Django Unchained > Quentin Tarantino

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MUMBO DJANGO
Django Unchained | Quentin Tarantino | USA/2012
recensione a cura di Leonardo Persia

Non esiste purezza etnica o narrativa preservata. Tarantino ribadisce che il testo, risolto esclusivamente in altri testi, è sempre sconfinato e sovrapposto, quanto il corpo e le «razze». La vittima (Kill Bill), la donna (Death Proof), l’ebreo (Inglourious Basterds) precedono ed eccedono il nigger dell’instabile forma essere e tempo di Django Unchained, remake vendicativo, plurimo e basterd di ogni possibile cultura subalterna, denso di materiali e affetti, una compilation di ritornelli visivi, piattaforma mobile di musica/segno dove il regista sbalordisce per la sua bravura di dee-jay archivista della memoria audio e video.

Quel nome nomade trans-formato, Django, ricomprende già un destino esteso a millepiani virtuali in cui ognuno è tanti. Il Jean detto dai Rom o il John di ebraica pronuncia, a designare la persona assai attesa, l’eroe riscattante. Affine, non solo nominalmente, al più baadasssss degli orixás neri, Changó/Xangô dio del fuoco e del fulmine, santabarbara ambulante di munizioni quali frecce, machete, ascia, lancia, daga. Il cowboy-spaghetti di Franco Nero (nero!) ne aveva per l’appunto le stimmate. Fulmineo con la pistola, dove il musicista zingaro da cui aveva preso il nome risultava impareggiabilmente veloce con la chitarra. Nonostante le mani mutilate o maciullate, nonostante la diversità etnica (vale pure per l’italiano precipitato in un genere americano). Per questo amato e giamaicanamente dub-bato dal Jimmy Cliff di The Harder They Come, asceso tra gli alieni di Star Wars (il cacciatore di taglie Jango Fett) e retrocesso nella storpiatura Z di uno Shango, la pistola infallibile o dello Shaniko di Vendetta per vendetta (di Mario Colucci). Tarantino amplifica ulteriormente le stratificazioni, ricollocando con un punto di vista altro, sub e decodificato, non soltanto il plot, la storia: nientemeno e soprattutto la Storia, il passato «ecstatico» di cui parlava Heidegger.

Anche il nuovo Django serve a porre in crisi il presente, ri-trasformandolo in futuro. È l’eroe franco, nero (Jamie Foxx), un semidivino Hercules Unchained (titolo USA di Ercole e la Regina di Lidia) all’attacco della Fortezza Europa e Occidente, oggi riconsolidatasi come integerrimo sistema di potere ufficiale. Ben esemplificata dalla white house di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), sadico schiavista capitalista (i termini sono sinonimi), albergo simbolico di Elisa e Für Elise, la dialettica dell’illuminismo, i libri mal o mai letti e il bon ton assassino. Il luogo dov’è prigioniera Broomhilda (von Shaft!!!, Kerry Washington), replica non solo della figlia di Odino, rispetto alla quale Django riceve esplicitamente l’investitura di novello Sigfrido, ma pure di una bella ragazza da saloon (nera) di un altro western corbucciano, Gli specialisti. Lo stesso film francese (con Johnny Halliday e Françoise Fabian) da cui proviene anche Sheba, presente nella lussuosa stanza Giulio Cesare, fascistizzato e francesizzato luogo infernale di combattimenti mandingo (uno dei fighters si chiama Big Fred, come la superstar Fred Williamson).

Django vi accede nel ruolo, fra i tanti, di Charlie il guercio, omaggio a Richard «Shaft» Roundtree del film Charley One-Eye. Qui tutta una serie di associazioni di idee esplicano il metodo Tarantino (o anche, perché no?, godardiano) fatto di «carta e non calco» deleuze-guattariano. Ovvero macchina astratta di «decomposizioni strutturali interne, non sostanzialmente differente da una ricerca delle radici». Radici, certo. Dello sradicamento, per assurdo, in questo caso. Roots. Il film parla la lingua nera del Black Atlantic, sembra proprio un rituale mandingo mumbo jumbo, apparente nonsense di scivolose riconfigurazioni. Sconfessa l’univocità, introduce alla politica del fluido. Nella stanza simbolica vi convivono lingua francese (mal parlata o non compresa) e Léonide Moguy (il regista della bontà e dei valori alti d’Europa), antico Egitto e antica Roma. Anche Franco Nero e il suo valletto Umberto (Lenzi?).

Sono le stazioni di una serie di erculee fatiche in divenire, dentro le quali aberrazione e resurrezione vanno di pari passo. Django è il brutale black buck della tradizione sudista americana che la blaxploitation fece diventare il superbad mutha, fantasma ritornante vendicatore. Ricollocato nel passato da cui originò (Texas, 1858), riscritto con la consapevolezza geologica del divenire storico, e perturbato a partire dal concetto di storia come finzione (cfr. Marc Ferro). Corpo dove il vintage ‘70 passa per la deterritorializzazione e destratificazione hip hop, un campionamento continuo di rivendicazioni senza confini. Al fianco dell’eroe, un comprimario bianco a mo’ di tradizione letteraria americana (Twain, Caldwell, Faulkner, ma pure 48 ore o Arma letale, la parodia Richard Pryor & Gene Wilder). King Schultz (Christoph Waltz) è il raffinato bounty killer tedesco, between Usa e Europa, giustizia e crudeltà, civiltà e barbarie, il rovescio radicale ma non troppo (ossimoro?) del nazista di Bastardi senza gloria, a sua volta rovescio di mille altre cose, trasgressiva metamorfosi di un’ortodossia narrativa storica. Django Unchained riscrive, tra i tanti, Sentieri selvaggi dove l’eroe va a riprendere la donna rapita dai selvaggi (non gli indiani, i bianchi). Il fondamentalismo appartiene infatti alla civiltà. A quel KKK beffeggiato in stile Mel Brooks. Allo stesso Quentin che, in un ruolo white trash, sceglie, sia pure per interposto eroe, di farsi saltare in aria.

Tarantino aspira e moltiplica, concatena. Il tedesco spunta in the dark col suo carretto fantasma di dentista ambulante (Greed di Stroheim? Film sul denaro/cancro, con svolta western finale), trainato da un cavallo Fritz (Lang?) in un bosco dal fascino voodoo, anticamera di una trasformazione e di un simbolo di trasformazione. Sottrae Django al ruolo di schiavo, condiviso con altri quattro neri, proponendogli, affrancandolo, di diventare socio in affari. L’uomo potrebbe individuare i fratelli Brittle, suoi crudeli schiavisti, illegal and wanted, gran bottino per King. Cotti e mangiati, cioè immediatamente snidati e fatti fuori. Una quest sufficiente per un film intero, bruciata in una premessa di nemmeno venti minuti dove sfilano già milioni di citazioni, la vera trama.

Il personaggio del tedesco è ispirato al John King (Richard Harrison) di Lo chiamavano King, richiamato in musica del medesimo Luis Bacalov del tema di Django cantato da Rocky Roberts. Il plot schiavista proviene più dal tardo Django 2 di Rossati che non dal prototipo di Sergio Corbucci. Da quest’ultimo, però, uguale musica (La corsa) e uguale scena/incipit, con Django a sorprendere dei cattivi mentre frustano una donna. Uno dei fratelli banditi, che sevizia citando la Bibbia, viene ucciso da un proiettile che trapassa il libro sacro (proteggeva invece in Requiescant di Lizzani e nell’hitchcockiano Il club dei 39). Sono ammiccanti punti di partenza, tracce che spalancano abissi di insubordinazione temporale, un linguaggio sospeso nella spirale Vertigo del tempo, proprio alla Chris Marker. Non sterile gioco citazionista, piuttosto la densità e la discontinuità critica dell’immagine-movimento di cui parlava Deleuze.

Attraverso la quale si dirama un’amplificazione politica di concetti. Django nero procede attraverso un’educazione/abiezione, in una crescita parallela al suo cadere in basso (alto). King gli insegna parole, parabole, paradossi e orrori (l’uccisione di un bandito davanti al figlio), lo immette in una società già dello spettacolo, facendogli (s)coprire diversi ruoli in ascesa sociale (corrispondenti a una progressiva abiezione morale), gli dà l’identità, il nome (e parte I Got a Name di Jim Croce). Da schiavo a fasullo valletto, da finto esperto di lottatori mandingo a rivoltante Freeman nero schiavista al cospetto del più lurido e untuoso zio Tom mai visto sullo schermo (un grandioso Samuel Jackson, imbiancato nei capelli e nelle sopracciglia, su modello del primo demoniaco house nigger cinematografico, quello di Within Our Gates, a firma nera di Oscar Micheaux). Alto è basso e basso è alto. Oppure solo chi cade può risorgere. Nella cultura bianca e in quella afro. Siamo nell’Atlantico nero, due sono uno e uno è due (e più…).

La possessione del dio, che nei riti voodoo cavalca il devoto, come Django il cavallo, sbalordendo tutti, tra le capre, a Daughtrey, Texas (score morriconiano da Gli avvoltoi hanno fame), è proprio il ridimensionamento in vista del riscatto. Laddove il cavallo incarna il sub-umano, la bestia in noi (cfr. Jung) la capra raffigura il principio maschile risorgente, la futura cornucopia, segno di anima purificata, soul. Il punto di comunicazione tra gli opposti è proprio la croce, immagine emblema del primo Django e di quasi tutto il cattolicissimo spaghetti western (presente di nuovo nel Sukiyaki Western Django di Miike Takashi). Ora non c’è. Se non virtualizzata quale espiazione in vista dell’ascension o, meglio, come crossroad, punto di incontro tra gli opposti, alla base di quasi tutta l’estetica nera. Diversi registi bianchi hanno saputo aderirvi. L’Eastwood di Mezzanotte nel giardino del bene e del male, il Demme di Beloved, il John Sayles di Honeydripper, film che sanciscono il riconoscimento dell’ «esistenza simultanea» (parole di Amiri Baraka). E adesso Quentin Tarantino, nel privilegiare i punti di passaggio.

A conti fatti, il suo Django si ritrova sempre dinanzi a una nuova porta. Ingressi di città, di case, ingressi di nuovi ruoli. Esprime il segno di frattura tra schiavisti e antischiavisti, vittima e carnefice, legge e trasgressione (quello sceriffo/bandito, quella libertà e quei soldi conseguenti all’uccidere…). Incontra, nel modo della mitologia peul, le varie persone della sua persona, le potenzialità positive o negative che sonnecchiano dentro di sé. E ciò implica una scelta morale. Morale è soprattutto l’autore del film, stra-pulp nelle scene simboliche di genere (Django sterminatore di un’infinità di tutti, al pari di Jim Brown in Slaughter’s Big Rip-Off), eppur pudico quando l’orrore risulta vero (i cani che sbranano D’Artagnan, la scena più forte, messa fuoricampo o quasi, ripetizione straniata e agghiacciante della scena dell’orecchio reciso nel primo Django, già duplicata ne Le iene). I primissimi piani leoniani degli occhi sono il contrappunto di resistenza a tanto orrore agito, la premessa a un nuovo umano sguardo. Tarantino fa la cosa giusta, proprio come il suo Django. Checché dica o pensi Spike Lee. •

Leonardo Persia

 

 

 

Django Unchained
Regia, sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Fred Raskin
Costumi: Sharen Davis
Scenografie: J. Michael Riva
Casting: Victoria Thomas
Effetti speciali: Rhythm and Hues
Produttori: Stacey Sher, Reginald Hudlin e Pilar Savone
Produttori esecutivi: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Michael Shamberg, Shannon McIntosh e James W. Skotchdopole
Interpreti: Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo DiCaprio (Calvin Candie), Kerry Washington (Broomhilda), Samuel L. Jackson (Stephen), Walton Goggins (Billy Crash), Dennis Christopher (Leonide Moguy), James Remar (Butch Pooch/Ace Speck), David Steen (Mr. Stonesipher), Dana Michelle Gourrier (Cora/Dana Gourrier), Nichole Galicia (Sheba), Laura Cayouette (Lara Lee Candie-Fitzwilly), Ato Essandoh (D’Artagnan), Sammi Rotibi (Rodney), Franco Nero
Produzione: The Weinstein Company, Columbia Pictures, Brown 26 Productions, Double Feature Films, Super Cool Man Shoe Too, Too Super Cool ManChu
Suono: SDDS, Datasat, Dolby Digital
Rapporto: 2.35:1
Camera: Panavision Panaflex Millennium XL2, Panavision Primo, E-Series, ATZ and AWZ2 Lenses
Laboratori: DeLuxe (Hollywood, USA), EFILM Digital Laboratories (Hollywood, USA – digital intermediate)
Negativo: 35 mm (Kodak Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219, Ektachrome 100D 5285)
Processo fotografico: Digital Intermediate (4K – master), Panavision (anamorfico – source format)
Formato di proiezione: 35 mm (Kodak Vision 2383), D-Cinema
Lingua: inglese, tedesco, francese
Paese: USA
Anno: 2012
Durata: 165′

 


Tarantino, crediamo inevitabilmente,
è il regista del quale con più scioltezza ci troviamo a ‘dire’;
probabilmente è una questione anagrafica,
senz’altro una conseguenza del fatto che lo abbiamo visto crescere,
letteralmente, “davanti ai nostri occhi”.

speciale QUENTIN TARANTINO

 

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