorrei ricordare che oggi, dopo trent’anni, in un Dipartimento gestito abitualmente dalla destra, il Dipartimento di polizia e giustizia, abbiamo un ministro socialista. Abbiamo pensato che ci sarebbe stata una nuova aria ma, con il pretesto di non lasciare terreno alla destra populista, oggi i socialisti, il ministro, realizzano i fantasmi più folli sbandierati dall’UDC (partito di destra, conservatore, dalle posizioni spesso estreme, che detiene la maggioranza in Svizzera).
Sottoporrà al Parlamento dei progetti di legge che nemmeno l’UDC avrebbe sognato. È necessario sapere che presto il Parlamento voterà una legge sulla trasparenza degli incarti. Concretamente, ci sarà una legge che obbligherà i maestri di scuola a denunciare i bambini che non hanno documenti. L’ultima volta che abbiamo chiesto ai maestri di scuola di denunciare i bambini sulla base di una loro differenza, è stato sotto la Francia di Vichy e fu Pétain a chiederlo portando all’arresto di massa di Vel’ d’Hiv. Oggi ci ritroviamo allo stesso punto. Oggi in Svizzera abbiamo 150’000 sans papiers che, contrariamente a ciò che vogliono farci credere, non sono 150’000 spacciatori di cocaina. Sono persone che lavorano, che hanno famiglia, che pagano le tasse, che pagano le loro pensioni. Ora il Dipartimento di Polizia chiederà all’Istituto delle Pensioni di mostrare loro gli incarti delle persone che versano da anni i contributi pensionistici per poi espellerli. Mi chiedo, ma in che Paese viviamo? È estremamente grave. E non è l’UDC a volerlo, è un ministro socialista. Oggi la Svizzera nella sua tradizione umanitaria da cui ha tratto i suoi valori fondamentali, deve avere un soprassalto di coscienza. Questo non significa dover essere anarchici che vogliono depositare bombe, si parla di un risveglio civile.

RR: Pensava già di girare “Vol spécial” mentre girava “La forteresse” o le è venuto in mente dopo, in quanto ultimo capitolo ideale di un discorso sulla migrazione in Svizzera?

FM: Idealmente non avrei voluto né immaginato di dare un seguito a “La forteresse”. Avevo girato quel film e avevo voglia in qualità di ex clandestino (i miei genitori quando sono venuti in Svizzera come lavoratori stagionali hanno portato me e mia sorella, ma il loro statuto di stagionali non permetteva loro di venire con i figli) di raccontare la storia delle persone che erano presenti nel film. Ero a Locarno tre anni fa per presentare il film nella sezione “Cineasti del presente” e uno dei personaggi principali del film, Fahad, un Iracheno, era già stato espulso verso la Svezia con un volo speciale. Allora non si chiamavano ancora “voli speciali”. L’avevano preso e espulso. Io ero qui a Locarno e sapevo che una delle persone nel film era già stata mandata via, una cosa che mi ha profondamente scioccato. Qualche settimana prima che il film venisse presentato qui a Locarno, questa persona era stata arrestata. Sono andato a visitarla in carcere e le ho chiesto: “Fahad, cos’hai fatto, hai commesso un crimine?”. Lui ha risposto: “No, mi hanno fermato per strada e non avevo i documenti”. È così che sono arrivato a Frambois. Non sapevo nemmeno della sua esistenza; io che sono coinvolto nella questione del diritto d’asilo, non conoscevo la detenzione amministrativa. Ho iniziato a visitarlo regolarmente, lui è stato espulso e io ho continuato a interessarmi al problema. Credevo fosse l’unico posto di quel genere in Svizzera e ho scoperto che ce ne sono trenta. Ho scoperto che sono 6800 le persone che solo nel 2008 sono state detenute per questi motivi, senza avere commesso un solo crimine. Mi sono detto: “Ma com’è possibile? Siamo in Svizzera”.

RR: C’è un’altra situazione particolarmente crudele che si vede nel film, ossia la separazione forzata delle famiglie, con il rimpatrio forzato di un padre che in Svizzera ha un figlio che resterà con la madre sul territorio. È una situazione che, pochi lo sanno, accade spesso. Ci sono state difficoltà nel convincere i detenuti ad apparire nel film?

FM: Nel momento in cui ho potuto fare rientro nel carcere, il direttore ha veramente collaborato, non ho avuto alcun problema all’interno. Va detto che prima di girare sono rimasto nella prigione per sei mesi. Ho fatto molte foto che poi regalavo ai detenuti e loro le hanno spedite nei loro Paesi. A partire da questo si è creata una confidenza. Quando ho detto alle persone che volevo partecipassero al mio film senza maschere – perché per me è molto importante che nel mio cinema ci siano i volti, le parole, sono cose che devono essere costantemente presenti. A furia di mascherare il volto delle persone, come succede in televisione quando si parla di richiedenti asilo, si propone l’impressione che queste persone hanno qualcosa da nascondere perché di solito si mascherano i criminali – , loro hanno risposto: “Per noi ormai non cambierà più nulla, sappiamo che questo non ci ridarà la libertà, però parlate di noi perché siamo dimenticati, la gente non sa ciò che accade. La gente pensa che siamo delle pecore nere ma non sa che abbiamo famiglie, e la gente che vota deve sapere il significato delle leggi che votano”. Quindi mi hanno invitato loro stessi a filmarli perché le loro testimonianze potessero essere diffuse.

RR: Le ho posto questa domanda perché so per esperienza che è molto difficile parlare con i sans papiers, che sono restii a mostrarsi in quanto abituati a dover avere paura ma anche a non dover esistere agli occhi della gente in quanto rischioso per loro.

FM: È normale, non bisogna dimenticare che le persone che sono venute qui sono in pericolo, che è molto difficile venire qui, e noi vorremmo che quando le incontriamo si aprissero immediatamente. Io filmo persone che sanno che nel caso la loro immagine venisse diffusa, verrebbero espulse.
Ecco perché uno degli aspetti fondamentali del mio cinema è quello del tempo. Mi ci sono voluti sei mesi di avvicinamento prima di girare. Per sei mesi sono stato nel carcere tutti giorni, 180 giorni, per vederli, discutere con loro. Ora che il film è terminato, ho mantenuto il contatto con tutti coloro che sono stati espulsi, sono andato a trovarli nei loro Paesi, ho incontrato le loro famiglie, e continuo a girare per testimoniare ciò che queste persone sono diventate un anno dopo. Sono stato in Camerun, Gambia, Kossovo, sto per andare a Kinshasa, ho scoperto situazioni terribili. Una delle persone che appaiono nel film mi aveva detto: “Se mi rimandano nel mio Paese, la mia vita sarà in pericolo.” E l’UDC ride, dice che queste persone sono tutte bugiarde. Siamo stati in Camerun, quando la persona è stata espulsa, e lì è stata imprigionata e torturata per 5 mesi. È stata liberata per una settimana, perché la tecnica in Camerun è quella di incarcerarti, torturarti e liberarti, tanto non sarai in grado di partire per le botte prese, e la gente, vedendolo, dirà: “È orribile!”. Poi lo riprenderanno e lo tortureranno di nuovo. È un sistema terroristico all’interno dello Stato. Sapete perché questa persona è stata arrestata in Camerun? Perché le autorità camerunensi hanno ottenuto i documenti ufficiali relativi alla sua domanda d’asilo, documenti che secondo la Convenzione di Ginevra sono ultraconfidenziali in quanto possono mettere in pericolo la vita delle persone cui si riferiscono. Lui era un richiedente per motivi politici.
Questo è un fatto estremamente grave. Io non posso dire che sia stato l’Ufficio Federale della Migrazione a trasmetterli, però sono documenti ufficiali che sono stati trasmessi alle autorità. Un fatto molto grave non solo perché non ha ottenuto l’asilo, quindi la protezione che gli era dovuta, ma addirittura il nostro Paese non ha secretato i documenti e ci sono state fughe di informazioni. Non è un caso unico, ne abbiamo sentiti in più occasioni, ma non si è mai riusciti a trovare prove. È gravissimo perché, come dicevo all’inizio, per espellere qualcuno occorre un accordo di riammissione e questo accordo era falso. Lui è stato accusato di avere detto il falso mentre il documento era stato chiesto dall’Ufficio Federale della Migrazione all’Ambasciata del Camerun. Io ci vedo una logica: siccome si parla di Stati piuttosto corrotti, si sa che si parla di negoziazioni sotto il tavolo. Nulla è stato provato ad oggi, ma penso che sia ora di avere spiegazioni sul perché le autorità camerunensi ritengono che questo documento sia falso. È una situazione paradossale.

RR: Per quanto tempo si è svolta la lavorazione del film a Frambois?

FM: Due mesi.

RR: Questo significa che c’è molto materiale che non è stato montato?

FM: No. Certo c’è del materiale ma una quantità normale per un film così. Abbiamo girato circa 150 ore.

RR: Ha detto di avere presentato “La forteresse” anche nelle scuole. La gente cambia idea sul tema dopo averlo visto?

FM: No, anche perché in tre anni le cose sono cambiate in peggio. La situazione si è ancor più degradata.
Ciò che ho spiegato sul ministro socialista, tre anni fa non lo avremmo nemmeno immaginato. Oggi il ministro chiede di eliminare la facoltà di inoltrare le richieste all’Ambasciata. Questo significa che quando qualcuno è perseguitato nel suo Paese, dovrebbe poter bussare alla porta di un’Ambasciata e chiedere loro di salvarlo, è uno dei fondamenti della Convenzione di Ginevra. Oggi si chiede di eliminare questa possibilità. Quindi direi che il mio film non ha cambiato molto le cose. Del resto non va dimenticato che io non sono un politico, sono un cineasta che gira documentari, che testimonia. Scelgo argomenti che sono particolari, ma non lavoro per cambiare le leggi, così come non chiedo a un ministro socialista di girare film. Io osservo e propongo, cerco di usare tutta la mia arte per denunciare una situazione, ma non sono io a poter cambiare le cose. A maggior ragione considerando che non faccio un cinema militante ma un cinema di impegno. Per cinema militante intendo un cinema che dice: “Guarda, guarda! Non votate l’UDC”!”. Io non faccio questo, io credo nella democrazia, credo nei cittadini, credo nel buon senso perché questo Paese è costruito sulle basi del buon senso. Un buon senso che ha buone radici. Oggi c’è un’élite cosmopolita a Zurigo… per esempio si trova normale che un Festival come questo sia sostenuto finanziariamente da una grande banca svizzera che finanzia gran parte delle campagne dell’UDC. Le grandi banche svizzere fanno una grande fortuna nei Paesi africani trattando il petrolio in Paesi corrotti, al soldo delle multinazionali, da cui otteniamo un profitto diretto molto sostanzioso. E qui le stesse banche finanziano campagne fomentatrici di odio per distrarre la nostra attenzione dal vero problema, quello del rapporto tra Nord e Sud. Oggi accusiamo tre piccoli trafficanti che sono alla base della scala del sistema e che noi stessi spingiamo verso la delinquenza. Le persone che vengono qui a chiedere asilo non sono delinquenti, vogliono solo un lavoro, una dignità. Noi li priviamo di assicurazioni sociali, li rendiamo precari per spingerli verso la delinquenza, così dopo potremo montare una campagna di odio contro di loro sovvenzionata dai grandi gruppi finanziari che permetta alla coscienza popolare di dormire. A parte questo, abbiamo un sistema economico ideale. Che ipocrisia dimostra oggi il nostro Presidente quando va in Africa a dire che non possiamo accettare questa fame – oggi c’è una crisi tra le peggiori mai accadute in Somalia – , mentre la piazza finanziaria di Ginevra è uno dei principiali luoghi di contrattazione di derrate alimentari? Oggi la carestia è dovuta sì alla siccità, ma anche al fatto che il prezzo delle materie prime alimentari è triplicato perché viene trattato a Ginevra dove, dopo la bolla immobiliare, c’era bisogno di trovare un nuovo mercato di scambio. Fare del trading sulle materie prime è una buona cosa in quanto acquistiamo un raccolto a un contadino in anticipo così che lui abbia da investire perché avrà i suoi soldi, che il raccolto vada bene o male. È normale, non critico questo aspetto.
Oggi dei trader ginevrini, delle piccole banche giocano su questi prezzi per i raccolti e oggi la fame è una conseguenza diretta dell’incoscienza dei banchieri privati di Ginevra, che si arricchiscono sulla miseria nel Terzo mondo. E la nostra ministra socialista, ma anche la nostra presidente socialista, mancano di questa coscienza. Non sto rivelando dei segreti in questo caso.

Locarno, 11 agosto 2011

Video
Intervista: RR / Rapporto Confidenziale
Realizzazione: Emanuele Dainotti
con Stefano Scagliarini e Giulio Tonincelli
Post-produzione: Alessandro G. Capuzzi e Emanuele Dainotti
Produzione: Sette Secondi Circa (www.settesecondicirca.com)

Musica: Digital Primitives (Brano: “Bones”. Album: “Digital Primitives”)
CC BY-NC-ND 3.0

Fernand Melgar (foto: Giulio Tonincelli)

Leggi l’articolo su “Vol spécial” da RC

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