Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto > Elio Petri

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Indagine
L’IMPOTENZA DELL’AUTORITÀ
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto • Elio Petri • Italia/1970
a cura di Fabrizio Fogliato
da Rapporto Confidenziale 38 | anteprima | compra

Il cinema “politico-civile” contiene endemicamente una contraddizione ontologica, cioè quella attraverso la quale, l’estremizzazione ideologica dei concetti espressi al suo interno, porta i film a debordare in un manierismo radicale dal quale emerge un rancore livido e pregiudiziale nei confronti dell’autorità e delle sue ramificazioni. Contraddizione legata al periodo storico in cui viene realizzato, soprattutto seguendo un registro grottesco-sarcastico, cioè all’incirca il decennio 1968-1978 (prima dominante era la componente realistica), cercando di diventare specchio e interprete critico (e assoluto) delle deformazioni del sistema politico-sociale e delle ipocrisie latenti di una “massa” polarizzata su due conformismi antitetici (comunisti e fascisti), ma necessari e complementari nell’ottica combattiva e antagonista di individuazione del nemico da abbattere.

L’alveo in cui matura la realizzazione di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è quel magma indefinito del post-’68, in cui le istanze “rivoluzionarie” emergono nella loro utopia e incompiutezza, e affonda le sue radici nella cronaca politico-sociale di tragici eventi coevi quali la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), la morte di Giuseppe Pinelli e i contigui tentativi eversivi di colpo di stato. Pertanto, l’agire del protagonista (e la tesi) del film immerso in una dualistica atmosfera realistico-espressionista, è determinato dalla necessità di orchestrare un’impeccabile partita a scacchi per riaffermare e imporre la purezza arcaica del concetto di autorità. Uscito sugli schermi il 9 febbraio 1970, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, segna il ritorno al cinema di Gian Maria Volonté, dopo la stagione del teatro off: «È tornato al cinema Gian Maria Volonté in un western di Godard», titola Paese Sera l’11 giugno 1969. Dopo un’interruzione di otto mesi, Volonté ritornava al cinema, annunciando di aver accettato di girare due film, uno con Godard e un altro con Elio Petri: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il film di Godard, Vento dell’est, era il modo migliore per ritornare al cinema dopo quella lunga assenza. Volonté era noto al pubblico di massa per Per un pugno di dollari, e quello di Godard era «il primo western marxista della storia del cinema». Se da un lato Volonté non amasse il genere western e dichiarasse di aver accettato il film di Leone solo per denaro, dall’altro lato il film politico di Godard era in piena sintonia con le sue idee politiche» (da Alejandro de la Fuente e Erik Wilberding, Le tracce di un mito, Edizioni Lucky Red 2008).
Il secondo film è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, nato dalla penna di Ugo Pirro e da un banale episodio autobiografico. Lo sceneggiatore un giorno rimane bloccato nel traffico, quando una macchina, invadendo la carreggiata opposta, supera tutte le auto in fila incurante della segnaletica. Egli pensa, «Se quella fosse un’auto della polizia nessuno avrebbe niente da ridire», e inizia a pensare ad una storia sul potere della polizia e degli ufficiali di Governo.

 

 

Il capo della Squadra Omicidi di una grande città, soprannominato il “dottore” (Gian Maria Volonté), viene promosso per i suoi meriti a dirigente dell’Ufficio Politico della Questura. Proprio nel giorno della promozione, l’alto funzionario, che sotto l’apparente sicurezza e disinvoltura nasconde una psicologia normale, uccide Augusta Terzi (Florinda Bolkan), la propria amante, dalla quale è stato deriso. Anziché preoccuparsi di non lasciare tracce del delitto, l’assassino, certo di essere al di sopra di ogni sospetto in forza della posizione di potere che occupa, si impegna paradossalmente a moltiplicare gli indizi a proprio carico: le indagini intraprese dai suoi collaboratori – come egli aveva previsto – non lo sfiorano neppure. In seguito allo scoppio di una bomba nella centrale stessa della polizia, vengono fermati alcuni contestatori; tra questi c’è uno studente, Antonio Pace (Sergio Tramonti), che rivela al “dottore” di riconoscere in lui l’autore del delitto…

I primi dieci minuti del film sono costruiti su un susseguirsi ininterrotto di immagini che mostrano l’omicidio di Augusta Terzi, interrotti solo dal dialogo scarno tra la donna e il “dottore”, in cui lei dice: «Come mi ammazzerai oggi?» e lui risponde: «Ti taglierò la gola». Detto fatto, quello che fino a pochi istanti prima è stato solo un’infantile gioco erotico (come mostrano i flashback con le simulazioni sessuali di episodi di cronaca nera), improvvisamente si trasforma in tragedia. Un atto concreto e simbolico, per riaffermare il dominio – concepito come “naturale” – dell’uomo di potere. Il “dottore” segna il territorio, diffonde le proprie impronte ovunque, si trastulla nel suo ipotetico delirio di onnipotenza, prima di alzare il telefono e chiamare la Polizia (cioè se stesso, visto che è il capo della Sezione Omicidi). Da questo momento in poi egli attua una metamorfosi (fisica e concettuale) di se stesso, rimirandosi egotisticamente in una sovraeccitata trasfigurazione dell’autorità. La marcata onomatopea, unita a una gestualità forte e barocca, ma anche ridicola e ridondante, lo accompagnano nel delirio di onnipotenza che lo condurrà alla strutturazione di una messa in scena teatrale in cui egli dovrà risultare il solo e unico colpevole.

Egli non è altro che un “questurino borbonico”, un burocrate da basso impero, destinato ad essere travolto dagli eventi stessi su cui pensa di avere controllo assoluto. La sua invettiva, pronunciata al momento del trasferimento a capo dell’Ufficio Politico, culmina con la dichiarazione: «Repressione è civiltà!», nell’illusione che l’autodeterminazione del suo ruolo possa bastare a schiacciare il problema (politico o criminoso non ha importanza), evitando così l’assunzione di responsabilità.

 

 

Nell’atmosfera dell’inizio degli anni ‘70, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto offre molteplici chiavi di lettura sia dal punto di vista politico che sociale, tutte comunque indirizzate alla differenziazione e contrapposizione tra autorità e cittadino. È lo stesso “dottore”, che durante la simulazione di un interrogatorio con Augusta Terzi afferma: «Lo Stato mi offre tutti i mezzi per mettere a nudo un individuo», ed è sempre lui ad affermare di fronte allo stagnaro: «Lei è un cittadino… e noi dobbiamo rispettare il cittadino». La soluzione a questa evidente contraddizione passa, paradossalmente, attraverso le parole pronunciate dal “sovversivo” Antonio Pace, che umilia e smaschera il funzionario di Polizia durante l’interrogatorio nei sotterranei della Questura, affermando: «Un criminale a dirigere la repressione… è perfetto!». In questo preciso istante “il dottore” perde il suo potere, diventando perennemente ricattabile dal comune cittadino che disconosce in lui ogni principio d’autorità riconoscendogli unicamente il comportamento criminale di colui che utilizza lo Stato di Diritto per coprire i propri crimini.

A distanza di quarant’anni, di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto e della vicenda kafkiana in esso narrata, oltre alla consapevolezza di trovarsi di fronte ad un film perfetto (premiato con l’Oscar come miglio film straniero), rimane la lucida metafora sessuale come trait d’union capace di unire passato e presente. La relazione sado-masochistica tra Augusta Terzi e il “dottore”, agita da quest’ultimo su un registro infantile, immaturo e pecoreccio, che ne denuncia l’impotenza, non è niente altro che una rappresentazione simbolica della sterilità del potere autoritario. L’emancipazione dei costumi (femminili e non) e l’affermazione del ruolo del maschio dominante, erano il declivio su cui si giocava la “guerra dei sessi” negli anni ‘70; oggi quell’emancipazione si è trasformata nell’oggettificazione del corpo femminile, esibito, sfruttato, fotografato, pornografato dalla pubblicità e dalla televisione, mentre invece il maschio ha abdicato a se stesso per trasformarsi in una bulimica e testosteronica rappresentazione di un corpo effeminato, modificato dal fitness e dalla chirurgia estetica. Ecco dunque che il rapporto sado-masochista di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto appare nella lettura odierna niente altro che la rappresentazione di una staticità del rapporto di coppia regolato solo ed esclusivamente dalle dinamiche del potere. Se il finale del film rappresenta, per il “dottore”, dal punto di vista politico il passaggio da Stato legalitario ad anti-Stato occulto ed eversivo (concentrato simbolicamente nella tapparella che scende), allo stesso modo avviene un processo, privo di catarsi, in cui anche nelle dinamiche relazionali egli passa da ruolo di uomo a quello di oggetto. Così lo Stato ne prende possesso per trasformarlo in merce di scambio e/o in vittima sacrificale, e allo stesso modo la donna che ne denuncia l’impotenza sessuale diventa vittima necessaria da sacrificare sull’altare della propria mascolinità. Relazione messa in evidenza a metà film, in cui le due componenti si coagulano, quando il registratore incide la voce dell’auto-confessione de il “dottore”: «Alle h 16.00 di domenica 24 agosto io ho ucciso la signora Augusta Terzi con fredda determinazione. La vittima si prendeva sistematicamente gioco di me. Ho lasciato indizi… non per fuorviare le indagini, ma per provare… la mia in-so-spet-ta-bi-li-tà, la mia insospettabilità!». •

Fabrizio Fogliato

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO
Regia: Elio Petri • Soggetto, sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro • Fotografia: Luigi Kuveiller • Musica: Ennio Morricone • Costumi: Angela Sammaciccia • Scene: Carlo Egidi • Montaggio: Ruggero Mastroianni • Suono: Mario Bramonti • Interpreti: Gian Maria Volonté (“dottore”), Florinda Bolkan (Augusta Terzi), Gianni Santuccio (questore), Orazio Orlando (Biglia), Sergio Tramonti (Antonio Pace), Arturo Dominici (Mangani), Massimo Foschi (sig. Terzi), Vittorio Duse (Canes), Aldo Rendine (Nicola Panunzio), Aleka Paizy (cameriera del “dottore”), Fulvio Grimaldi, Ugo Adinolfi, Gino Usai (due “fermati”), Franco Marletta, Giacomo Bellini, Giuseppe Terranova, Roberto Bonanni, Vincenzo Falanga (Pallottella), Salvo Randone (l’idraulico), Pino Patti, Giuseppe Licastro, Filippo De Gara (agente all’interrogatorio) • Produzione: Vera Film • Distribuzione: Euro International Films • Visto di censura: 55475 del 06-02-1970 • Rapporto: 1.85:1 • Negativo: 35mm (3-perf) • Paese: Italia • Anno: 1970 • Durata: 115′

 

ELIO PETRI @ RAPPORTO CONFIDENZIALE
LA PROPRIETÀ NON È PIÙ UN FURTO (1973)
TODO MODO (1976)
BUONE NOTIZIE (1979)

 

ELIO PETRI | FILMOGRAFIA
Nasce un campione (corto, 1954)
I sette contadini (corto, 1957)
L’assassino (1961)
I giorni contati (1962)
Il maestro di Vigevano (1963)
Nudi per vivere (coregia con G. Montaldo e Giulio Questi, 1964)
Alta infedeltà (episodio di Peccato nel pomeriggio, 1964)
La decima vittima (1965)
A ciascuno il suo (1967)
Un tranquillo posto di campagna (1968)
Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (episodio di Documenti su Giuseppe Pinelli, 1970)
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)
La classe operaia va in paradiso (1971)
La proprietà non è più un furto (1973)
Todo modo (1976)
Le mani sporche (film tv, 1978)
Buone notizie (1979)

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