My Brother the Devil > Sally El Hosaini

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My Brother the Devil
regia: Sally El Hosaini (UK/2011)
recensione a cura di Alessio Galbiati

Presentato in anteprima europea alla Berlinale 2012 (sezione Panorama), dopo il successo della premiere al Sundance, My Brother the Devil è un buon esordio dietro alla macchina da presa, pur se un po’ scolastico (essenziale nella messa in scena, nell’articolazione del tempo della storia e stilizzato nello sviluppo dei caratteri principali), di Sally El Housaini, regista e scrittrice gallese di origini egiziane. È la storia di due fratelli, di genitori egiziani e di religione musulmana, ambientata nella periferia londinese di Hackney, un’orizzonte svuotato di valori ed all’interno del quale è difficile intravedere un futuro; una di quelle suburbe infiammate dai violenti riot del rovente agosto londinese del 2011 (ma questo nel film non c’è). Il film affronta o sfiora un gran numero di temi e questioni sociali, accennandoli appena ma riuscendo a trasmettere una sincera empatia verso la storia ed i suoi protagonisti.

Rashid (James Floyd) ed il fratello minore Mohammed (Fady Elsayed) condividono lo stesso letto a castello nella casa dei genitori, un piccolo appartamento nel quartiere popolare di Hackney. La loro famiglia è di origine egiziana, il padre lavora per una compagnia pubblica, la madre è casalinga, in casa c’è un forte rispetto per i precetti della propria religione ma, appena varcata la soglia, il mondo pare parlare tutto un altro linguaggio.

Il legame fra Rash e Mo (due diminutivi che cancellano le tracce delle proprie origini) è molto forte, per il più giovane dei due l’esempio del fratello maggiore è fondamentale, in lui vede il modello attraverso il quale ritagliarsi qualche possibilità nella vita e la strada per emanciparsi dalla cultura paterna, troppo antiquata agli occhi di un ragazzo londinese nemmeno maggiorenne, ma pure un modo di vita per muovere del denaro ed un esempio di mascolinità – vista la relazione di Rash con una bellissima ragazza. Il problema è che Rash vive di espedienti, affiliato alla gang di quartiere spaccia droga e dispone sempre di denaro contante. Denaro con il quale, di nascosto, aiuta la famiglia.

Nella sequenza d’apertura Rashid regala un televisore 40 pollici nuovo fiammante al fratellino ma, una volta arrivati a casa, il padre li intimerà di riportarlo dove l’hanno trovato, perché i soldi con i quali è stato comprato non sono una cosa onorevole per la famiglia. In poche e brevi sequenze la regista Sally El Hosaini tratteggia quelli che sono i conflitti in campo in questo dramma delle periferie: marginalità sociale, conflitto fra sistemi culturali di prima e seconda generazione di immigrati, disoccupazione giovanile e microcriminalità.

Hackney è tutt’altro che un luogo tranquillo, per le sue strade si aggirano cricche poco amichevoli, la violenza casuale di troppe teste calde aleggia per le strade suburbane. Tutto scorre solo in apparenza in maniera tranquilla fino a quando il furto delle scarpe da tennis subito da Mohammed scatenerà un conflitto fra la gang alla quale è affiliato Rash e quella dei ladruncoli di Nike, uno scontro che sfuggirà di mano ai contendenti che vedrà cadere morto ammazzato Izzi (Anthony Welsh), amico fraterno di Rash. Da questo momento si aprirà una faida fra gang, dando vita ad una spirale sanguinosa d’odio che rappresenta l’elemento drammatico del film diretto da Sally El Housaini.

Due fratelli nella periferia londinese, la violenza ed il denaro come unici linguaggi comprensibili. Un elemento perturbante che trascina l’intera vicenda narrata in una spirale di tensioni e conflitti.
Di fatto questa struttura drammatica è riscontrabile in un gran numero di film ambientati nelle periferie, penso a L’odio, su tutti, che di questo ‘genere’ può essere considerato fra gli elemento di maggior presa spettacolare ed artistica. Utilizzo questi due termini (spettacolare ed artistica) perché in fondo ci troviamo di fronte a pellicole sempre un po’ paracule, film che più che essere di denuncia, paiono troppo spesso ‘esercizi di stile’ risultando spesso gelidi, o addirittura mostruosi, nello spregiudicato gioco cinematografico attorno alla realtà.

La novità introdotta da El Housaini nella sua pellicola d’esordio è rintracciabile nella presenza, in sceneggiatura, d’un elemento piuttosto inedito nel panorama del cinema delle periferie: l’omosessualità. A seguito della morte di Izzi, Rash comincerà a frequentare con assiduità Sayyid (Saïd Taghmaoui), un fotografo di origini egiziane, ma fuori dal mondo violento delle bande, che in breve lo aiuterà ad inventarsi una professione, come suo assistente, al di fuori della malavita. L’intensa amicizia fra i due, trasformandosi presto in amore, metterà in crisi l’equilibrio di Rash, ma pure quello del fratello minore che, scoperto il segreto, e sconvolto da esso, perderà ogni rispetto per lui. Dunque proprio quando il maggiore troverà un lavoro vero, affrancandosi dal mondo delle gang, quando in buona sostanza sarà diventato un vero esempio da seguire, proprio in questo momento il fratello minore smetterà di rispettarlo ed amarlo. Per Mohammed non esiste colpa peggiore che l’omosessualità (tanto che quando sarà costretto a parlare a degli amici di questo segreto, preferirà farlo credere un terrorista islamico piuttosto che un uomo innamorato di un altro uomo) e da questo momento vestirà quelli che erano i suoi panni: entrerà nella gang, spaccerà droga ed aiuterà di nascosto la famiglia con i proventi della sua attività criminale.

L’omosessualità di uno dei protagonisti, elemento perturbante della trama, solo in apparenza può considerarsi amplificato dall’estrazione islamica dei due ragazzi. È prima di tutto l’ambiente sociale a rifiutare questa caratteristica sessuale, non tanto l’islam. Mohammed si è già allontanato dai dettami religiosi famigliari, pertanto egli non subisce lo shock per via di quel che disse Maometto, ma perché per le strade di Hackney essere gay è cosa poco onorevole.

Giovani periferici, calati in un ambiente senza prospettive, violento, criminale e criminogeno, un film all’interno del quale la scoperta dell’omosessualità di uno dei protagonisti scatena violente reazioni. Tutto già visto in Et in terra pax di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (vedi lo speciale a cura di Rapporto Confidenziale). Una somiglianza davvero incredibile quella fra i due film, dei quali, è bene puntualizzarlo, l’italiano arriva con un anno di anticipo (2010).

A differenza dell’italiano, venuto al mondo grazie all’accanimento dei propri realizzatori, My Brother the Devil ha potuto svilupparsi – dall’idea alla sceneggiatura fino al film – grazie ai finanziamenti del Sundance Directors and Screenwriters Labs, dell’ RAWI Screenwriters Lab e del Babylon Development Initiative. E non mi pare una cosa secondaria segnalare questo differente approccio verso le opere prime che da noi raramente vengono seguite ed accompagnate nel tragitto che dall’idea porta al grande schermo.

Alla Berlinale 2012 il film si è aggiudicato il premio Label Europa Cinemas.

Alessio Galbiati
 

 




My Brother the Devil

regia, sceneggiatura: Sally El Hosaini
montaggio: Iain Kitching
fotografia: David Raedeker (Arri Alexa, Cooke S4 Lenses)
musiche: Stuart Earl
suono: Jovan Ajder
costumi: Rob Nicholls
casting: Shaheen Baig, Aisha Walters
produttori: Gayle Griffiths, Julia Godzinskaya, Michael Sackler
produttori esecutivi: Sally El Hosaini, Mohamed Hefzy
interpreti: James Floyd (Rashid), Fady Elsayed (Mohammed), Saïd Taghmaoui (Sayyid), Aymen Hamdouchi (Repo), Ashley Bashy Thomas (Lenny), Anthony Welsh (Izzi), Arnold Oceng (Aj), Letitia Wright (Aisha), Amira Ghazalla (Hanan), Elarica Gallacher (Vanessa), Nasser Memarzia (Abdul-Aziz)
case di produzione: Rooks Nest Entertainment, Wild Horses Film Company
paese: UK
anno: 2011
durata: 111′

 

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