Even Cowgirls Get the Blues > Gus Van Sant

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articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale – numero12, febbraio 2009 (pagg.21-22)

EVEN
COWGIRLS
GET
THE
BLUES

Cowgirl – Il nuovo sesso di Gus Van Sant (USA/1993)
recensione a cura di Alessio Galbiati
speciale GUS VAN SANT. Genio ribelle

Sissy Hankshaw è nata con un dono speciale riservatole dal caso: due lunghissimi pollici.
Cresciuta in una famiglia non particolarmente modello, ma accudita con amore da una cocciuta madre che ostinatamente le insegna a considerare questa sua particolare condizione come una fortuna, un regalo misterioso del quale un giorno scoprirà la vera natura, Sissy ha precocemente sviluppato il talento per l’autostop diventando in pochi anni la più grande autostoppista del continente e, con tutta probabilità, del pianeta intero.
Un giorno, alle soglie dei trent’anni, riceve una lettera da parte della Contessa – un eccentrico effemminato attivo nel settore dei prodotti per l’igiene femminile – che la invita a raggiungerla nella propria casa di Manhattan con la promessa d’una sorpresa speciale. Il regalo che vorrebbe offrire a Sissy, fino a qualche anno prima musa ispiratrice delle campagne pubblicitarie dei suoi prodotti, è l’occasione di perdere la verginità e magari accasarsi con un asmatico e malaticcio poeta di origini Mohawk (1). L’esperienza sarà per Sissy alquanto traumatica e sconcertante; la Contessa penserà allora di inviarla al Rubber Rose Ranch (2), un centro per sole donne nel profondo West, per girare uno spot commerciale che sfrutti la presenza dell’ultimo stormo di gru americane selvatiche che proprio in quella tenuta fanno tappa riproduttiva del loro ciclo vitale su e giù per il continente americano. Sissy accetterà.
Una volta giunta al Ranch entra in contatto con le bizzarre Cowgirl che lo popolano e che in breve tempo compiranno una rivoluzione lesbo (sarebbe forse più opportuno dire cowgirl; che poi Cowgirl Revolution suona magnificamente), prendendo il controllo della proprietà. Il governo federale però non gradisce ed utilizzando il pretesto della salvaguardia della gru americana in via di estinzione scatena uno scontro a fuoco con le ardimentose cowgirl. In mezzo a tutto ciò Sissy si innamorerà di una di queste strane creature, la più dolce e mascolina: Bonanza Jellybean.

Autostop: la più grande libertà di movimento / Greater Freedom of Movement

Even Cowgirls Get the Blues è una delle opere più controverse di Van Sant, probabilmente la meno amata e compresa.
Presentato a Venezia nel 1993 in una versione di un’ora e cinquanta minuti, unanimemente considerata disastrosa e sconcertante dalla critica dell’epoca, uscì l’anno successivo accorciato di venticinque minuti con un montaggio leggermente differente volto soprattutto a condensare l’assurda trama attorno allo Spannung e relativo scioglimento nel ranch autarchicamente diretto dalle mandriane lesbiche, liberandosi di parecchie sequenze contemplative ed assorte (la stessa tipologia che troveremo abbondantemente utilizzata in Last Days (vedi recensione a cura di AG *)e Gerry (vedi recensione a cura di LO *), ma che ovviamente costituisce da sempre una delle marche autoriali più efficaci e riconoscibili del cinema del regista americano). Questa oscillazione, variazione in corso d’opera d’una opera mai davvero riducibile né riconducibile a forma intelligibile, riconosce scopertamente l’irriducibilità cinematografica dell’omonimo romanzo cult del lisergico Tom Robbins (3), del quale il film costituisce più che altro un omaggio – reso esplicito dalla scelta di utilizzare proprio la sua voce come voce (appunto) narrante ed extradiegetica.
Ho sempre odiato le considerazioni attorno agli esiti delle riduzioni cinematografiche di opere letterarie, per chi scrive la questione non si pone nemmeno: cinematografico e letterario sono due linguaggi distinti, dunque differenti ed intraducibili, ogni loro contatto porta ad approssimazioni ed alla creazione d’un opera della quale il testo (o il film) di partenza altro non può essere che uno fra la moltitudine di elementi che lo compongono. Due linguaggi che operano con strumenti differenti: parole da un lato, immagini (in movimento) dall’altro. Dunque considero il film di Van Sant un omaggio ad un eccentrico scrittore che dagli anni settanta ha saputo stupire con uno stile assolutamente unico fatto di visionarietà e semplicità entro trame complicate e paradossali, popolate da un’umanità dimenticata e sorprendente, riconciliata con il pianeta, in armonia con esso.

Sissy è proprio tutto questo quando il film ce la fa incontrare, un essere meravigliosamente a-socializzato,
dedito alla pratica della libertà, libero di muoversi per gli Stati Uniti con la sola forza dei suoi pollici, portentosi strumenti che le permettono d’essere la più grande autostoppista di ogni epoca, una Dea del viaggio in grado di intercettare un passaggio anche nelle condizioni più improbabili, Dea il cui nome è leggenda, ed i cui poteri paiono letteralmente miracolosi e soprannaturali. Memorabile la sequenza in cui Uma Thurman muovendo i pollici a mo’ di addetto alla pista di decollo e atterraggio d’un aeroporto direziona a suo piacimento un bimotore svolazzante per gli orizzonti infiniti d’un paesaggio americano. “La più grande libertà di movimento” (Greater Freedom of Movement), è questo quello che da bambina lesse sul dizionario sotto la voce “autostop” e che per sempre le rimase stampato nella mente, una specie di credo laico, un mantra che entra in testa allo spettatore tanto quanto alla giovane ed eccentrica creatura protagonista, un mantra inscritto in uno degli incipit filmici più accattivanti che possa capitare di vedere (al e nel cinema).

La storia raccontata, ovvero il tempo del racconto, prende le mosse (come già accennato) dall’infanzia della piccola Sissy (4), una giovinezza fatta soprattutto di premonizioni sussurrate su quel che sarà. E’ una cartomante, una meravigliosa Roseanne nei panni di Madame Zoe (5), la prima a lasciar intendere che quei lunghi pollici potrebbero trovare il proprio senso – oltre che nell’autostop – anche nell’atto sessuale con altre donne (il senso nel sesso, letteralmente), ma il discorso è solo vagamente accennato perché la premurosa madre (interpretata da Grace Zabriskie, ovvero la madre di Laura Palmer nella serie Twin Peaks), intuendo l’antifona, si prodigherà per depistarlo su più quieti – e vaghi – orizzonti.
Quando, un freddo pomeriggio invernale, Sissy compirà per la prima volta il gesto d’estrarre il pollice dal margine d’una strada mentre un auto sopraggiunge il suo destino sarà per sempre segnato.

Even Cowgirls Get the Blues è l’elemento più eccentrico della filmografia vansantiana, trasgredisce alcuni assunti poetici assolutamente costanti da Mala Noche (vedi recensione a cura di RR *) a Milk (vedi recensione a cura di RR * e LO *), dal 1989 al 2009. Il più macroscopico è la scelta del genere da osservare. Uma Thurman è stata l’unica attrice ad avere avuto la possibilità d’interpretare il carattere del protagonista in un film di Gus Van Sant, mentre Sissy e le sue vicende hanno saputo addirittura narrare un universo quasi totalmente escluso dal cinema mainstream, quello dell’omosessualità al femminile, il lesbismo. Un romanzo di formazione che come in tutto il cinema di Van Sant ha come fine la ricerca dell’amore, un cinema che racconta di esseri umani bisognosi di affetto, vogliosi di aprirsi agli altri, alla ricerca d’una intensità sentimentale che sentono necessaria per raggiungere una condizione di pace armonica col tutto. Even Cowgirls Get the Blues ha una regia che cerca il più alto grado di adesione alle atmosfere hippy del romanzo, concretizzandolo in continue soluzioni stilistiche assai interessanti, che chiamerei psichedeliche (William S. Burroughs, oltre a comparire nel film in questione ed in Drugstore Cowboy (vedi recensione a cura di RR *), è da considerarsi fra i riferimenti culturali più importanti di Gus Van Sant, che della contro-cultura beat degli anni sessanta e settanta ha saputo trarre molte caratteristiche fondanti della propria poetica) e che conferiscono al film le fattezze di una farsa, una festa di colori e situazioni bizzarre, da guardare con occhi pronti allo stupore e mente aperta alle meravigliose forme che l’amore può assumere. Fra queste Van Sant, Tom Robbins e la Contessa convengono di annoverare la danza di accoppiamento delle gru americane.

Alesio Galbiati

 

Note:

(1) I Mohawk (Kanienkeh, Kanienkehaka o Kanien’Kahake, che significa “Popolo dell’Argento”) sono un popolo di nativi americani del nord America, originari della Valle Mohawk, zona compresa tra l’altro stato di New York, il Québec meridionale e l’Ontario orientale. I loro stanziamenti attuali comprendono le aree attorno al Lago Ontario e il fiume San Lorenzo in Canada. La loro terra originaria era a sud del fiume Mohawk, a aste delle Green Mountains del Vermont, a ovest del confine con la nazione Oneida e a nord del fiume San Lorenzo. Come membri originali della Lega Irochese, o Haudenosaunee, i Mohawk erano conosciuti come “Controllori della porta orientale”, che vigilavano contro le invasioni da quella direzione. (Fu dalla parte occidentale che i primi coloni europei apparvero, risalendo il fiume Hudson per fondare l’abitato di Albany, New York, nella prima parte del XVII secolo.) [fonte: wikipedia]

(2) Il nome deriva dall’ultimo prodotto commercializzato dalla Contessa: l’irrigatore vaginale Rubber Rose.

(3) Tom Robbins, Even Cowgirls Get the Blues, Houghton Mifflin, 1976. In Italia il romanzo è stato pubblicato nel 1994 dalla Baldini e Castoldi con il titolo: Il nuovo sesso: Cowgirl. Queste le prime parole pronunciate dalla voce narrante, proprio quella di Tom Robbins, all’apertura del film: «Ciò che sorprende in Sissy Hankshaw è che da grande non è diventata un disastro nevrotico. Se voi siete una bambina di un piccolo quartiere periferico di Richmond in Virginia, come era Sissy, e vostro padre a volte vi prende in giro chiamandovi “tutta pollici”, non vi resta che farci il callo o andare in pezzi».

(4) Roseanne Cherrie Barr, meglio nota come Roseanne è stata fra le più popolari attrici del piccolo schermo USA degli anni ottanta. Celebre in Italia per la sit-com “Pappa e Ciccia”, ma in America la ABC la produsse con il titolo di Roseanne (!!!), ha esordito al cinema nella divertente commedia del 1989 She-Devil.

(5) Fra la parte dell’infanzia e l’epoca della narrazione Van Sant colloca dei bellissimi titoli di testa d’un firmamento stellato che a velocità spedita passa dalla notte all’alba e poi ancora alla notte, alla cui conclusione compare nel cielo, sospeso fra la notte ed il giorno, una piccola didascalia con scritto il nome della persona a cui il film è dedicato: “for River”. Ovvero River Phoenix, deceduto proprio alla fine del 1993.


 


Even Cowgirls Get the Blues (Cowgirl – Il nuovo sesso)
Regia: Gus Van Sant; Soggetto: basato da un racconto di Tom Robbins; Sceneggiatura: Gus Van Sant Jr.; Fotografia: John J. Campbell, Eric Alan Edwards; Montaggio: Curtiss Clayton; Musica: k.d.lang, Ben Minck; Effetti speciali: Morgan Guynes; Interpreti: Uma Thurman (Sissy Hankshaw), Lorraine Bracco (Delores Del Ruby), Pat Morita (Il cinese), Noriyuki ‘Pat’ Morita), Angie Dickinson (Miss Adrian), Keanu Reeves (Julian Gitche), John Hurt (La Contessa), Rain Phoenix (Bonanza Jellybean), Ed Begley Jr. (Rupert), Carol Kane (Carla), Sean Young (Marie Barth), Crispin Glover (Howard Barth), Roseanne (Madame Zoe), Buck Henry (Dr. Dreyfus), Grace Zabriskie (Mrs. Hankshaw), Tom Robbins (voce narrante), River Phoenix (pellegrino); Produzione: New Line Cinema/Fourth Vision; Distribuzione: Rank; Paese: USA; Anno: 1993; Durata: 93′

 

 

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