Belluscone > Franco Maresco

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belluscone_mira

Belluscone, una storia mainstream

Essere o non essere un intellettuale? Essere col cinema o contro il cinema? E, soprattutto, essere o non essere un regista? Oggi in Italia la cosa più chic è non scegliere, depistare, paventare insolvenze teoriche e pratiche, apparire disinteressati a ogni forma di interesse e disamorati verso ogni forma di autentica indignazione. La cosa migliore da fare è indubbiamente disprezzare il disprezzo e deprezzare l’impegno spacciandolo per altro, per disimpegno i cui effetti pirotecnici sembrino (falsamente) non voluti. Non si sa cosa debba essere Maresco e non si è ancora capito se è più chic dichiararsi militanti dell’underground o rigettare di esserlo. L’ultimo lavoro di Maresco è un feu follet che i suoi discepoli hanno promosso a summa teorica del cinema borderline. La sala si diverte con poco, ascoltando parolacce in dialetto siculo, i ghirigori pre-linguistici dell’imbarazzante Ciccio Mira. Effettivamente Belluscone accontenta tutti, facendo vibrare le corde dell’anima e gli appetiti dei diseredati, degli hipsters, dei sinistri e destri, dei sovversivi. Ma anche degli attivisti della lotta alla mafia, del corpo docente, della famiglia MulinoBianco e dei molti giornalisti affetti dalla sindrome di Woodward/Bernstein. Questa piccola Italia sembra posseduta dall’ansia di gridare al genio e al capolavoro. Pare che si ecciti al pensiero di ergersi a giudice televisivo con la paletta in mano per dare i voti, abbandonandosi alla svendita di complimenti e applausi sempre più smisurati. Il caso Belluscone riferisce proprio di questo bisogno, bisogno che spesso una nazione avverte, in tempo di degrado, noia e crisi, di procacciarsi un grande autore, una stella tra i famosi che faccia da ripiego alla depressione economica e al vuoto culturale. Non si può scrivere una recensione su questo “lavoro” di Maresco, perché l’ultima fatica (in senso letterale, visti gli affanni che l’hanno accompagnata dal concepimento fino al botteghino) di questo regista non può fregiarsi di essere un film. È un episodio di cinema italiano che dice però molto rispetto a quest’ansia tutta italiana di incoronare un genio, purché sia abbastanza schivo da incentivare curiosità e pettegolezzo. Gli aggettivi da innamoramento si sprecano: un film «poetico, geniale, stralunato, feroce, disarmante, spietato». Non parliamo poi dell’ode all’incompiuto, al non finito tardo-michelangiolesco, che cola a fiotti. In diversi cinema si sono verificati applausi lunghissimi alla fine del film (a Palermo come a Roma). Che cosa dirne allora? L’unico approccio critico possibile è quello narrativo e psicologico, perché la pellicola si autoesilia ai margini di ogni possibile ragionamento sull’immagine. Il materiale per girare un film è privo di sostanzialità visiva e il testo è povero, inesistente. Se ancora ha senso parlare di cinema è perché esiste qualcosa che si chiama sceneggiatura, cultura delle immagini, sapienza compositiva della fotografia. Questo lavoro, che si autoproclama un antifilm, una specie di ibrido che oscilla tra docupic, fiction e cineverità, sembra andar fiero di non avere un nome, si autopromuove a suon di nomadismo categoriale. La storia narra di un film che ha un destino difficile, che non sa come girarsi o farsi girare: questo nonfilm è quasi una res cogitans, che pare godere di vita propria, slegato dalla mente del suo ideatore. Sanguineti, quasi un negromante, fa una specie di danza voodoo per Palermo cercando di riesumare il cadavere di un progetto nevrotico, in cui si parla di tutto: Maresco, paure di Maresco, berlusconismo e mafia, trattative tra stato e mafia, degrado, impresari mafiafriendly di cantanti neomelodici. Maresco fa il gioco della voce narrante che lancia ragionamenti privi di sostanza. Il materiale caotico del non-film è tutto quel che resta da vedere sullo schermo: ma non si scambi il caos, il vuoto di idee e l’esibizione di finto cinismo per non finito. Per fortuna è già materia storiografica questa ossessione filologico-bibliografica per tutto ciò che ruotava intorno alla preparazione del film, alle difficoltà psicologiche legate all’uomo Maresco: morbosa più che mai la rassegna stampa che scava e scava sugli accadimenti pre e post film, fatti che ormai sono eletti a titolo di reperti per future leggende. Il punto è che per tutto il tempo si ha la sensazione che il regista non abbia mai ragionato per immagini: è faticoso, anzi inconcludente, dannarsi alla ricerca di un fotogramma che abbia l’eloquenza di un’ immagine costruita, ragionata. Ergere ad alibi la scelta volutamente (ma ne siamo poi così certi?) documentaristica dell’approccio al tema (per cui volti, luoghi e corpi sono istanze a servizio di “testimonianza” e non oggetto di rappresentazione) non sbiadisce minimamente la colpa di aver rifilato un nichilismo alla buona e di aver inscenato una provocazione ovvia e generalista. Colpa che rimane comunque secondaria a quella di presentarsi (o farsi presentare dalla propria claque) come predicatori dell’understatement ad ogni costo, pensando di sfuggire allo schema della denuncia politica e alle ideologie vetero-marxiste. Ma l’intellettualismo c’è eccome (che si vorrebbe rigettare come pratica obsoleta, destinata a quei pavoni dei radical chic), così sapientemente occultato sotto strati di cinismo pop. E c’è pure il trito sottotesto della lotta di classe: l’incredibile retorica hippie del bon sauvage («meglio un Ciccio Mira che un fighetto del Kalheesa») è talmente imbarazzante e gratuita da far pensare che si tratti dello scherzo innocuo di un vecchio bontempone. •

Rubina Mendola

BELLUSCONE SU RAPPORTO CONFIDENZIALE
CONVERSAZIONE CON FRANCO MARESCO a cura di Andrea Inzerillo
F FOR FRANCO di Andrea Inzerillo
BELLUSCONE, O DELLA POSTUMITÀ CONTEMPORANEA ALL’AUTORE di Alessio Galbiati
PALERMO CUORE DI TENEBRA di Umberto Cantone
BELLUSCONE, UNA STORIA MAINSTREAM di Rubina Mendola

Belluscone, una storia siciliana
regia: Franco Maresco
sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo
fotografia: Luca Bigazzi, Tommaso Lusena De Sarmiento, Irma Vecchio
montaggio: Franco Maresco
scenografia e costumi: Cesare Inzerillo, Nicola Sferruzza
aiuto regia: Francesco Guttuso
assistente regia: Giuliano La Franca
supervisione color correction: Luca Bigazzi
montaggio del suono: Luca Bertolin
la canzone Vorrei conoscere Berlusconi è di Erik
laboratori video e audio: Margutta Digital International / Time Line Studio
produttori: Rean Mazzone, Anna Vinci
coproduttori: Fausto Amato (Sicilia Consulenza), Sila Berruti (Frenesy Film Company)
associati in partecipazione: Claudia Amato, Vanio Amici, Nicola Favuzza, Mario D’Amore, Giuseppe Figlioli, Giovanni Giannone, Giuseppe Lo Bianco, Francesco Ruffolo, Piero Scozzari, Marco Zummo
con: Ciccio Mira, Erik, Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Ficarra e Picone
produzione: Ila Palma, Dream Film
distribuzione cinematografica: Parthénos
ufficio stampa: Gabriele Barcaro, Alessandra Tieri
colore: colore e b/n
formato: HD
rapporto: 16:9
paese: Italia
anno: 2014
durata: 94′

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  • francesco

    La triste dittatura democratica può far dire anche che Belluscone sia un film mainstream. Le critiche sono necessarie ma questo è troppo. Maresco diventa addirittura l’italiano medio. La signora in questione dovrebbe studiare un po’ di Storia e soprattutto dovrebbe guardarsi il film una decina di volte per capire che è un’opera a strati, su più livelli. E’ per questo che viene “accettata” dal portinaio e definita geniale dalle menti più acute (ce ne sono rimaste ben poche). Che forse la signora abbia scovato uno strato del film sconosciuto ai più? Complesso e sofferto come pochi, Belluscone è un film necessario, che non dà la possibilità di essere fagocitato e digerito in un giorno, ma che s’impone sullo spettatore come una digestione lenta e dolorosa. E’ una notte insonne, madre di incubi indigesti! Non accetto da nessuno una critica che banalizzi quest’opera solo perché osannata dalla stampa. Questo film nasce da una bottega periferica e veramente indipendente, lontana anni luce dal cinemino romano ormai divenuto ridicolo. Nasce da un avamposto mai abbandonato da cui giunge un grido che arriva lontano.
    Lontano dalle leggi di mercato e da tutto lo schifo che questo comporta! Altro che mainstream! Come ha detto qualcuno: O ti giri dall’altra parte o guardi Belluscone. Ecco signora, si volti, guardi altrove.

  • anubi2

    L’Intellettualoide snob è lei per paradosso, in questo articolo è come se dicesse in maniera tristemente prevenuta sono più cinica io, guarda come ti stronco, come se fosse una gara al cinismo, è pure frustratina per giunta,ovvio che è meglio un Ciccio Mira che un fighetto e non per la lotta di classe o per buonismo, ma per il grado di corruzione intellettuale/culturale e di pericolosità sociale del ragazzetto di buona famiglia di turno, se anche una persona ben colta fa schifo quanto e più di Ciccio Mira, tutto il nostro sistema educativo e la nostra intera società è fallimentare, perchè? Perchè il ragazzo di buona famiglia ha avuto almeno una possibilità di redenzione e nonostante tutto ha bruciato la sua anima. Ciccio Mira no, la sua anima è lì in carne ed ossa,anche se in carcere e quindi non più pericoloso, per il resto sono posizioni, si può ritenere il cinema vivo ed ammirare le belle immagini, in un era in cui le belle immagini sono il mainstream per eccellenza o lo si può ritenere morto e defunto, e lì sono davvero disquisizioni estetiche. Come diceva Andreotti per avere ragione ci vuole qualcuno che te la dia ed a Maresco hanno dato ragione in molti, alla signorina forse solo il capo redattore che ha pubblicato questo capolavoro di invidia.

  • Giovanni Giannone

    Se l’analisi di Rubina Mendola è – a dire del signor Francesco – “troppo”, quella che il suddetto controbatte è al contrario “nulla”: una decina di righe di fallacia argomentativa ad hominem sono abbastanza per liquidarla come tale. Per chi non
    lo sapesse (mi scuso con gli studiosi per la precisazione), la fallacia ad hominem è l’errore argomentativo che consiste nell’attaccare la persona invece che discuterne gli argomenti. Si tratta di una delle fallacie più comuni, e il signor Francesco ce ne fornisce un esempio magistrale già al principio del suo non-argomento: «La signora in questione dovrebbe studiare un po’ di Storia e soprattutto dovrebbe guardarsi il film una decina di volte per capire […]». Tralasciando il grottesco del “Francesco mensura rerum” di protagorea memoria (capire il film dovrebbe consistere nell’assumere su esso il medesimo sguardo del signor Francesco? Non lo si potrebbe considerare cosa corretta neanche se il novello “ipse dixit” avesse tentato di spiegarne le ragioni), emerge con evidenza che invece di confrontare una tesi con una tesi avversa, piuttosto che fornire argomenti a confutazione di quelli proposti dalla recensione, il signor Francesco non riesce a far di meglio che confezionare due ingiuriette che fan tanto pensare a litigi ginnasiali (gli riconosco di buon grado almeno il livello scolastico-adolescenziale, in ciò segnandone tutta la encomiabile distanza da quelli da taverna del triviale codardo “anubi2”, su cui è assolutamente inutile spendere altre parole che queste). Ma c’è un’altra questione, ben più interessante da smontare dell’autogol (fin troppo facile) della fallacia ad hominem. Si veda come lo spazio angusto di poche righe bastino al signor Francesco per tramutarsi in cornucopia delle buone intenzioni affette da coitus interruptus. Tra i doni più preziosi ed eclatanti, secreti con generosità (e velocità) barocca: accenno all’intenzione del film di essere un’opera a strati (addirittura una decina, accipicchia; quali siano resta però un sapere esoterico riservato alle «poche» «menti acute» del “Francesco mensura rerum”); accenno all’esser necessario del film (ma perché ciò sia, ancora una volta, è rigorosamente taciuto); accenno, infine, all’intenzione del film di essere opera indipendente dagli schemi «ridicoli» del «cinemino romano», «lontano dalle leggi di mercato e da tutto lo schifo che questo comporta». INTENZIONI ineccepibili: peccato che le buone intenzioni non bastino per far cinema e, più in generale, per fare (o forse il signor Francesco crede, ma è solo un esempio, che basti aver l’intenzione di scrivere un commento per riuscire a farlo in modo corretto?). Intelligenti pauca.

    Mi si conceda, infine e a latere, di esortare il signor Francesco a prender parte con olimpico spirito alla corale ilarità che ben meritano i suoi primi passi compiuti nel gioco de “il piccolo dittatore”: «Non accetto da nessuno una critica che banalizzi quest’opera solo perché osannata dalla stampa» e «Come ha detto qualcuno: O ti giri dall’altra parte o guardi Belluscone. Ecco signora, si volti, guardi altrove».

  • francesco

    Il latinista Giannone scrive critiche ai commenti, interessante. Solo che non si espone un centimetro riguardo gli “argomenti” della signora Mendola o sul film. La mia è una risposta di getto, istintiva. Se cerca argomentazioni ne troverà quanto ne vuole ( banali e acute), ce ne sono fin troppe. Ci illumini con la sua erudita mente da professore, argomenti la critica della signora e argomenti lei stesso il film invece di spalmare latino come se fosse nutella.

  • George Sim

    Signor Giannone, in questo modo ha commesso lo stesso errore che rimprovera al signor Francesco. Prima lo critica, dice che la sua è una fallacia “ad hominem” e poi non riporta nessuna sua considerazione sul film? Sono importanti queste argomentazioni. Aspettiamo con ansia una sua risposta.

  • Giovanni Giannone

    Lo scopo del mio intervento, come correttamente rilevato dal signor Francesco, non era quello di discettare sui contenuti dell’articolo (da me condivisi in toto) ma evidenziare le ragioni per cui si può liquidare il commento del signor Francesco come privo di interesse critico, dunque inutile in questa sede. Temo proprio che le difetti, signore/a “non so come si chiama”, l’acume del personaggio scaturito dall’ingegno letterario dell’avatar con cui si firma.

  • George Sim

    Per fortuna intellettuali del suo calibro riescono a mettermi in riga. Come avrei potuto, senza tutto il suo acume, accorgermi della mia totale incapacità? Lei è un benefattore. Ad ogni modo, vista la sua vasta cultura ( accompagnata da una pedanteria davvero superlativa) sarei davvero curioso di sapere cosa ne pensa davvero del film. Non crede anche lei che potrebbe essere interessante esporre le proprie opinioni? Poi se lei vuole fare critiche ai commenti faccia pure. Attendiamo, con massima trepidazione, la massima manifestazione di tutto il suo acume.
    Grazie ancora.

  • George Sim

    E poi, ancora, se il commento del signor Francesco risulta inutile i questa sede, in quanto privo di interesse critico, perché il suo dovrebbe fare eccezione? Mi scusi di nuovo, ma difetto dell’acume del personaggio scaturito dall’ingegno letterario dell’avatar con cui mi firmo, abbia pazienza ( non è mai troppa!)

  • Giovanni Giannone

    Ebbene si, è possibile anche criticare i commenti: lieto di avergliene fornito un corretto esempio. Non avevo (e non ho) intenzione di aggiungere alcunché all’articolo di Rubina Mendola, giacché lo approvo in ogni sua parte e, per di più, lo trovo scritto con una efficacia argomentativa che reputo da me difficilmente superabile. Detto in altre parole: è vero che repetita iuvant, ma ripetere un capolavoro di chiarezza e acume critico è cimento affatto dispensabile (se si può godere della luce del sole, infatti, a che serve accendere una lampadina?). Lasci però che mi scusi con lei per aver usato alcune espressioni latine che fanno parte del repertorio lessicale standard di un madrelingua italiano mediamente istruito: forse, per non disturbare la sua sensibilità linguistica, avrei dovuto usare, di quando in quando, il dialetto palermitano.

  • francesco

    Avv. Dott. Giannone, (e con questo chiudo).

    Io non faccio il critico cinematografico a tempo perso come lei, io nel cinema ci lavoro. Si può fare qualsiasi tipo di critica a qualsiasi film ma lei e la signora, quando discutete nei salotti di questa città, accavallando le gambe, sorseggiando un aperitivo, mentre guardate il mondo dalla finestra, riflettete ( anche in latino se vi va) su ciò che vi esce dalla bocca. Belluscone mainstream, Maresco italiano medio sono affermazioni quantomeno ridicole e offensive. Non sono nemmeno degne di essere argomentate. Con la signora e con lei mi sto limitando, potrei costruire offese “adolescenziali” d’alta fattuta. E comunque meglio un piccolo dittatore che un grande…

  • Giovanni Giannone

    Signor Francesco, lei è un maestro delle fallacie ad hominem, non ha bisogno di scendere ancora più in basso per dimostrarlo. Suvvia, la chiuda qui.

  • Giovanni Giannone

    Lieto di esserle stato d’aiuto.

  • George Sim

    Come se il dialetto Palermitano fosse necessariamente espressione di una cultura non sufficientemente erudita…. mi aspettavo qualcosa di più dal suo genio e dal suo ACUME.

  • francesco

    Avrà dimenticato la voce “Pasolini” durante i suoi lunghi studi alle università.

  • Rubina Mendola

    Guttuso,

    Palermo (che sono certa lei conosce bene) è
    un luogo fatto da tribù che se la cantano e se la suonano tra loro, in
    cui il dibattito culturale è morto, specialmente per le “cose d’arte”,
    non esiste proprio. Le riviste online trinacrine specializzate
    (soprattuto d’arte) sembrano vetrinette patinate per esporre merce, sono
    riviste al più pubblicitarie, in cui i pareri sono tutti
    spaventosamente unanimi e positivi su tutto quanto si produce a Palermo.
    Qui, spesso, chi fa arte (o crede di farla) si autocompiace del suo
    giro di approvazioni e se lo fa bastare. E’ una città molto triste, dove
    ognuno si arrocca nel suo orticello e non desidera che qualcuno possa
    opinarne in merito. A differenza di lei e di molto altri siciliani,
    accetto le critiche, pure feroci, accolgo il diniego come parte
    integrante del lavoro che svolgo e non ordisco sommosse web per
    seppellirlo. Quello che non accetto, e che non mi piace, è che non si
    discutano le idee in gioco usando altre idee ma riccorrendo ad altro.
    Comprendo i moti d’orgoglio intellettuale (o morale) come il suo. Ma
    nell’invitarla alla prudenza vorrei correggere, se mi è permesso, il suo
    tono minaccioso e alcune falsità che pronuncia (io non ho mai scritto
    che Maresco è un italiano medio, rilegga meglio quello che ho scritto) e
    per giunta su una persona che non conosce per niente. Io faccio il mio
    lavoro di critico liberamente e non chiedo che sia approvato, così come
    spero non dovrebbe importare a Maresco che la sua pellicola piaccia o
    non piaccia. Da pensatrice libera e indipendente guardo con orrore i
    salottieri e tenutari di salotto. Io non sto in nessun salotto perchè a
    Palermo, nei salotti (che sono ormai le taverne azzurre e i locali da
    bere), e negli attici d’artista, si incontra ormai la claque conformista
    dell’underground con cui non ho nulla da condividere.
    Non è
    piacevole e, confesso, imbarazzante, il modo in cui lei reagisce alle
    recensioni cinematografiche. Che a lei possa “sembrar troppo” è un fatto
    che non si discute e sui cui non ho nulla da obiettare; ma sentire che
    lei sarebbe disposto a insultare e a costruire offese nei miei confronti
    solo perchè ho scritto una recensione (e sono libera di farlo, in un
    paese in cui la libertà di parola e di espressione è garantita dalla
    costituzione) è assolutamente anticulturale e dogmatico. Lei sta alzando
    i toni in un modo che non si addice a una conversazione sul cinema e
    sta scivolando, come si sul dire, sul personale. E’ una cosa stimabile
    lottare per le proprie idee e difenderle, ed è quello che lei, come
    anch’io, sto tentando di fare. Se lei “non accetta le critiche” (che
    banalizzino o meno i lavori dei suoi, per carità, legittimi, idoli
    conematografici) è un problema che non riguarda me, non posso certo
    insegnarle come fare. Anche se non riguarda me, dovrebbe preoccupare
    lei. Dovrebbe essere contento e non incazzato nel sapere che ci sono
    ancora persone che non la pensano come lei, qualcuno che occupandosi di
    cinema, difende una sua idea di di cinema: certo, in un modo che a lei
    non piace, ma non può certo uccidere chi trova Belluscone un bruttissimo
    film. Non pensa che potrebbe accogliere anche le critiche severe come
    un modo per impedire la stagnazione che in questa città è una malattia
    più pericolosa della peste? Io non mi sono mai voltata “altrove”, e non
    intendo accettare il suo invito a farlo: lo considererei
    un’imperdonabile atto di omertà intelelttuale. C’è una terza strada
    oltre a guardare Belluscone e girarsi: e cioè, guardare Belluscone e non
    essere daccordo con i suoi esiti. La stessa libertà che Maresco e i
    suoi estimatori chiedono (affinchè possa esistere ancora spazio e
    interesse per il suo cinema e la sua vocazione indipendente)
    concedetele anche agli studiosi di cinema e al pubblico. Concedeteci di non amare il suo cinema.

    Saluti,

  • Giovanni Giannone

    La pazienza non è mai troppa, corretto: altrettanto giusto, però, non abusare dell’altrui pazienza. Sono sicuro che nell’ambito delle sue conoscenze non le sarà difficile trovare qualcuno che le saprà spiegare la differenza che tanto le sta a cuore capire.

  • Giovanni Giannone

    Ecco, studi Pasolini (la correttezza del suo stile argomentativo e l’intelligenza delle sue analisi critiche, non il trascurabile uso del dialetto – peraltro non palermitano – in qualche altrettanto trascurabile poesiola): rischierebbe così di divenire un pensatore meno degno della stima di un “George Sim” e più degno della mia.

  • francesco

    Mendola,

    Mi scuso se ho alzato i toni anche con lei, non avrei dovuto. Sono d’accordo sul fatto che questa città è una stagnante laguna che ha bisogno di essere agitata, gettando pietre sulla sua superficie immobile di acqua putrida. Questo è quello che amo fare da sempre. Chiunque può non amare qualcosa, come ad esempio un film, ma mi permetta di dire che criticare è lecito ma dire che Belluscone sia un film mainstream solo perché ha avuto un consenso quasi unanime è un’assurdità. La bottega dalla quale questo film è nato è tra le più libere e indipendenti del globo, questo è un dato. E non può paragonarla alle cerchie auto-referenziali che invadono la città e la nazione tutta, mi perdoni. Quando parlo di Storia parlo di Storia del Cinema e fino a prova contraria Maresco vi è entrato di diritto. E questo non lo dico io, ma i più importanti studiosi di cinema di questo Paese. Noi non apparteniamo a nessuna cerchia, a nessun salotto, a nessuna taverna. Se mi ha visto bere in taverna non significa che appartengo a una cerchia. Ripeto, mi scuso se ho alzato i toni in modo impulsivo ma non potevo che rispondere con il fuoco. Non la conosco è vero, ma nemmeno lei conosce me. Per il resto continui a scrivere ciò che vuole e speri che qualcuno risponda con il fuoco, come ho fatto io.

    Buona giornata

    Francesco Guttuso

  • George Sim

    La prego, lo odia proprio questo povero Francesco. La sua stima non l’augurerei a nessuno.

  • George Sim

    E perché, mi perdoni? Lei getta il sasso e poi nasconde la mano?

  • George Sim

    La ringraziamo per la sua disponibilità. Commuovente

  • George Sim

    Io credo che sia
    necessario compiere delle distinzioni precise. Da un lato dobbiamo considerare
    il film, dall’altro ciò che é stato scritto da parte della stampa. Credo
    anche che siano giustificate le accuse nei confronti di una società che mira,
    in maniera ossessiva, a puntare il dito sul “genio”, il
    “fenomeno”, l’opera “rivoluzionaria”. Ma questa è una
    pratica che viene svolta ogni anno, sui film più disparati.

    E non solo in Italia.

    Non è stato di certo il lavoro di Maresco a
    mettere in luce questo scenario.

    Questo non ha nulla a che vedere con il film.

    Gli aggettivi da innamoramento si sprecano ogni
    anno per moltissime pellicole.

    Non si tratta di ingenuità, ma di puro
    commercio.

    Maresco però con tutto questo non c’entra nulla.

    La produzione di questo film è stata assai
    travagliata, e questo ha contribuito in maniera preponderante a delineare il
    contenuto stesso del film. Non è possibile scindere questi due aspetti.
    Il film ha riscontrato grandi consensi ( ricordiamo il premio speciale
    della giuria), pur non appartenendo ai circuiti di potere. Circuiti che,
    soprattutto nel cinema italiano, assumono un’importanza determinante.

    Per rifarci alla domanda iniziale dell’articolo,
    bisogna dunque chiedersi che cosa voglia dire, ora come ora, essere con il
    cinema o contro il cinema (Specialmente in Italia). Siamo sicuri che il regista si atteggi, cercando di
    comprendere cosa sia più “chic” tra l’essere militanti
    dell’underground o rigettare di esserlo?

    Non è forse semplicistico ridurre tutto in
    questi termini?

    A questo proposito è necessario gettare uno
    sguardo sulla storia di questo regista, sulle opere passate.

    Si capirebbero molte cose.

    Si capirebbe come “Belluscone” sia, in
    un certo senso, la conclusione di una trilogia iniziata con il “Ritorno di
    Cagliostro”, e continuata successivamente con ” Io sono
    Tonyscott”. Solo mettendo insieme questi tre film è possibile avere una
    visione più chiara.

    Belluscone è un film dis-fatto, un anti-film, che se ne fotte della
    sceneggiatura, dell’immagine, che se ne fotte di noi, di voi. E’ un’opera che
    annuncia la fine ( non imminente, ma già avvenuta). E’, in poche parole, un
    congedo a tutto ciò che è stato, ad un mondo che non esiste più.

    Questo non è un film. Sfugge inevitabilmente.

    Maresco è pellicola vivente, non credo abbia avuto tutto questo tempo di poter
    fare “letteratura”, così come stiamo facendo noi in questo momento.

    Quella sceneggiatura, così scarna, è scritta sulla sua pelle.

    Non c’è scissione tra la vita e il film, il film e la vita.

    L’autrice di questo articolo ha trasformato il regista in una sorta di
    adolescente, che a tempo perso si compiace di giocare una parte, un ruolo.

    Francamente credo che abbia di meglio da fare.

  • George Sim

    Come un grandangolo umano, il regista ha mostrato uno spaccato di questa città. La sala si divertirà pure con poco, ma come ha suggerito bene qualcuno, è un film che mostra più livelli di lettura. Probabilmente il successo stesso degli Sketch di ” Cinico Tv” si è sempre prestato ad un colossale fraintendimento. Ma una volta approdati al cinema, C&M, tutto hanno fatto tranne che raccogliere consenso.

  • Rubina Mendola

    Salve,

    tengo a precisare che non ho alcun interesse a convincerla della mia tesi. Non ho scritto la recensione per attirare consensi. Indico alcune osservazioni qui di seguito.

    1) non ho mai affermato che Belluscone è un film mainstream perchè ha avuto consenso unanime. Mai detto: se legge meglio, scoprirà che ho detto invece una cosa ben più grave, ossia il contrario. Ossia, che ha riscontrato consensi favorevoli e trasversali perchè si propone in un registro comunicativo (delle immagini, dei ragionamenti e degli argomenti) assolutamente mainstream. Le intenzioni del lavoro magari non saranno state votate al mainstream ma il risultato è assimilabile ai priodotti meglio confezionati dell’industria culturale. Questo è il mio punto di vista che non pretende di essere l’unico possibile o il migliore tra i molti o il più vicino alla verità. Ma è una critica, e ha tutta la legittimità di esistere, tanto quanta ne ha il film di Maresco.

    2) non ho mai posto un’analogia tra la bottega in cui è stato concepito e le “cerchie auto-referenziali che invadono la città e la nazione tutta”. può indicarmi il passaggio in cui avrei ffermato una cosa simile?

    3) In tutte le cose di cultura non esistono dati acquisiti una volta per tutte (e così pure nella scienza!). Molti nomi sono entrati nella Storia (storia della pittura, storia della musica, storia del teatro, storia del cinema etc) ma questo non significa automaticamente nulla. La loro presenza nei libri non è una prova della loro legittimità a trovarsici dentro e non basta a renderli intoccabili o irraggiungibili dalla Critica. Ecco perchè esiste la critica: anche per dibattere fatti, eventi e figure che la tradizione ufficiale (e l’autorità delle accademie e degli studiosi) considera assodati e incontrovertibilmente collocati nella Storia come fondamentali.

    4) Non l’ho mai vista bere in una taverna nè mai la vedrò e sa perchè? Perchè non ho mai messo piede in taverna azzurra in vita mia e non intendo farlo domani.

    5) Al posto del fuoco, come ogni studioso, preferisco gli argomenti come arma di combattimento. Lei ha alzato i toni in generale, non solo con me: lei ha lasciato qui il suo primo commento e le è stata mossa un’ obiezione. L’obiezione di Giannone intendeva farle notare come lei avesse reagito alla mia recensione non attraverso una critica argomentata ma scivolendo sul personale secondo la ben nota strategia della delegittimazione. E sottolinenado il tono da regime totalitario della sua entrée “Non accetto da nessuno una critica che banalizzi quest’opera”. C’è sempre una scelta. Poteva scegliere, invece di usare il fuoco, delle ragioni, come si addice a un professionista: proprio perchè lei si occupa di cinema dall’interno ci si sarebbe aspettati degli argomenti e non delle illazioni miste a insulti. Lei ha rimproverato tutti noi di incompetenza e di dar fiato alla bocca: ma lo ha fatto senza nessuna tesi. Accolgo le sue scuse ma mi riservo il diritto di considerarle troppo tardive per considerarle “sentite”.

    Saluti.

  • George Sim

    Potrebbe spiegarci in che modo il prodotto è assimilabile ai prodotti meglio confezionati dell’industria culturale? A quale altro film lo accosterebbe? E soprattuto, a quale industria culturale si riferisce? Quella Italiana, o estera?

  • francesco

    Chiudo anche con lei. C’è chi studia e c’è chi è oggetto di studio, intanto. Sono ruoli diversi. C’è chi crea e chi specula sulla relativa creazione. Io non ho argomentato perché è un articolo che mi ha soltanto fatto girare le palle ( mi permetta di usare un basso linguaggio perché non sono uno studioso) di certo non perché si è fatta una critica negativa al film. Affermare che “Belluscone si propone in un registro comunicativo (delle immagini, dei ragionamenti e degli argomenti) assolutamente mainstream”. e che “il risultato è assimilabile ai prodotti meglio confezionati dell’industria culturale” è cecità e incompetenza allo stato puro. Poi se a dirlo è uno studioso che ritiene che “Lost in Traslation” di Sofia Coppola sia uno dei capolavori degli ultimi vent’anni…beh, signora Mendola, dove ha studiato? Spero non dal Signor Giannone!

    Al signor Giannone invece, che parla di “trascurabile uso dialetto in qualche altrettanto trascurabile poesiola” riferendosi a Pasolini dico: non lo tocchi nemmeno Pasolini, potrebbe rivoltarsi nella tomba se citato da gente come lei, e vada a ripassare cosa dice a proposito dei dialetti. Poi torni in cattedra, il fetore delle università l’attende-

    Distinti saluti!

  • Rubina Mendola

    Come le dicevo, non devo convincerla della mia idea.
    Ribadisco che lei sa soltanto insultare e farsi girare le gonadi. A questo punto non ho più nulla da discutere con una persona che non sa mantenere i toni di un dibattito civile.

    Preciso solo una cosa:

    La mia considerazione sul film della Coppola era piuttosto ironica: tutti i miei contatti sanno che il mio uso di facebook è spesso a servizio della presa in giro di certi stereotipi del gusto comune.
    Ma giustamente lei queste cose non può saperle, perchè non mi conosce: peccato che, oltre a insultare tutti i suoi interlocutori, si lanci pure in giudizi completamente aprioristici.

    La saluto.

  • Giovanni Giannone

    L’unico tanfo autenticamente percepibile è quello esalato dal suo approccio al dibattito: come tutte le persone che hanno le viscere al posto del cervello, lei sa solo arroccarsi su posizioni dogmatiche (peraltro mai argomentate) che le fanno accostare qualsivoglia fenomeno come fosse monolitico e ostinatamente al riparo dal dubbio. Lei è, in altre parole, un fanatico: è per questo che non sarà mai un uomo di pensiero, uno studioso credibile, e quando vuol farci credere che ciò non la tocca (“Io non faccio il critico cinematografico a tempo perso come lei”), fa la figura della volpe di Esopo che snobba l’uva come acerba sol perché non arriva a prenderla. Per di più lei è anche un insigne esponente della “retorica del fare” (“io nel cinema ci lavoro”) tanto cara agli artistoidi palermitani, gente che s’illude con arroganza di poter agire senza saper riflettere sull’azione. Ma non è possibile agire correttamente in assenza di pensiero, non si da prassi in assenza di teoria: si è visto che lei si vanta di non essere un uomo di pensiero, tenga presente che allora lei non può neanche essere un uomo di azione consapevole. Detto in altre parole: quando pensa di lavorare nel cinema, di FARE cinema, lei coltiva una pia illusione. Ora, finché il suo bigotto fanatismo si concentra su Maresco, sono disposto a spendere qualche parola per smascherare le sue tare, per tentare di farle capire che il fatto di essere nei libri non significhi essere al riparo da dubbi di legittimità e da critiche di natura parziale o integrale (le storie, tutte, sono costantemente soggette a revisionismo critico). Quando però si tratta di Pasolini è tutta un’altra storia: non sono affatto disposto a discutere di un argomento così serio e degno con lei. E qui chiudo. Per sempre.

  • Giuliano La Franca

    Spero di non essere troppo
    anacronistico con questo intervento, ma vorrei invitare Rubina Mendola ad
    argomentare più a fondo alcune sue riflessioni che altrimenti rischiano di
    essere solo delle frasi ad effetto, queste si, veramente ben confezionate.
    Tenendo anche conto del fatto che gran parte dell’articolo si concentra sulla
    questione che il film ha avuto un discreto risultato di consenso che l’autrice
    vede con estremo sospetto (facendo riferimento a discepoli, claque, come se
    dietro ci fosse una sorta di macchinazione preordinata o un’operazione di
    marketing culturale).

    L’articolo inizia dicendo che la cosa più chic in Italia è non
    scegliere, depistare, ecc… Dunque
    sembrerebbe che l’autrice dica che alcune scelte del film siano solo cliché ed
    escamotage modaioli… Ecco, ma sulla base di cosa può dire questo? Ma la cosa
    più lapidaria è la prima frase, quella in cui parla di “non scegliere” e dato
    che come affermazione è abbastanza forte io inviterei l’autrice ad argomentare
    maggiormente un’esternazione così dura. In base a che cosa lei parla di “non
    scelta” a proposito del film Belluscone? Parla poi di Maresco facendo sempre
    riferimento all’interpretazione del film (e della figura del suo autore) come
    facesse parte di un’operazione trendy e paracula: “è più chic
    dichiararsi militanti dell’underground o rigettare di esserlo”. Chi si
    dichiara o non dichiara cosa? Mi perdoni. Sulla base di cosa lei addita Maresco
    di essere una sorta di furbacchione alla ricerca di cavalcare l’onda del
    consenso antagonista e non. Belluscone poi accontenta tutti e qui il problema
    non è tanto che il film (come altri centinaia di film nella storia del cinema
    mondiale) ha avuto una certa trasversalità nel consenso, ma siamo sempre lì,
    ovvero che dietro questo risultato ci sia sempre lo zampino furbastro di chi ha
    fatto tutto esclusivamente per accontentare il più ampio numero possibile di
    spettatori. Ora (a parte che di parolacce in siciliano, nel film, ce ne sono
    ben poche) Ribadisco, quali sono gli argomenti che l’autrice porta a supporto
    della sua tesi? Non si può ridurre un giudizio così pesante solo attraverso
    qualche riga di supposta ironia con la famigliola del Mulino Bianco… Sorvoliamo
    sulla parte in cui l’autrice se la prende col pubblico al quale è piaciuto il
    film (qui generalizzando terribilmente) etichettandolo come “piccola Italia”,
    descrivendolo solo come una poltiglia superficialotta in cerca di un nuovo
    idolo sul quale scaricare le proprie inadeguatezze (voglio precisare che un
    aspetto di questa osservazione non è del tutto erroneo, ovvero quando si fa
    riferimento all’omologazione del pubblico, ma, ribadisco, per ridurre il
    risultato di pubblico del film a quello di un cinepanettone o, viceversa, di un
    qualunque documentario sulla Shoah, ci vorrebbero argomenti più solidi delle
    parolacce in siciliano e un po’ più mirati al film, rispetto alle riflessioni
    generalizzate sulla degenerazione del pubblico e della percezione
    cinematografica, descritta, giustamente, come specchio della degenerazione
    culturale e sociale del Paese). Andando avanti il giudizio si fa ancora più
    lapidario, netto e dogmatico: “Non si può scrivere
    una recensione su questo “lavoro” di Maresco…” E
    quali sarebbero le motivazioni per un giudizio così severo? La risposta nella
    frase successiva: “(il lavoro )di questo regista non
    può fregiarsi di essere un film”. Ma il problema è che l’autrice invece
    di argomentare un’affermazione così perentoria e arrogante si perde invece in
    una serie di descrizioni parasociologiche riguardo la predetta questione della
    degenerazione del pubblico odierno e dei suoi giudizi: “È un episodio di cinema italiano che dice però molto rispetto a
    quest’ansia tutta italiana di incoronare un genio, purché sia abbastanza schivo
    da incentivare curiosità e pettegolezzo.”

    “Che cosa dirne allora? L’unico approccio critico
    possibile è quello narrativo e psicologico, perché la pellicola si autoesilia
    ai margini di ogni possibile ragionamento sull’immagine.”

    Che cosa vuole dire ora? Che è impossibile elaborare un giudizio estetico
    su Belluscone poiché il suo stile, le sue immagini, non sono all’altezza di un
    ragionamento che abbia un minimo di dignità? Sembrerebbe che l’autrice (non me
    ne voglia per la parafrasi) voglia dire questo, visto che prosegue dicendo:“Il materiale per girare un film è privo di sostanzialità visiva e il testo
    è povero, inesistente. Se ancora ha senso parlare di cinema è perché esiste
    qualcosa che si chiama sceneggiatura, cultura delle immagini, sapienza
    compositiva della fotografia”

    Ma io ritorno, ossessivamente, a ripetere, sulla base di cosa l’autrice può
    affermare ciò? Visto che non mi risulta che nell’articolo ci sia una disamina
    accurata sull’aspetto fotografico del film. Oltretutto, non si rende conto che
    non argomentando tale esternazioni, rischia di rimanere nell’ambiguità più
    assoluta, anche rispetto alle proprie reali intenzioni. Dire che il materiale è
    privo di sostanzialità visiva e liquidare con questa frasuccia l’aspetto
    estetico del film, può voler dire tutto e niente allo stesso tempo. Ma credo
    che la frase più imbarazzante, che non dà giustizia ad un’autrice che si
    presenta come l’emblema della libertà intellettuale e quintessenza della
    critica più indipendente, sia quella che segue, in cui tira in ballo i dogmi
    aristotelici della sceneggiatura e l’istituzione internazionale della
    fotografia, come se fosse uscita fresca fresca da una lezione del primo anno
    del DAMS (puntualizzo che non c’è nessuna critica aprioristica allo studio
    universitario, visto che io stesso sono laureato al DAMS) o da un corso regionale
    di scrittura creativa o film maker. Come si può fare un’analisi profonda e
    accurata di un film quando si dice che: (perdonatemi la ripetizione) “Se ancora ha senso parlare di cinema è perché esiste qualcosa che si chiama
    sceneggiatura, cultura delle immagini, sapienza compositiva della fotografia.” Senza
    argomentare minimamente quello che si scrive. Cosa capisce un lettore che
    magari non ha visto il film? Che Belluscone non ha una sceneggiatura? Che ce
    l’ha ma è talmente scarsa, ma talmente scarsa che non è neppure classificabile
    come tale? Oppure (opzione che ritengo la più avvalorata dall’autrice) Ce l’ha,
    ma è talmente paracula, fasulla e ipocrita nel suo essere così (falsamente e
    furbescamente) sfilacciata, inconcludente e così via, che sarebbe un gesto di
    disonestà intellettuale talmente grande quella di chiamarla sceneggiatura che è
    meglio per tutti non considerarla tale. E lo stesso discorso (come si evince
    dalla seconda parte dell’ultimo virgolettato riportato) vale per l’aspetto
    fotografico ovviamente… Questo voglio dire quando dico che l’autrice, non
    approfondendo seriamente nessuna delle sue riflessioni, cade nello stesso
    errore che imputa al film, ovvero quello di essere una trovata ruffiana alla
    portata di tutti.

    Resta altresì enigmatica anche la frase:”ma non
    si scambi il caos, il vuoto di idee e l’esibizione di finto cinismo per non
    finito.” Che cosa intende, a proposito del film, per esibizione di finto
    cinismo? Sulla base di cosa continua a parlare di vuoto di idee? Non voglio
    parlare in maniera pedante dei contenuti del film ma basterebbero quelli che
    l’autrice cita nel suo articolo a mo’ di lista della spesa (Maresco, paure di Maresco, berlusconismo e mafia,
    trattative tra stato e mafia, degrado, impresari mafiafriendly di
    cantanti neomelodici.) per far venire almeno un briciolo di
    sospetto che forse qualche idea non proprio vuota, nel film sia presente. Cerco
    di essere più preciso; è ovvio che non basta parlare di mafia, berlusconismo,
    trattativa, ecc… per poter dire che si ha avuto delle idee degne di questo
    nome. Visto che ormai anche il più banale dei videoclip musicali tratta gli
    stessi argomenti. Ma l’autrice per sostenere le sue affermazioni avrebbe prima
    dovuto approfondire l’approccio che il film ha avuto agli argomenti sopracitati
    (e non presentare il tutto come una specie di Helzapoppin di bassa lega) e poi
    esprimere la sua critica a riguardo. Parlare di molteplici livelli a proposito
    di Belluscone, non vuol dire darsi l’aria da strutturalista alla buona, ma
    semplicemente questa caratteristica fa parte della natura del film, come di
    molti altri film che hanno una tematica metalinguistica che, capisco la
    diffidenza dell’autrice, in molti casi è diventato un espediente furbastro per
    risolvere le proprie inconcludenze. Ma, torno a ribadire, nell’articolo non
    viene approfondito nessun aspetto che possa far capire ad un lettore che in
    Belluscone ci sia un’operazione del genere. Non si può pensare di corroborare
    una tesi simile semplicemente parlando di esibizione di finto cinismo o di (mancanza)
    di sapienza compositiva della fotografia o assenza di sceneggiatura, perché
    rimangono soltanto parole ad effetto. Infatti l’articolo prosegue (dopo aver
    rintuzzato la dose di sdegno nei confronti dell’aspetto fotografico del film)
    continuando a mettere in dubbio l’autenticità di tutte le scelte del film:” Ergere ad alibi la scelta volutamente (ma ne siamo poi così certi?)
    documentaristica dell’approccio al tema (per cui volti, luoghi e corpi sono
    istanze a servizio di “testimonianza” e non oggetto di rappresentazione) non
    sbiadisce minimamente la colpa di aver rifilato un nichilismo alla buona e di
    aver inscenato una provocazione ovvia e generalista.”

    Per quale motivo dovrebbe essere un alibi la “scelta documentaristica”?
    Possibile che tutto l’articolo si basi su una colossale presunzione di
    colpevolezza, senza possibilità di smentita? E per entrare un po’ più nel
    merito, non sono proprio d’accordo sul fatto che i volti, i corpi e i luoghi in
    Belluscone siano “solo testimonianze” e non oggetto di rappresentazione. Mi
    sembra più che mai ovvio che Vittorio Ricciardi o Erik non siano, nel film,
    delle semplici testimonianze… ma poi per quale motivo una testimonianza non
    potrebbe essere allo stesso tempo anche un oggetto di rappresentazione? Non
    penso che categorizzare così rigidamente sia l’operazione migliore per parlare
    in maniera approfondita di un film… E poi quale sarebbe il “nichilismo alla
    buona”? E la messa inscena di una provocazione ovvia e generalista? Bellissime
    parole… ma, torno a ripetere, se non approfondite possono voler significare
    tutto e il contrario di tutto! Parlare della crisi culturale e sociale del
    cinema (come di tutta l’arte) sarebbe “nichilismo alla buona”? E per tentare di
    ricomporre pedissequamente l’ultimo virgolettato riportato, la “provocazione
    ovvia e generalista” sarebbe invece quella di aver scelto in maniera ruffiana
    (secondo l’autrice) il registro documentaristico? Lei parla di alibi, ma alibi
    a cosa? Al fatto che Maresco non è in grado di fare delle belle inquadrature
    come Sorrentino? E’ una parte del film stesso che è un documentario (o meglio,
    che sarebbe dovuto essere un documentario) e la parte con Tatti Sanguineti è
    volutamente un pretesto e la mescolanza tra i vari livelli di lettura e di
    racconto (documentaristico, messa inscena, e così via…) è stata una
    caratteristica di moli altri film, su tutti, quelli di Herzog. Quindi non vedo
    perché in questo caso la “confusione” tra i piani di realtà debba essere una
    trovata chic. Visto tra l’altro che questo approccio ha caratterizzato da
    sempre moltissimi lavori della coppia Maresco Ciprì… Sinceramente sorvolo sulla
    questione del “presentarsi (o farsi presentare
    dalla propria claque) come
    predicatori dell’understatement ad ogni costo, pensando di sfuggire allo schema della
    denuncia politica e alle ideologie vetero-marxiste.” Visto che continuo a non poter
    rilevare nell’articolo chi siano i membri di questa misteriosa claque e dove
    sia il disegno preordinato di questa macchinazione… Come se fosse una colpa
    avere dei sostenitori che hanno apprezzato il tuo lavoro… E aggiungo che non è
    necessario appartenere alla categoria della “denuncia politica” per poter fare
    una riflessione critica sulla nostra società. Avviandoci verso la conclusione
    devo comunque rilevare che la gratuità del riferimento all”intellettualismo” di
    Belluscone al quale fa riferimento l’autrice (che continua ad ammiccare su
    questo presunto, quanto a suo dire goffo, tentativo di nascondere la propria
    natura di film/autore intellettuale frustrato sotto le vesti di non si sa cosa…
    anzi, mi correggo, sotto le vesti del cosiddetto “cinismo pop”, che invito per
    l’ennesima volta l’autrice a spiegarci cosa intenda con questa simpatica
    espressione in riferimento al film). Riguardo l’ultima sferzata però voglio
    solo dire che l’interpretazione data dall’articolo è estremamente riduttiva e
    superficiale (“«meglio un Ciccio
    Mira che un fighetto del Kalheesa») se
    non addirittura erronea quando fa riferimento alla “lotta di classe”. Il finale
    (dove scorrono i titoli di coda), che capisco possa trarre in inganno, non ha
    nessun intento sociologico o di denuncia ma è invece l’epilogo apocalittico di
    una storia che ci ha visti coinvolti tutti e in cui, come rappresenta il
    finale, non si salva nessuno (né borghesi, né sottoproletari).

    In conclusione, Belluscone è un film sul dubbio, sulla complessità e
    sull’irriducibilità del reale, attraverso uno strumento, il cinema, ormai
    sempre più destituito del senso e della necessità originaria che lo ha da
    sempre connaturato. E io, al contrario dell’autrice, non mi preoccuperei poi
    così tanto di parlare del valore del cinema facendo riferimento all’idea di
    sceneggiatura o alla composizione fotografica, in un era in cui ci sono più
    scrittori che lettori e in cui anche la più banale macchina fotografica riesce
    a produrre semiautomaticamente immagini sensazionali e tutte dannatamente
    uguali fra loro! Ma attenzione questo non è affatto un discorso qualunquista o
    pseudo-nichilista d’accatto come vorrebbe fare credere l’articolo, quando (parlando
    di Belluscone) dice che il film ricerca a tutti i costi una non-scelta, un
    rifiuto aprioristico di qualsiasi orientamento, per attestarsi nella migliore
    delle ipotesi, ai livelli di un trattato sociologico sul berlusconismo nelle
    periferie palermitane. Finendo per banalizzare e appiattire le molteplici
    problematicità che hanno caratterizzato realmente (mi spiace per l’autrice) la
    genesi di questo film. E non parlo in questo caso delle citate traversie
    economiche e produttive, bensì proprio dei dilemmi intellettuali (e non
    intellettualoidi) e artistici che sono divenuti oggetto del film stesso, poiché
    questi hanno preso (torno a ripetere, realmente) il sopravvento su tutto quello
    che voleva o doveva essere Belluscone. E non vedo cosa ci sia di così tanto
    chic o “mainstream” in una scelta del genere.

    Poi può piacere oppure no, figuriamoci… Ma stravolgere e mistificare,
    quello sì, non è onesto!

    Ad ogni modo il povero Belluscone nonostante l’accusa di essere
    “mainstream”, non è riuscito a mettere d’accordo tutti, visto che l’integerrima
    autrice di questo articolo può vantarsi di essere tra le poche a non essersi
    fatta abbindolare da questo subdolo tentativo di concupiscenza proveniente
    dritto dritto da uno dei capisaldi dell’industria culturale o, se preferisce,
    dell’establishment underground di questo Paese.

    Giuliano La Franca

  • jen_75

    “Se ancora ha senso parlare di cinema è perché esiste…” che cosa?
    Tra tutti gli articoli letti su “Belluscone”, a favore o meno, questo è in assoluto il più vuoto di significato e anche di critica, sembra un pezzo “anti” a priori.
    E sinceramente mi spiace averlo letto su questo sito che invece seguo sempre molto volentieri, anche quando mi trovo in disaccordo. Ma in questo caso davvero la questione è urticante.

    Signora Rubina Mendola,
    la saluto con un mio pensiero: l’Italia è piena di individui che, sotto mentite e differenti spoglie, praticano lo stesso mestiere: siete dei ragionieri, fate i conti alla cultura e soprattutto non andate al di là di quelli.

    Arrivederci,
    una lettrice

  • Rubina Mendola

    Cara “lettrice”
    (con nickname da troller forumista,
    senza neppure lo stomaco di firmarsi con nome e cognome),

    certe parole, che vorrebbero colpire un presunto avversario, quando vengono pronunciate da un dozzinale opinionista, suonano come un complimento squisito: sono la dichiarazione di un’atroce sconfitta, ratificata prima ancora di aver combattuto. Il suo tentativo di criticarmi, infatti, mi intenerisce: soprattutto perchè mostra, senza troppi misteri, che con la cultura non sembra avere dimestichezza alcuna; almeno a giudicare dal tono riduttivamente emotivo del suo intervento. Un intervento così gelatamente povero che intirizzisce solo a dargli una breve occhiata. Inoltre, gli antichi solevano dire che chi trova urticante una questione è certamente stato colpito nel suo punto debole: si passi un buon unguento a base di luoghi comuni sulla parte dolente, e sarà tutto dimenticato.

    Un caro saluto,

    Rubina.

  • jen_75

    Signora Mendola,

    mi chiamo Angela Milani e vivo a Roma, spero che questo le cambierà la vita.
    Mi fate sempre sorridere, voi adetti ai lavori, quando ripiegate su queste argomentazioni solo per avere l’ultima parola!
    Vede, l’opera di Maresco, secondo me, è doppiamente geniale perché si nutre anche di queste prevedibili presenze che fanno da tappezzeria alla realtà “virulenta” che descrive e nella quale l’Italia giace ormai da tempo, senza speranza. Un processo irreversibile del quale tutti facciamo parte, anche io e lei, anche il ricco e il povero, anche l’ignorante e il sapiente. Tutti uniti da un filo invisibile, un morbo, capace di ristagnare nel più squallido bassofondo e allo stesso tempo di acclimatarsi nell’elegante loft. Passando per la mediocrità che li unisce.

    E’ stato uno schiaffo alle coscienze di tutti, anche alla sua.

    La ringrazio comunque per l’attenzione, che non era assolutamente dovuta, e la saluto cordialmente.
    Angela