L’abri > Fernand Melgar

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67. Festival internazionale del film, Locarno. Concorso internazionale

 

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo film, ai miei occhi. Qualcosa di addirittura indisponente.
Non è l’onestà del suo autore ad essere messa in dubbio, né la bontà delle sue intenzioni.
Il problema è che Fernand Melgar ha riprodotto qui lo stesso identico approccio formale usato per le due precedenti opere della sua trilogia sulla migrazione in Svizzera, di cui L’abri rappresenta il capitolo conclusivo: La forteresse (su un centro di registrazione per richiedenti asilo) e il potentissimo Vol spécial (sulla vita in un carcere amministrativo in cui sono rinchiuse persone la cui richiesta di asilo non è stata accolta e quindi in attesa di espulsione forzata sui famigerati “voli speciali”, una realtà di cui non si sa mai abbastanza). E questa volta l’approccio appare sbagliato.
Nel testimoniare il funzionamento di un centro di accoglienza di emergenza ricavato in un rifugio della protezione civile di Losanna, nel canton Vaud, nella Svizzera francese, Melgar riprende il penosissimo processo di selezione che obbliga i volontari che vi lavorano a dare la precedenza a senzatetto della regione prima, quindi a donne e bambini, poi a persone che hanno un lavoro e infine a tutte le altre, cercando anche di operare una scelta equilibrata tra le nazionalità di chi ogni notte si presenta dietro alle transenne che regolano l’accesso e a lasciare infine senza riparo ogni notte molte persone che non possono essere ospitate a causa di un limite nella capienza. Il centro, aperto solo la notte e solo per i mesi invernali, accoglie soprattutto migranti, persone che hanno lasciato il loro Paese sperando vanamente di trovare un’occasione nella ricca e troppo spaventata Svizzera, che come unico segno di apertura offre loro la possibilità, ma solo ad un numero limitato di persone, di non dormire alle rigide temperature invernali del luogo. Isolando alcune persone tra coloro che vengono ospitati nel centro, ne testimonia le drammatiche storie.

 

Il problema è la presunta acriticità del lavoro, che stavolta non riesce a raccontarsi in modo autonomo come era accaduto per i precedenti due documentari, e che richiederebbe un approccio giornalistico più che quello scelto per l’occasione, personale e critico solo attraverso il montaggio. Non bastano infatti i momenti puramente cinematografici (l’uomo che si allontana nella scena finale verso un destino forse addirittura più ingrato di quello che vive in quel momento, i bambini che si svegliano infreddoliti dopo una notte trascorsa in auto sotto la neve che fanno colazione in strada, le liti con coloro che, malgrado tutto, tentano di guadagnarsi un posto all’interno…) a sviluppare un senso compiuto e davvero critico di ciò che si vede sullo schermo. Funzionano meglio i rapporti tra burocrazia e volontariato, con la prima ottimamente rappresentata dal responsabile della protezione civile che ogni mattina si reca nel rifugio, e il secondo da coloro che hanno il cuore spezzato ogni volta – ogni notte, quindi – che sono costretti a chiudere la porta in faccia a qualcuno.
Melgar questa volta avrebbe potuto scegliere un altro formato per raccontare una situazione che si ripete ad ogni inverno anziché avvicinarcisi con lo stesso sguardo utilizzato per i precedenti film, che raccontavano storie e situazioni molto diverse.

 

Va chiarita una cosa: chi sta scrivendo lavora da 10 anni come volontario nell’unico centro di accoglienza della Svizzera italiana per persone senza tetto. Una struttura che vede un’utenza simile a quella che si vede nel film, nata sulla spinta incosciente ed entusiasta di un ristrettissimo gruppo di persone comuni che da allora si battono per mantenerla aperta tra moltissime avversità (per nulla ultime, quelle create dalle autorità) 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno. Questo dovrebbe spazzare eventuali dubbi sulla sensibilità al tema trattato. No, qui il problema non è la sensibilità di chi guarda ma quella di chi filma.

 

C’è anche l’annoso problema della destinazione di film come questo: chi lo andrà a vedere in sala? Persone già interessate e critiche sul tema. Quelle che con il loro comportamento e con il loro voto contribuiscono alla promulgazione di leggi inaccettabili sulla migrazione e più in generale sugli stranieri, non si faranno mai tentare dal richiamo della realtà – di questa realtà – raccontata su grande schermo. A quelli bastano le loro convinzioni basate su squillanti quanto manipolatori e spessissimo falsi titoli di giornali schierati. Meglio allora una destinazione televisiva, che contribuirebbe maggiormente al raggiungimento di un pubblico più eterogeneo. Inoltre, Melgar afferma che il primo montaggio durava quattro ore, scese a un’ora e quaranta per la versione definitiva. Forse il montaggio originale – più consono a un utilizzo televisivo se diviso in due o quattro parti – avrebbe reso maggiore giustizia alla situazione.
Non solo un’occasione persa, per un autore onesto, coraggioso e capace. E piange letteralmente il cuore scriverlo.

 
Roberto Rippa

 

 
L’abri
(Svizzera, 2014)
Regia, immagini e produzione: Fernand Melgar
Suono: Elise Shubs
Montaggio: Karine Sudan
Assistemte al montaggio: Rui Pires
Direttrice di produzione: Elise Shubs
Produzione: CLIMAGE, in coproduzione con RTS – SRG SSR
Realizzato con il sostegno di: Ufficio federale della cultura. Cineforom. Loterie Romande,
Fondation culturelle Suissimage, Succès passage antenne, Succès
colore / 1:1.77
101′

 

 

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