Angst > Gerald Kargl

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Angst

«Per tre giorni Glenn era stato ammaliato dall’incanto di questa città, per poi accorgersi ad un tratto che si trattava, come si suol dire, di un incanto fasullo, che quella bellezza era in fondo ripugnante e che gli esseri umani, in questa città dalla bellezza ripugnante, erano volgari. Il clima prealpino rende psicopatici gli esseri umani che già da piccolissimi hanno dovuto subire l’ottusità e che con l’andare del tempo diventano malvagi, dissi. Colui che vive qui e non mente a se stesso questo lo sa bene, colui che vi giunge da fuori se ne rendo conto dopo poco tempo, e deve andar via, prima che per lui sia troppo tardi, a meno che non voglia diventare come questi ottusi abitanti di Salisburgo, come questi psicopatici che con la loro ottusità uccidono a poco a poco tutto ciò che non è come loro».
– Thomas Bernhard, Der Untergeher (Il soccombente), 1983

«Per alcune ore vago per la città, cercando di ricordarmi chi aveva parlato bene di questo film. Io avevo letto una recensione su un giornale, e avevo letto qualcosa di positivo su Henry. Improvvisamente mi viene in mente… trovo l’articolo e lo voglio proprio copiare sul mio diario. Eccolo qua: “Henry uccide la gente, ma è quasi un buono, di poche parole, contano i fatti. Invece il suo amico Otis è una carogna. Henry vive una “pazzesca” solidarietà con le sue vittime, è un principe sangue blu dell’annientamento e promette una morte pietosa, Otis no. Il regista risveglia il suo pubblico in un incubo ancora peggiore con una doccia finale di splatter, occhi infilzati, carne martoriata. L’abominio. Henry è forse il primo a violare e vilipendere con tale lucidità la filosofia criminale dei lombrosiani di Hollywood”. Ecco, penso, ma chi scrive queste cose non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?»
– Nanni Moretti in Caro diario

 

Tratto dalla reale vicenda criminale di Werner Kniesek, omicida che nel 1980 sterminò in maniera efferata tre persone nei pressi della città austriaca di Salisburgo, Angst di Gerald Kargl è un assoluto capolavoro dimenticato del cinema europeo anni ’80. Estremo, iperviolento, delirante, claustrofobico, ossessivo, snervante, disturbante, perturbante eppure sublime nella forma cinematografica: fotografia (la macchina da presa è condotta e inventata dal genio di Zbigniew Rybczyński), recitazione (impareggiabile la performance di Erwin Leder) e colonna sonora (firmata da Klaus Schulze, vedi alla voce Ash Ra Tempel e Tangerine Dream) sono quanto di più sperimentale e coraggioso possa capitare di vedere e sentire dentro a un film. Angst mantiene inalterata, a trent’anni dalla sua uscita, la mostruosa potenza visionaria d’uno dei peggiori incubi cinematografici dell’intera storia del cinema.

La trama è presto detta (il film è stato sceneggiato a quattro mani da Gerald Kargl e Zbigniew Rybczyński). Un uomo senza nome esce dal carcere dopo aver scontato una condanna a dieci anni per l’uccisione efferata e immotivata di un’anziana donna. Entra in una tavola calda e la vista di due giovani donne scatena in lui eccitazione sessuale e pulsioni omicide. Preso un taxi proverà a uccidere la conducente; messo in un fuga si getterà in una villa isolata e scatenerà la propria furia sulle tre persone che la abitano: un uomo affetto da handicap motorio e mentale costretto in carrozzina (Rudolf Götz), l’anziana madre (Silvia Rabenreither) e una giovane donna (Edith Rosset). Tutto il film è la messa in scena di questo spaventoso delirio criminale. I dialoghi sono pressoché assenti. La voice over dello psicopatico protagonista ripercorre la sua biografia e da conto dei processi mentali che ne motivano l’azione (questi elementi discorsivi mescolano tra loro passaggi del processo a carico di Kniesek con confessioni di Peter Kürten, soprannominato “il Vampiro di Düsseldorf” che, tra il 1913 e il 1929, commise 9 omicidi e ne tentò altri 7).

Certo il film è davvero un’esperienza estrema (meditate con attenzione se guardarlo o meno perché trattasi di una botta davvero complessa da gestire), porta lo spettatore dentro uno spossamento sensoriale insostenibile grazie ai vertiginosi movimenti della macchina da presa che mai sta ferma e sempre fluttua attorno al protagonista. Rybczyński (premio Oscar 1982 per il miglior film d’animazione con Tango), per la seconda volta in carriera è direttore della fotografia in un lungometraggio di finzione (il primo fu nel 1978 Tanczacy jastrzab – The Dancing Hawk di Grzegorz Królikiewicz, al quale seguirà un mediometraggio del 1996, El susurro del viento di Franco de Pena), contribuisce all’opera in maniera memorabile (si occupò anche del montaggio), probabilmente soverchiando l’intera produzione con un contributo tecnico capace di inventare dal nulla ogni singola inquadratura. Rybczyński non pone alcun limite alla crudeltà della visione ruotando continuamente attorno e sopra a Erwin Leder con inusitati angoli di ripresa e incredibili altezze dalle quali riprendere, con sguardo da entomologo, la minuscola figura umana che, in preda a un delirio, si aggira nei pressi della scena del crimine. La macchina da presa è spesso agganciata al protagonista (una bodycam utilizzata in maniera non dissimile da quanto fatto, per esempio, da Martin Scorsese in Mean Streets nella sequenza in cui Harvey Keitel ubriaco stramazza al suolo nel bar che gestisce) e ancor più spesso ruota attorno al suo corpo e al suo viso in un movimento ad anello che lo isola completamente dal contesto. Immaginatevi una struttura circolare imbragata attorno al soggetto da riprendere che ne segue i movimenti puntando dritta sul suo volto. Gli angoli di ripresa allucinati sono ottenuti mediante l’utilizzo di un grandangolo integrato a un geniale sistema di specchi che innalza il punto di vista di qualche metro sopra i personaggi, producendo un angolo di incidenza particolarmente serrato. Angst presenta diverse inquadrature realizzate da altezze considerevoli, con innalzamenti improvvisi del punto di vista, ottenuti per mezzo di un sistema di funi collegate a delle gru.

Insomma un delirio, che non a caso, ha segnato profondamente l’immaginario di un regista come Gaspar Noé il quale non perde occasione per segnalarlo tra le opere cinematografiche che più l’hanno influenzato. Dopo aver visto Angst non sarà difficile comprendere né da dove sia arrivata l’idea di dirigere in quel modo così estremo la celebre sequenza della violenza sessuale di Irréversible (la mdp riprende la scena vorticando su se stessa in un movimento circolare attorno ai soggetti a una velocità progressivamente sempre più alta fino alla distorsione stroboscopica dell’immagine), né da dove provengano le intuizioni registiche per Seul contre tous ed Enter the Void. Aveva dunque ragione Antoine-Laurent de Lavoisier, «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»: il cinema di Noé può essere dunque concepito come una prosecuzione, assolutamente originale e singolare, delle sperimentazioni presenti nell’opera di Kargl e Rybczyński.

 

Angst

 

I riferimenti cinematografici messi in circolo da un film come Angst sono molti. Il più immediato è A Clockwork Orange (1971) di Stanley Kubrick: l’assalto a una villa borghese isolata, la dilatazione del tempo della violenza, l’uomo costretto in carrozzina, ma pure una certa somiglianza tra l’Alex kubrickiano e il protagonista senza nome del film di Kargl e una comune ironia di fondo sulla spietata ridicolaggine del sistema penitenziario e giuridico. Se Alex blandiva il cappellano del penitenziario professandosi grande lettore della Bibbia, quando in realtà il suo trasporto era tutto per le immagini più violente in essa contenute, il protagonista senza nome di Angst applica un’identica impstura nei confronti degli psicologi: «Così andai in carcere per 10 anni, poi gli psicologi iniziarono a nutrire interesse per la mia vita. Quando chiedevano dei miei sogni, parlavo di fiori. Fiori… sempre e solo fiori. E nonostante ciò, posso fantasticare su tutto quello che voglio».
Il virtuosismo della regia e l’ipertrofia della macchina da presa ricordano a stretto giro un film come Soy Cuba (1964) di Mikhail Kalatozov, con il quale condivide un’eguale attenzione alla componente fotografia e un utilizzo della macchina da presa a mano in costante movimento (memorabile fu il lavoro di Sergey Urusevsky). Cinema barocco in cui la forma sovrasta la sostanza per inghiottire lo spettatore sensorialmente, prima ancora che esteticamente. Un’estasi socialista nell’elegia sovietica e un incubo mostruoso nel film tedesco, ma egualmente appartenenti a quella ristrettissima cerchia di opere che hanno spinto il linguaggio cinematografico ai limiti della propria grammatica, esplorando strade inedite con un coraggio che rasenta la più sconsiderata incoscienza.
Forti le assonanze stilistiche e narrative con Rosso Sangue (Absurd, 1981) di Aristide Massaccesi (la pellicola è firmata lo pseudonimo di Peter Newton; Massaccesi ha spesso firmato i propri film come Joe D’Amato), con Nightmare di Romano Scavolini (1981) e con molti degli slasher movie da Halloween di John Carpenter (1978) a Black Christmas di Bob Clark (1974), passando per A Nightmare on Elm Street di Wes Craven (1984) e The Texas Chain Saw Massacre di Tobe Hooper (1974).
Ma Angst non può essere ridotto entro i confini angusti di un sottogenere dell’horror, tutt’al più andrebbe collocato in quella galleria di serial-killer cinematografici che percorre l’intera storia del cinema e che annovera capolavori del calibro di Psyco (1960) e Frenzy (1972) di Alfred Hitchcock, M di Fritz Lang (1931), Zodiac di David Fincher (2007), Natural Born Killers di Oliver Stone (1994), Manhunter di Michael Mann (1986), The Silence of the Lambs di Jonathan Demme (1991) e Rampage di William Friedkin (1987). Angst rappresenta l’anima europea di un delirio sanguinario non troppo dissimile dal “morettiano” Henry: Portrait of a Serial Killer di John McNaughton (1986), perché entrambi si muovo in un’orizzonte privo di speranza dentro lo spazio oscuro di menti sadiche e iperviolente da pedinare isolate dal contesto, da raccontare scevri da alcuna indagine, mettendole in scena nella maniera più brutale e traumatica.

Totalmente autoprodotto e finanziato direttamente dal regista (400’000€ attuali), Angst fu un assoluto disastro economico che stroncò sul nascere la carriera di Gerald Kargl (fu e rimase il suo unico lungometraggio). Pur senza incontrare problemi di censura, in Austria il film uscì per qualche settimana, vietato ai minori ma senza tagli, senza però incassare praticamente nulla. In Francia uscì anni dopo in VHS, diventando un oggetto di culto, in un’edizione intitolata Schizophrenia. Questa versione ha subito un differente montaggio, con l’inserimento di un prologo che funzionava da antefatto. In DVD venne anche distribuito con il titolo di Fear, sempre in questa versione di oltre 7 minuti più lunga rispetto all’originale (edizione Epix, distibuzione EuroVideo). Nel 2006 uscì una versione DVD finalmente realizzata in accordo con Kargl che ne epurava il prologo e oscurava la sequenza dell’omicidio della giovane donna (la durata della sequenza rimane inalterata rispetto all’originale, quello che cambia è la luce, resa più cupa per nascondere il più possibile i dettagli più raccapriccianti). Infine, nel 2012, è stata pubblicata dalla francese Carlotta Films una versione director’s cut in Blu-ray, ancora intitolata Schizophrenia, che rimette ordine alle versioni tornando a quella originale, con la sequenza della barbara violenza scurita.

Angst mi ha fatto pensare al romanzo Der Untergeher (Il soccombente) di Thomas Bernhard. Ovviamente le differenze sono molte. Eppure: entrambi sono stati pubblicati nel 1983; entrambi sono ambientati in Austria coinvolgendo la mozartiana Salisburgo (Angst è girato nella località di Hinterbrühl, ma la vicenda criminale di Werner Kniesek si compì proprio alle porte della città che diede i natali a Mozart); entrambi sono un monologo interiore ininterrotto; entrambi trattano della morte e delle pulsioni di morte; entrambi seguono un unico personaggio e i suoi processi mentali. Entrambi fanno paura, mettono terrore, aboliscono il bello, contengono un animo dannato e senza possibilità di redenzione. Entrambi esprimono un disagio irredimibile nei confronti della vita. Bernhard apre il suo romanzo con la seguente frase: «Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione». Il protagonista di Angst sembra invece dire: «Un’esplosione di violenza lungamente premeditata, non un atto repentino di sadismo». Dunque cosa andava va cercando il protagonista senza nome del film? Senz’ombra di dubbio l’appagamento del proprio premeditato sadismo, la soddisfazione della propria sete di morte e devastazione ma, pure, il soddisfacimento di una pulsione narcisistica. Egli infatti non placherà la propria frenesia compiendo gli omicidi e infierendo sui corpi privi di vita oltre ogni tabù, ma il sadismo della sua improvvisazione jazzistica d’iperviolenza prescrive che quei corpi dilanianti vengano esibiti socialmente come un trofeo. «Volevo mostrare i cadaveri alle mie nuove vittime, ero convinto di poterli spaventare molto in questo modo. Ebbi l’idea di poter rinchiudere le nuove vittime assieme ai cadaveri. Questo li avrebbe spaventati enormemente. Alcuni sarebbero sicuramente morti di paura». La sua non è la ricerca dell’impunità, tutt’altro, ma una manifestazione di potenza, la sola potenza che possiede, quella della paura da cogliere negli occhi di chi lo guarda. «Si sarebbero spaventati tutti a morte… Si sarebbero spaventati di me. Sono famoso». Il protagonista senza nome di questa atroce vicenda tratta da un fatto reale – costruito cinematograficamente su di un individuo e su degli accadimenti in tutto e per tutto reali –, ottiene piacere e si realizza nel riconoscere la paura in chi gli sta di fronte. «La paura nei suoi occhi e il coltello nel suo petto», sono queste le parole con le quali si apre il film e che danno avvio al monologo interiore che lo percorrerà per tutta la sua durata.

Angst è un film sconvolgente non solo e non soltanto perché ci annienta e ci spossa sensorialmente, non solo e non soltanto perché non ci risparmi alcuna immagine raccapricciante – toccando il suo apice con la sequenza dell’accanimento nei confronti della ragazza (la mia memoria di spettatore non ricorda d’aver visto una scena più traumatica) – ma soprattutto perché ci porta dentro alla mente di uno psicopatico serial-killer che seguiamo in ogni sua azione e processo mentale. Attraverso la voce fuori campo che in prima persona racconta la sua esistenza, gli abusi subiti da bambino, i primi atti di violenza compiuti su animali, il primo omicidio e le sensazioni che ne motivano le azioni nel tempo della storia che ci viene narrata, veniamo trascinati dentro alla sua stessa ossessione. Ma a differenza di qualunque film che tratti di psicopatici omicidi seriali, la forma con la quale si sustanzia ci allontana da ogni possibile empatia e immedesimazione. Il protagonista senza nome di Angst non possiede il fascino mefistofelico e l’intelligenza di Hannibal Lecter, non ha il fanciullesco candore di Norman Bates, né la spavalda sfrontatezza di Alex DeLarge o l’energia selvaggia di Mickey e Mallory Knox. Egli è pazzo, totalmente pazzo e noi spettatori siamo stati per oltre un’ora dentro alla sua testa.

Angst è il peggior incubo che il cinema abbia prodotto, eppure è un film sublime, tecnicamente sbalorditivo – ma non fatelo vedere a Nanni Moretti. •

Alessio Galbiati

 

Angst

 

ANGST
titoli alternativi: Schizophrenia, Fear

Regia: Gerald Kargl • Sceneggiatura: Gerald Kargl, Zbigniew Rybczyński • Fotografia, operatore, montaggio: Zbigniew Rybczyński • Musica: Klaus Schulze • Suono: Rolf Wiegand • Rumoristi: Klaus Kovarik, Mel Kutbay • Costumi: Michaela Donau • Assistente alla regia: Dusty Sprengnagel • Assistente operatore: Andreas Öller • Produttori: Gerald Kargl, Josef Reitinger-Laska • Interpreti: Erwin Leder, Robert Hunger-Bühler (voce off del protagonista), Rudolf Götz, Silvia Rabenreither, Edith Rosset, Karin Springer (voce), Josefine Lakatha (voce), Renate Kastelik, Hermann Groissenberger, Claudia Schinko, Beate Jurkowitsch, Rosa Schandl, Rolf Bock, Emil Polaczek • Produzione: Gerald Kargl • Rapporto: 1.66:1 • Negativo: 35mm • Proiezione: 35mm • Lingua: tedesco • Paese: Austria • Anno: 1983 • Durata: 75′ (originale e director’s cut), 83′ (Schizophrenia, Fear)

 

 

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