Upstream Color > Shane Carruth

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UPSTREAM COLOR
regia di Shane Carruth (USA/2013)
Berlinale 63 – PANORAMA

recensione a cura di Alessio Galbiati
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

Osannato al Sundance, sbeffeggiato alla Berlinale, il secondo film dello statunitense Carruth – gran premio della Giuria e miglior film drammatico al Sundance 2004 con Prime – è un classico esempio di opera che divide pubblico e critica in due opposte fazioni: chi grida al miracolo per il capolavoro che segna l’inizio di una nuova era (gran parte della stampa specializzata americana), chi spernacchia in maniera irriverente il pretenzioso nonsense cinematico (gran parte della stampa specializzata europea).
Dal punto di vista tecnico (e tecnologico) il film di Shane Carruth rappresenta un’interessantissima concretizzazione delle molteplici innovazioni messe a disposizione da quella che si è soliti definire “rivoluzione digitale”, ma è al tempo stesso un’opera (s)cult con velleità da grande cinema sperimentale e d’autore. L’auto-sinossi denuncia una chiara presuntuosità dal sapore malickiano, «A man and woman are drawn together, entangled in the lifecycle of an ageless organism. Identity becomes an illusion as they struggle to assemble the loose fragments of wrecked lives», che però va a sbattere troppo spesso, durante la visione, contro un muro di risate involontarie. Trama troppo intricata e improbabile che affoga, nella sua vacuità, quanto di buono e convincente è stato fatto in termini d’innovazione linguistica (montaggio e suono su tutto).
Regista, sceneggiatore, produttore, montatore, direttore della fotografia, operatore, compositore e attore, Shane Carruth presidia ogni aspetto del film con la sua presenza che a tratti diviene vera e propria ossessione maniacale verso ogni frammento dell’opera. Una iper-autorialità che tende a soffocare ogni spontaneità e che rende Upstream Color un film esteticamente fighetto (visivamente vicino ad uno spot pubblicitario – anzi, uno spot lungo 96 minuti), farraginoso e lacunoso in termini di scrittura: un film tutto forma ma senza sostanza. Un film capace però di condensare nella sua durata tutto il décor e l’ossessività del cinema contemporaneo da workflow (cioè quella serie di processi intercorrenti fra il software e il “girato” entro i quali le informazioni digitali si trasformano in ciò che sarà proiettato/guardato, cioè nel film). Upstream Color è quanto di più distante possa esistere dal concetto di piano sequenza: opera infatti una destrutturazione totale del tempo del racconto, giustapponendo fra loro frammenti distinti e ricostruendo il tempo unicamente attraverso il montaggio. Suono e immagine vengono costantemente mutilati e ricostruiti in un caleidoscopio di elementi non sempre intelleggìbili, unicamente motivati dalla scelta deliberata del regista di giungere ad un’opera fortemente originale. Un film teorico che però risente del dogmatismo di un metodo che non lascia scampo alcuno alla realtà, dove anzi la realtà appare come un fantasma.
Upstream Color rappresenta un “caso” cinematografico piuttosto interessante della frattura ontologica in atto nel cinema iper-tecnologizzato, un cinema che sembra attento unicamente al come dire, piuttosto che al cosa dire (forse perché oltre alla forma null’altro lo interessa). •

Alessio Galbiati

 

 

 

Rapporto Confidenziale
numero 38
marzo/aprile 2013
ISSN: 2235-1329

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