Sebastián Lelio + Luis Dubó

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La presente intervista è stata pubblicata in Rapporto Confidenziale numero 35, speciale Locarno 64 – p.43-45

Sebastián Lelio è regista, sceneggiatore e montatore. Diplomato alla Escuela de Cine in Cile, ha al suo attivo la regia di vari cortometraggi, tra cui “Cuatro” (1996), “Ciudad de maravillas” (2001) e “Carga vital” (2003). Ha diretto anche anche documentari “Cero” (2003) e “Mi mundo privado” (2004). Il suo lungometraggio d’esordio “La sagrada familia” (2005) è stato presentato al festival di San Sebastián e ha vinto numerosi premi internazionali. Nel 2009 firma “Navidad”, film realizzato con il sostegno della Résidence di Cannes e presentato in prima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. “El año del tigre” (2011) è il suo terzo lungometraggio.

Luis Dubó (Santiago del Cile, Cile, 1964) è un attore molto noto in patria grazie alle molte apparizioni in serie e fiction per la tv cilena. Un attore prolifico (quasi venti film in venti anni di carriera cinematografica, escludendo dal computo l’enorme mole di lavori realizzati per la televisione) e poliedrico (prima di approdare alla televisione e poi al cinema ha infatti per molti anni fatto teatro), capace di mutare pelle e registro con naturalezza. Per il cinema ha lavorato in opere quali: "Coronación" di Silvio Caiozzi (2000), candidato agli Oscar come miglior film in lingua straniera, "Negocio redondo" di Ricardo Carrasco (2001), "La fiebre del loco" di Miguel Littin (2001), "El abanderado" di Miguel Littin (2002), nella coproduzione internazionale diretta da Andrés Wood "Machuca" (2004), "Azul y Blanco" di Sebastián Araya (2004), "Mala Leche" di León Errázuriz (2004), "Límite" di Nicolás Jullian (2005), "Fuga" di Pablo Larraín (2006), "Agua Milagrosas" di Mauricio Muñoz (2007), "La nana" di Sebastián Silva (The Maid, 2009), "Dawson Isla 10" di Miguel Littin (2009), "El baile de la Victoria" di Fernando Trueba (2009), nel pluripremiato cortometraggio diretto da Víctor Uribe "Un día sagrado" (2009), "The Goatherd" di León Errázuriz (2009), "Mi Último Round" di Julio Jorquera Arriagada (2011). Nel 2011 ha interpretato il ruolo di protagonista in "El ano del tigre", diretto da Sebastián Lelio.

 

Leggi la recensione di "El año del tigre"; in RC35, speciale Locarno 64





El año del tigre / intervista con Sebastián Lelio e Luis Dubó (ESP-ita)
durata: 19’07" | formato: HD 1280×720 | lingua: spagnolo | sottotitoli: italiano
www.vimeo.com/31324703
crediti /// Intervista a cura di: AG (Rapporto Confidenziale) / Realizzazione: Emanuele Dainotti con Stefano Scagliarini e Giulio Tonincelli / Post-produzione: Alessandro G. Capuzzi e Emanuele Dainotti / Produzione: Sette Secondi Circa (www.settesecondicirca.com) / Musica: Digital Primitives (Brano: “Bones”. Album: “Digital Primitives”) CC BY-NC-ND 3.0


Intervista a Sebastián Lelio e Luis Dubó

di Alessio Galbiati


Alessio Galbiati: Qual è stata l’idea che ti ha spinto a realizzare questo film?

Sebastiàn Lelio: La verità è che stavo scrivendo con il mio co-sceneggiatore (Gonzalo Maza che, nel film in questione, si è occupato pure della produzione in compagnia di Pablo e Juan de Dios Larraín; NdR) un’altra sceneggiatura ed eravamo totalmente ossessionati dalla nostra storia. Poi è arrivato il terremoto e come tutto il Cile siamo rimasti profondamente turbati e commossi per quel che era successo. Un giorno ascoltammo la notizia della fuga di circa ottocento carcerati da un penitenziario del sud del Paese, crollato a seguito del sisma. Successivamente abbiamo saputo che parecchie centinaia di questi evasi si sono volontariamente riconsegnati alle autorità. Persone fuggite in cerca di libertà ma tornate spontaneamente in carcere, perché dentro è meglio che fuori. Questa notizia mi ha colpito moltissimo, l’ho trovata eccezionale, e ci siamo subito detti che quella storia era un film. Successivamente ho saputo che lo tsunami si era abbattuto su di un circo di provincia, trascinando ovunque gli animali, fra questi una tigre che riuscì a fuggire ma che venne uccisa per difesa in un territorio totalmente sconquassato dalla natura. Queste due figure, la tigre e l’uomo, si sono fuse in un’unica storia che per noi è stata immediatamente chiara, questa è l’idea del film. Un mistero nato dalla relazione fra queste due figure che si interconnettono fra loro e che ci appaiono come straordinarie. Una storia quasi surreale che però, per l’urgenza di filmare rapidamente, ha una dimensione di documento: fiction all’interno di un documentario.
Lavorare su questo materiale mi ha emozionato moltissimo, ho sentito una grande spinta interiore nel realizzare questo film.

AG: Quanto tempo dopo il terremoto avete iniziato le riprese?

SL: Il terremoto ha avuto luogo il 27 febbraio del 2010, l’anno delle tigre. Il film l’abbiamo iniziato a girare il 28 di aprile, due mesi dopo. Appena dopo la potentissima scossa tellurica ci siamo detti che avremmo potuto fare un film con il carcerato e la tigre. Subito ci siamo messi a lavorare alla produzione e molto velocemente abbiamo recuperato quel che era necessario per filmare. Abbiamo iniziato le riprese esattamente otto settimane dopo il sisma.

AG: Mi interessa sapere come avete lavorato nella scelta delle location, dal punto di vista pratico, operativo… avete girato con l’auto per le zone colpite dal sisma scattando foto… o cos’altro?

SL: Il terremoto ha fatto ingenti danni in tutto il Paese, ma la combinazione di terremoto e tsunami ha colpito un’ampia zona nel sud del Cile. Quel che abbiamo fatto, insieme allo sceneggiatore Gonzalo Maza, è stato visitare i luoghi che volevamo raccontare. La storia è stata scritta alla luce di quel che abbiamo visto.

LD: Il film ha un registro documentale. La nostra attività, il cinema, collabora a registrare quel che è successo nella sua cruda realtà. Il terremoto ha avuto una copertura mediatica impressionante, anche perché è stato uno dei più potenti della storia dell’uomo. Anni fa ne abbiamo avuto uno molto forte. Il Cile ha un record tellurico!
La storia di un uomo che si intreccia con quella di una tigre è un’idea straordinaria, ancor più in un contesto del genere. Oltretutto la tigre è un’animale che non ha nulla a che vedere con il nostro Paese, noi abbiamo il puma che vive sulla cordigliera, non la tigre!
Il film possiede una forte tensione e contiene un profondo dolore.
“El año del tigre” non è ancora stato mostrato in Cile, ma siamo sicuri che la pellicola susciterà un ricordo e provocherà una guarigione. È un film catartico nel quale il pubblico, e la società cilena più in generale, potranno non solo rivedersi in un momento drammatico, ma entrare in connessione emozionale con la vicenda narrata.

AG: Che reazioni avete trovato durante le riprese da parte delle popolazioni colpite dal cataclisma? Cosa avete visto, dal punto di vista umano, girando a soli due mesi da una tragedia di quell’entità… dato che non è difficile immaginarsi quanto possa essere forte un’esperienza come quella che avete intrapreso…

LD: Sono molti i fatti accaduti che mi hanno profondamente colpito. Ad esempio la storia di un proprietario di una pensione che salvò la vita a due persone anziane. Quest’uomo conosceva bene il mare e presagì quel che da lì a poco sarebbe successo, dunque prese un furgone, caricò la sua famiglia e questi due vecchietti, e si precipitò ad un livello più alto sopra il mare. Nella strada per raggiungere le prime colline venne fermato ed implorato da decine e decine di persone di farle salire sul van, che però era già completamente pieno. Immaginati un veicolo pieno di persone che fugge da un’onda gigante.
Girare su quei luoghi è stata un’esperienza estremamente forte. È successa una cosa che ti fa capire quanto fragili siamo, quanto fragile è la materia. C’è qualcosa di mitico e mistico che ha guidato Sebastián nella realizzazione di questo film.

SL: Il terremoto è un’esperienza radicale, letteralmente profonda, perché l’energia che viene da quelle profondità rimescola gli oggetti materiali, distrugge gli edifici, però prima di tutto sconvolge il sentimento sociale, è in grado di provocare crepe nella struttura sociale che si rivela con semplicità per ciò è realmente. È una cosa tremenda. Il terremoto del Cile è avvenuto in una zona del sud che in breve tempo è precipitata nel caos sociale. Questo rivela la fragilità…

LD: …del sistema!

SL: Rivela la fragilità del sistema sociale e della vita umana. Quando c’è un terremoto la reazione naturale è di proteggersi e cercare di continuare a vivere. Questa esperienza, che ti proietta repentinamente in una situazione estrema, è come un “golpe” di coscienza. “Siamo qui?!”, “siamo vivi?!”, “possiamo spostarci da qui?!”, “possiamo andare qui?! oppure dobbiamo?!”.
Quando capita un disastro naturale come un terremoto siamo portati a cercare di proteggere l’essenziale. C’è qualcosa di molto profondo e incomprensibile, per questo credo che il film, entra in un territorio che ha in un qualche modo a che fare con la religione.

LD: C’è un mistero.

SL: Ed una reazione molto umana e molto primitiva che ti fa domandare “perché?”.

LD: Quando si sono trovati di fronte a questa situazione, anche molti atei ed agnostici, hanno domandato al cielo “perché?”, o hanno detto “aiutami Signore”, “salvami”.

SL: Il film esplora emozioni assolutamente essenziali, e questa mi è sembrata una sfida molto interessante. Le parole che si sentono pronunciare con maggiore frequenza nelle registrazioni delle scatole nere degli aerei sono: “mamma” e “Dio”… l’essenziale.

LD: Sono le domande essenziali.

SL: Sono le suppliche essenziali, sono quello che siamo. Mamma e Dio, che esistano oppure no, che siano concetti intellettuali o altro, questo non è rilevante…

LD: …conta solo la domanda, non c’è risposta.
Il personaggio che interpreto è quello di un uomo che scappa dal carcere per andare a vedere la sua famiglia – tutta composta da donne: la madre, la moglie e la figlia – ed incontra sulla sua strada un uomo che ostenta il potere. Un tiranno, un uomo addomesticato alla società del potere. Un uomo che incontra la tigre, che nella cultura orientale rappresenta l’unico animale che può entrare in contatto con gli dei, con gli esseri che non esistono. La tigre può incontrare un drago. Io nel calendario cinese sono un drago! (ride)

SL: Io sono tigre.

LD: Il terremoto in Cile è avvenuto nell’anno della tigre, c’è una forte magia in questa coincidenza, ma pure tantissimo dolore.

AG: Volevo sapere qualcosa a proposito della costruzione del personaggio interpretato da Luis. Il suo è un percorso circolare, parte dal carcere per tornarci, ma quali sono le motivazioni del suo agire? Sia dal punto di vista della scrittura, sia per quanto concerne l’interpretazione? Come pensa Manuel, perché agisce così?

SL: Tutto in questo film ha un’origine organica. La storia principale del film, quella di un prigioniero che scappa e poi ritorna, è accaduta realmente. L’esistenza reale del fatto permette all’esplorazione mediante la finzione cinematografica di essere valida e plausibile e mi scagiona da ogni errore, perché io non lo so come possa essere andata. Ma questa storia mi commuove, mi pare tristissima. È completamente esistenziale l’idea di un prigioniero che fugge sulle rovine e che decide di rientrare di sua propria volontà in carcere, perché pone sul tavolo un tema assolutamente essenziale: la domanda di libertà. Questioni molto “alte”.
C’è una naturalezza organica in tutta la pellicola, a partire dalle location che abbiamo trovato. Abbiamo girato seguendo quello che si manifestava ai nostri occhi, con una parte del nostro cuore nella finzione, e l’altra parte del nostro cuore tesa alla documentazione della “verità” che si mostrava ai nostri occhi. Dal punto di vista della direzione il personaggio è stato costruito per sottrazione, i punti oscuri del suo agire sono tali anche per noi, di fronte al mistero delle sue azioni noi non abbiamo fatto altro che seguirlo.

LD: Io sono un attore molto inquieto e Sebastián mi conteneva. Ero realmente un domatore ed io un animale. Ero pieno di zanzare, mi buttavano nella merda… (qui fa un verso strano da animale feroce che ringhia al suo domatore!; NdR) Non avevo mai lavorato in qualcosa del genere. Ho fatto molti film in Cile ma sempre lavorando con storie che non esistevano nella realtà, ma in questo caso stavamo sul posto, il dolore della gente per me era una situazione straordinaria e Sebastián doveva dirigere queste circostanze.

SL: Quello che è moralmente molto complesso ed eticamente assai conflittuale è ciò che mi interessa di più. Penso che un regista debba trovare il modo di porsi in una situazione di conflitto etico per filmare, altrimenti te ne stai a casa e fai altro. Perché se vai a filmare con preconcetti di “sicurezza” etica non potrai mai incontrare nessuna bellezza nel tuo lavoro.
Credo che la bellezza sorga da una scelta eticamente conflittuale. Questo aspetto era estremamente delicato perché molte persone erano morte e noi stavamo girando in mezzo alle rovine devastate dallo tsunami, senza troppe autorizzazioni, a sole otto settimane dalla tragedia. È stato complesso.

LD: C’erano gli oggetti delle persone, gli oggetti di vita quotidiana… il registro umano oggettuale stava ancora nelle case. C’era una casa invasa dai topi… Ci siamo trovati in una situazione ed in un contesto limite. Con Sebastián prima di iniziare le riprese ci siamo concentrati sullo strutturare un’attitudine del personaggio, quella di un uomo che avanza in disequilibrio, che sta sempre come su di una corda floscia. Questo linguaggio corporeo è stata la sola direttiva in merito alla costruzione del personaggio, tutto il resto è stato frutto di una improvvisazione nata sui luoghi stessi delle riprese e dunque della tragedia.
Non dicevamo “andiamo a filmare”, ma “andiamo a sposarci” (inteso come combinazione, amalgama, fusione con il territorio, con la realtà; NdR).

AG: La storia del Cile è scandita dai terremoti, lo è altrettanto la storia del cinema cileno? O il vostro è un caso isolato e particolare?

SL: Il cinema cileno si è fatto assai poco carico della rappresentazione dei terremoti pur se questi stanno alla base della nostra identità nazionale. In Cile i terremoti sono un qualcosa di assai simile ai miti. La vita si misura in base a quale terremoto sei sopravvissuto, o comunque hai vissuto. I terremoti sono costruttori profondi dell’identità nazionale. Senza dubbio il cinema non ha mai rappresentato questo legame forte in maniera così diretta.
A mio avviso il miglior cinema cileno contemporaneo esiste nella contaminazione fra cinema documentario e di finzione. Il cinema cileno che mi commuove maggiormente è un cinema dell’instabilità, che prende forma nelle fratture esistenti fra documentario e finzione, un cinema tellurico, un qualcosa di organico, di instabile. Penso che questo dipenda dalla conformazione geo-morfologica della nostra terra che somiglia ad una spiaggia gigante con alle spalle la montagna, una lingua di terra fra il mare e le vette della cordigliera, un paese ed un popolo aggrappati ad un angolo del mondo, senza nulla né davanti né dietro.

LD: Da questo viene la geografia immaginaria degli artisti cileni, l’immaginario artistico di un paese gigante, siamo 17 milioni. Sebastián Matta, Alejandro Jodorowsky, Raúl Ruiz, Violeta Parra, Víctor Jara, Pablo Neruda, Salvador Allende. L’instabilità tellurica della nostra terra, situata tra la cordigliera e il mare, genera questo immaginario. Quando abbiamo realizzato questo film eravamo completamente pazzi, non sapevamo cosa stavamo facendo, semplicemente andavamo avanti con il cuore. Io ho sofferto molto, questa esperienza è stata per un momento di vita “extra”.

SL: Il film è stato una conseguenza dell’energia fuoriuscita dalle viscere della terra.

LD: Il Cile è un paese particolare, perché sta sull’orlo di dove finisce il mondo.

SL: Il Cile sta quasi fuori dal mondo. Siamo aggrappati al mondo.

LD: Il Cile è un luogo morfologicamente estremo che genera la necessità di comprendere questa geografia e qui inevitabilmente nascono i poeti, i pittori, i maghi, gli stregoni e i pazzi.

AG: Vorrei mi parlassi della canzone che fa da filo conduttore a tutta la pellicola, “Camino de Caná”. Che cos’è? da dove arriva? Sarei anche tentato di chiederti perché?!

SL: L’abbiamo cercata. Da subito ho sentito che il film necessitava di un accompagnamento musicale, abbiamo immediatamente cercato qualcosa che avesse a che fare con le radici. Si tratta infatti di una canzone che possiede una forte identità, una radicalità che affonda il suo senso nelle radici. Abbiamo fatto una ricerca con Cristóbal Carvajal, che si è occupato delle musiche del film, partendo da una piccola chiesa della periferia di Santiago ed abbiamo incontrato un piccolo coro di grasse signore iperreali che cantavano canzoni cattoliche. Le abbiamo ascoltate cantare in diversi momenti, cantavano di tutto, ma quando ho sentito “Camino de Caná” mi sono detto “cos’è questo?!”. Credo che la canzone connetta con il sentimento del film che è quello di muoversi in cammino verso qualcosa che non si sa cosa sia, ma che sappiamo essere migliore. È una specie di supplica lamentosa che mi pare si innesti alla perfezione con lo spirito del film. Successivamente abbiamo approfondito le ricerca a proposito di questa canzone ed abbiamo scoperto che si tratta di una canzone di origini ebraiche, senza tempo, molto antica ma della quale non si conosce l’origine esatta, è una canzone che parla dell’esilio che è stata adottata dagli schiavi di origine afroamericana, divenendo una canzone di resistenza, un gospel struggente “On my way to Canáan”. È dunque una canzone dell’esilio e della resistenza.

AG: Un’ultima domanda: quando verrà distribuito in Cile il film e quale sarà il suo tragitto per festival internazionali?

SL: Il film ha iniziato la sua vita proprio qui a Locarno, con la prima mondiale, poi andrà al Festival di Toronto e proprio in questi giorni stiamo ricevendo moltissimi inviti da ogni parte del mondo. La tigre si incomincia a muovere. Funny Ballons, il distributore internazionale della pellicola, ci sta aiutando a trovare una strada interessante. In Cile il film sarà presentato nel marzo del 2012, nel secondo anniversario del terremoto.

AG: Grazie mille per la disponibilità e ancora complimenti per il bellissimo film che avete realizzato.

SL+LD: Muchas gracias.

Locarno, Agosto 2011.

 

El ano del tigre (The Years of the Tiger)
Regia: Sebastián Lelio • Soggetto: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza • Sceneggiatura: Gonzalo Maza • Fotografia: Miguel Ioan Littin • Montaggio: Sebastián Lelio, Sebastián Sepúlveda • Musiche: Cristóbal Carvajal • Suono: Roberto Espinoza • Scenografia: Fernando Briones • Art Director: Fernando Briones • Direttore di produzione: Javier Pradenas • Post produzione: Cristián Echeverría • Produttori: Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Gonzalo Maza • Produttori esecutivi: Mariane Hartdard, Andrea Carrasco Stuven, Juan Ignacio Correa • Interpreti: Luis Dubó, Sergio Hernández, Viviana Herrera • Produzione: Fabula • Distributore: Funny Balloons, Parigi • Lingua: spagnolo • Paese: Cile • Anno: 2011 • Durata: 82’

Leggi la recensione di "El año del tigre"; in RC35, speciale Locarno 64

 

 

Le immagini a corredo dell’intervista sono state realizzate da:
Giulio Tonincelli | www.giuliotonincelli.com
©2011 – Tutti i diritti riservati

 

 

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