Conversazione con Antonio Martino

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero20 (dicembre 2009), pp.29-33.

 

Conversazione con Antonio Martino
di Alessio Galbiati

 

Conversazione con Antonio Martino sul documentario Nìguri, da lui diretto nel 2009. Per una recensione, si veda l’articolo correlato: su RC20 ed in versione html. Sempre a proposito di Antonio Martino si veda: Antonio Martino. Lo Stalker riflessivo – intervista ad Antonio Martino (in RC10 ed in versione html), Gara de Nord_copii pe strada (in RC11 ed in versione html).

 

Alessio Galbiati: Parliamo di Nìguri. Che in calabrese significa neri…

Antonio Martino: In calabro sarebbe negri, che non è un termine connotato unicamente con un’accezione negativa… però essenzialmente vuol dire negri.

Alessio Galbiati: Nìguri rappresenta il tuo ritorno alla situazione italiana dopo tre esperienze estere. A Bucarest ed in Romania con Gara de Nord_copii pe strada nel 2007, in Serbia con Pancevo_mrtav grad nel 2009, ed infine l’Uzbekistan di Be Water, My Friend del 2009. Un ritorno all’Italia del quale sentivi già l’esigenza nella conversazione che abbiamo avuto lo scorso anno (Antonio Martino. Lo Stalker riflessivo in RC10 – dicembre 2008). Oltretutto in Nìguri parli proprio della tua area geografica di origine…

Antonio Martino: È stato un lavoro molto difficile, ci ho pensato parecchio prima di scendere giù ed intraprendere quest’avventura insieme a Peppe Cammarata e tutti gli altri. L’ho sentito come un dovere anche se, come dice un mio amico, “nessuno è profeta in terra sua” (ride). Mi aspetto una marea di critiche, magari anche di minacce… credo però che la situazione di Sant’Anna vada comunque denunciata. Sicuramente non sono riuscito a rendere pienamente l’idea che avevo in testa, o comunque i fatti e la realtà esistente in quell’angolo di Italia. Ho cercato di mantenermi equidistante dalla realtà raccontata, equidistante dal dramma dei migranti e dalla rabbia della popolazione italiana. La prima difficoltà è stata senz’altro quella di parlare di immigrazione, perché è un problema oramai trito e ritrito anche se in Italia si vedono pochi miglioramenti rispetto all’integrazione, all’accoglienza, all’accettazione del diverso… È molto difficile perché ho dovuto scegliere di cosa parlare: ho dovuto scegliere di non parlare dal background di queste persone che vengono dall’Africa, ho dovuto scegliere di non parlare per esempio del campo di accoglienza, scegliere di non entrarci…

Alessio Galbiati: Questa era proprio una delle cose che ti volevo domandare. Tu saresti voluto entrare nel campo e non ti è stato permesso? O cosa?

Antonio Martino: Nel campo per legge si può entrare, ma ad Isola Capo Rizzuto non c’è la legge, non esiste. Diciamo che sarei anche potuto entrare ma si sarebbe venuta a creare una condizione di obblighi verso coloro i quali me l’avrebbero permesso, una condizione di dipendenza che ho voluto decisamente evitare. Ho voluto giocare la mia partita nel villaggio di Sant’Anna. La gente di Sant’Anna deriva dalle loro case, i migranti derivano dal campo, e poi si incontrano e scontrano nel villaggio; questo punto di vista mi ha permesso di andare oltre alle “belle parole” che mi avrebbero raccontato i responsabili del campo, ho voluto ascoltare la vox populi. Perché nel campo di Sant’Anna succede letteralmente di tutto, solo che all’esterno, fuori da quella realtà non arriva nulla. È stata dura, durissima come esperienza, ma sentivo la necessità di attirare l’attenzione su questa realtà.

Alessio Galbiati: Quando è stato realizzato?

Antonio Martino: Siamo arrivati a Marzo e siamo stati sul posto per poco più di due settimane; il tempo meteorologico è stato buono, cosa che ci ha permesso di girare senza particolari problemi, questo è stato fondamentale dal momento che è quasi tutto girato in esterni. Le cose che capitano a Sant’Anna sono molte di più di quelle che ho raccontato, posso dire di aver portato fuori solo la cima dell’iceberg, ti posso garantire che si dicono cose pazzesche… solo che la gente non vuole dirti la verità, e poi i calabresi sono famosi per essere omertosi, si lamentano ma non vogliono tirar fuori le questioni… forse non vogliono neanche capire… questo è comunque giustificabile perché quella è una zona ad altissima densità mafiosa, non hanno neanche le scuole. Io non ho fatto le scuole, non posso dire di aver fatto la scuola, perché il mio liceo era una baraonda continua…

Alessio Galbiati: Tu sei proprio di Isola Capo Rizzuto…

Antonio Martino: Io sono originario del villaggio Sant’Anna! La sarta che parla all’interno del documentario è mia madre!
In generale è stato difficile parlare con le persone, sia gli italiani che con gli stranieri. Questi ultimi vivono una condizione assurda, loro lì dentro devono essere giudicati, devono ottenere i documenti, devono cercare di convincerli delle loro storie precarie…

Alessio Galbiati: Perché quello di Isola Capo Rizzuto, contrada Sant’Anna, è in realtà un centro che contiene due realtà distinte: è un centro di permanenza temporanea ed un centro per richiedenti asilo.

Antonio Martino: Credo che sia pure diventato un CIE: centro di identificazione ed espulsione…

Alessio Galbiati: Immagino che ora, con la diminuzione statistica degli sbarchi di migranti partiti dalle coste libiche (a seguito degli sciagurati accordi con il dittatore Gheddafi) ed ancora di più con la chiusura del CPT di Lampedusa, la situazione sia mutata rispetto al mese di marzo, probabilmente peggiorata…

Antonio Martino: Sì è cambiata un po’. I migranti arrivati ultimamente vengono spediti al Sant’Anna direttamente, prima non era così, ci arrivavano da altri CPT. Avrai notato che del centro di Isola di Capo Rizzuto non se ne parla, nessuno conosce l’esistenza di questo posto, eppure è una realtà che esiste, ed è pure un problema bello grosso. C’è un aspetto che non è rientrato in alcun modo nel documentario e che riguarda l’importanza economica che riveste il centro per l’intero tessuto economico e sociale del territorio; proprio nei giorni in cui ci trovavamo sul posto era in corso l’assegnazione degli appalti per la gestione del centro, la cifra complessiva che lo Stato versa per la sua gestione è di 40 milioni di euro, cioè molto ma molto di più della ricchezza complessiva prodotta del territorio. Questo ti fa capire che quella realtà è una risorsa irrinunciabile per moltissimi, che col centro in qualche modo ci lavora o quant’altro. Non può esserci l’interesse a chiudere, ad interrompere il flusso di migranti, perché ci sono troppe convenienze economiche, sarebbe il fallimento della più grande industria di quell’area geografica. La situazione è simile in ogni parte d’Italia…
Comunque tutte queste considerazioni non sono presenti nel mio documentario, non era questo che mi interessava raccontare.

Alessio Galbiati: Oltretutto con le nuove leggi anti-immigrati, i tempi di permanenza nei CIE sono stati allungati. Si va da un minimo di sei mesi ad una possibile proroga di altri sei mesi.

Antonio Martino: È chiaro che c’è tutto l’interesse, in questa congiuntura economica, a creare spesa pubblica emergenziale. Ma l’aspetto più terribile è quello umano, perché queste persone stanno dentro ai container parcheggiate, non gli si permette di vivere, non fanno niente, non possono lavorare, non hanno soldi, non hanno documenti… lì dentro non gli rimane altro che pensare: alle cose che hanno vissuto, hai viaggi che hanno fatto per arrivare dove sono, alle disgrazie vissute, ai parenti lasciati in Africa…

Alessio Galbiati: Pensano pure a come sbarcare il lunario…

Antonio Martino: La questione dei soldi è paradossale. Se stai dentro ad un centro di permanenza temporanea, o chiamiamolo come vogliamo, non puoi ricevere soldi liquidi, però possono uscire. Tu puoi immaginare un ragazzo che esce dal campo dovrà pure aver la possibilità di spendere qualche soldo, altrimenti che cosa deve fare. Non può entrare in un bar, in una pizzeria, non può far nulla… quindi queste persone cosa possono fare: o chiedono l’elemosina, o vanno a rubare.

Alessio Galbiati: Molte donne si prostituiscono. Nel documentario c’è un passaggio, tratto da un servizio di una televisione locale, in cui si parla di prostituzione a due euro. Che è una cosa incredibile, spaventosa.

Antonio Martino: Ci sono cose ancora più incredibili, si è davvero venuta a creare una situazione esplosiva. Succedono cose agghiaccianti, oltretutto in un territorio che già di suo aveva i suoi problemi di assenza dello Stato, con tutto quello comporta.
Quindi c’è Isola Capo Rizzuto, un centro calabrese con tutte le sue arretratezze, e dentro ci mettono 1800 migranti, buttati lì, dimenticati da tutto, due gruppi di persone che non si parlano, che non hanno nemmeno una lingua comune… parecchie persone sono scomparse, altre ne muoiono sulla strada statale che a piedi percorrono in centinaia, anche di notte ed anche senza alcuna illuminazione. Si è creata una situazione esplosiva che io credo non potrà far altro che finire male.

Alessio Galbiati: Da che anno è attivo il centro di Sant’Anna?

Antonio Martino: Se non ricordo male dal 1998, ma col tempo ha cambiato “pelle” diverse volte. È iniziato accogliendo i kossovari, poi negli anni successivi ha ospitato curdi, poi si è trasformato in centro di accoglienza per i flussi di sbarchi degli ultimi anni, perlopiù africani. Due anni fa c’è stata una manifestazione per i diritti dei migranti capeggiata da Francesco Caruso, all’epoca parlamentare eletto nelle liste di Rifondazione comunista, durante la quale si incatenò ai cancelli del centro per richiamare l’attenzione sulla questione dell’effettiva reclusione di queste persone.

Alessio Galbiati: Nel 2007 fu il governo Prodi ad introdurre la legge che permette ai migranti di uscire dai CPT.

Antonio Martino: All’epoca feci un documentario sulla questione, si intitolava Blu panorama, e trattava proprio le storie di questi migranti che scappavo dai campi d’accoglienza per vedere, capire, dove caspita erano arrivati. Non avevano idea di dove si trovassero, nemmeno se erano in Italia. Purtroppo Blu panorama è uno dei miei primissimi lavori, troppo autarchico, con tutti i limiti delle prime esperienze, ma l’idea era buona.
Due anni fa hanno deciso di liberarli, così, di punto in bianco.

Alessio Galbiati: Senza soldi, senza documenti, senza niente…

Antonio Martino: Senza un progetto complessivo d’alcun tipo, senza alcuna formazione alla popolazione di Sant’Anna, senza spiegargli chi sono queste persone con la pelle scura che hanno invaso il loro territorio. Questo in un piccolo villaggio calabrese che non aveva mai visto gente con la pelle nera, tantomeno a migliaia. Di punto in bianco gli abitanti di Sant’Anna se li sono trovati ovunque.
Spero che il film metta in difficoltà lo spettatore, che faccia capire che non è una questione di buoni e cattivi.

Alessio Galbiati: Direi proprio di sì. Non prendi una posizione categorica e quindi il tuo documentario riesce ad essere anche voce delle posizioni più ottuse, o semplicemente intimorite da questa situazione.

Antonio Martino: Ho voluto lavorare sui luoghi comuni perché quello che succede nel microcosmo Sant’Anna si riflette poi nel macrocosmo Italia; la questione dell’accoglienza contrapposta alla logica dei respingimenti, della chiusura agli stranieri, è un tema all’ordine del giorno nel dibattito politico…

Alessio Galbiati: Quel che dici mi ricorda l’idea di Leonardo Sciascia della Sicilia come metafora. Contrada Sant’Anna come metafora d’Italia. Pur senza addentrarsi nelle dinamiche economiche, il documentario restituisce il quadro della situazione, la convenienza economica di questo modo di gestione l’immigrazione. Basta leggere con attenzione i quotidiani per scoprire quanti siano oramai questi centri in giro per l’Italia e quale la geografia politico-economica che ne gestisce il business.

Antonio Martino: Lo Stato, o comunque i vari governi, ci speculano sopra a questo problema. Se li volessero rimandare a casa, li metterebbero su di un aereo con biglietto di sola andata, ad un costo decisamente più basso di quanto invece gettato nella costruzione e gestione di questi centri. Oggi come oggi, in piena crisi economica, un immigrato che al posto di dieci euro all’ora si prende, quando va bene, cinque euro, va benissimo al Sistema Italia. A tutti fa comodo avere gli schiavi: siamo tornati all’Alabama dello schiavismo.

Alessio Galbiati: Con la differenza dell’incipit, sottoforma di didascalia, ad apertura del film: “In memoria di mio nonno emigrato in Germania cinquant’anni fa”. Questa dimensione, che nel documentario è restituita solamente da una persona anziana, un migrante calabrese tornato nella sua terra dalla Germania, rappresenta davvero un buco nella memoria collettiva, o detto in altri termini, è realmente così simile al fenomeno psicopatologico della dissociazione?

Antonio Martino: Secondo me il problema esiste, ed è ancora più preoccupante di quanto dici, perché i calabresi tutt’ora continuano ad emigrare. Credo che questo accada perché c’è la percezione dell’abbandono da parte dello Stato. A Sant’Anna per avere un lampione dell’illuminazione pubblica ci sono voluti venticinque anni di lotte, ed è stato fatto passare come un favore. Quando andai in Bielorussia nel 2005 (per le riprese del documentario Noi siamo l’aria, non la terra, in cui Martino è tornato sui luoghi della tragedia di Chernobyl per dare conto degli effetti di uno dei più terribili disastri ambientali di sempre; ndr) feci un giro per le scuole pubbliche, tutte ovviamente costruite in epoca sovietica, e rimasi scioccato nel vedere che lì c’erano le palestre, una cosa che da ragazzo io non ho mai visto. Noi non avevamo mica la palestra, non facevamo ginnastica, non ho mai usato un computer in una scuola calabrese… zero! Quello è un posto dimenticato da Dio dove si cercano clientelismi ed in cui le persone subiscono ricatti per il voto.
Essendo stati abbandonati si sono rinchiusi in quella piccola realtà, entro la quale non conta più nulla il resto d’Italia, dove non conta che sono stati emigranti, dove non importa che ancora oggi se sei giovane e vuoi fare qualcosa della tua vita sei costretto ad andartene: sono arrabbiati, sono delusi. Il ragionamento è tutto basato su rancori, “Ma come? ci avete dato un autobus che finalmente ci porta nei paesi vicini dopo anni che lo chiedevamo… ed ora quello stesso autobus è lo stesso che usano i milleottocento africani?!”… Perché quando ero ragazzo questo bus non esisteva e tu non ti potevi muovere, neanche per andare a studiare. Nel documentario si vede cos’è la fermata dell’autobus di contrada Sant’Anna, l’assalto che si fa per salirci.
I nìguri non sono solo gli immigrati ma sono anche gli abitanti di Sant’Anna. Lo dice la persona anziana a cui facevi riferimento, lui dice chiaramente che quando andarono in Germania erano come i nìguri che ci sono adesso a Sant’Anna. Miserie che si confrontano e scontrano.

Alessio Galbiati: Il finale che hai scelto per il tuo documentario è davvero illuminante al riguardo, riesce con sintesi estrema a figurare la drammaticità della situazione, perché il treno che l’immigrato prenderà per lasciare Sant’Anna, oramai libero dal centro di accoglienza, è lo stesso che da decenni i calabresi utilizzano per la medesima cosa: la speranza di ottenere dignità lontani da lì.

Antonio Martino: Mi fa piacere che l’hai notato, questo era proprio un messaggio che volevo trasmettere: la ciclicità della storia. Quello è stato il treno che ha preso mio nonno quando è andato in Germania.

Alessio Galbiati: Ed è lo stesso che hai preso tu quando ti sei trasferito a Bologna.

Antonio Martino: Lo stesso che ho preso per anni, per quindici lunghissimi anni. Quello che volevo che venisse fuori chiaramente è che il mio lavoro non intende affibbiare nessuna etichetta xenofoba o razzista ai miei concittadini, li chiamo così anche se ormai è molto che non vivo più lì, anzi ne comprendo le ragioni; volevo denunciare l’abbandono da parte dello Stato di quel territorio, l’abbandono al quale sono condannati i suoi cittadini allo stesso modo degli immigrati. Il discorso sull’immigrazione è molto più complesso ed articolato di quanto i media, ed i discorsi delle persone, sono portati a voler rappresentare.
Nel momento in cui un paese prende la decisione di far entrare nel suo territorio degli immigrati, deve sapere come poterli accogliere, deve sviluppare strategie complesse per governare un problema di tale portata. Se il problema diventa una risorsa economica si creano solamente dei cortocircuiti pericolosi.
Penso che fra qualche anno ci saranno manifestazioni di fronte alle ambasciate di quei paesi legati alle multinazionali che operano nel continente africano, quelle entità che producono miseria e povertà, che costringono milioni di uomini e donne ad emigrare lontano dalla propria terra, anche solo per la speranza di sopravvivere. Gli africani hanno il diritto di poter vivere nei propri paesi. Credo che oggi come oggi non convenga più a nessuno questa situazione, forse è molto meglio per un ragazzo africano starsene nel suo paese piuttosto che venire qui dove verrà incarcerato e sfruttato, illuso nella speranza di ottenere dei documenti. E poi? Quando hai i documenti cosa fai?

Alessio Galbiati: Proprio nel finale del documentario, seguiamo un ragazzo africano che, avendo ottenuto i documenti, può finalmente lasciare il campo per raggiungere un suo amico che gli ha detto di raggiungerlo a Roma. Lui è giustamente contento, senza rendersi conto che forse il difficile incomincia ora.

Antonio Martino: Benvenuto in Italia! Il fatto che questa partenza, quella del finale di Nìguri, verrà percepita in maniera beffarda dal pubblico che avrà modo di vederlo rende la misura dell’enormità del problema; voglio dire che noi italiani siamo talmente disillusi sul funzionamento della nostra società, che neanche crediamo possibile che il nostro paese possa offrire riscatto sociale ed emancipazione, non lo pensiamo per noi, figuriamoci per un povero nìguro…
C’è pure un altro aspetto del quale non parlo e che riguarda la presenza, in tutte le maggiori manifestazioni politiche e sindacali degli ultimi anni, di gruppi organizzati di migranti; in Calabria durante un paio di manifestazioni c’erano il 90% di immigrati. L’immigrato non conosce il codice sociale-antropologico italiano, non pensa che potrebbe essere inutile, è più puro da questo punto di vista, e per questo spero che saranno gli immigrati di seconda e terza generazione ad aiutare l’Italia ad emanciparsi. In Calabria hanno fatto più manifestazioni gli immigrati che i calabresi stessi!
Dobbiamo renderci conto che l’Italia è in corso di cambiamento, che l’immigrato può essere buono e può essere cattivo, ma deve avere dei diritti, deve poter ottenere la cittadinanza; penso che saranno loro ad aiutare questo paese che si è fermato.

Alessio Galbiati: Quel che dici lascia intendere come il tuo intelletto sia alla costante ricerca delle possibili soluzioni ai problemi affrontati nei tuoi documentari, è vero però che una costante di questi tuoi lavori sia una specie di pessimismo, o quanto meno uno sguardo disilluso sulla realtà, e ciò si concretizza assai di frequente in finali che mi verrebbe da chiamare ‘devastanti’. Il caso di Nìguri l’abbiamo appena illustrato, penso pure a quello di Be Water, My Friend – il documentario che hai girato sulla desertificazione del Lago d’Aral in Uzbekistan – in cui c’è una donna che racconta alla telecamera di aver avuto una premonizione sul ritorno dell’acqua in quel che ormai è divenuto un deserto. È difficile trovare la speranza nei tuoi lavori, se ve n’è una sta forse nella catastrofe. Forse per questo mi ritrovo così tanto nel tuo cinema, che guarda negli occhi i problemi e non cerca facili consolazioni.

Antonio Martino: È un paradosso, ma penso proprio che la speranza stia nella catastrofe.

Alessio Galbiati: La questione dell’immigrazione è centrale nella società italiana da quasi vent’anni, il documentario ed il giornalismo di inchiesta affrontano da tempo e con ottimi risultati il tema immigrazione, come ti sei regolato rispetto a questa “inflazione”?

Antonio Martino: Pur avendo raccolto molte testimonianze in merito, ho voluto evitare di raccontare quel che accade duranti i viaggi nel Sahara e delle torture inflitte dalla polizia libica, perché di questo aveva già efficacemente parlato il documentario Come un uomo sulla terra. Mentre raccoglievo i loro racconti ho costantemente avuto la sensazione che tutto quello che mi raccontavano questi migranti, tutte le loro storie, non portavano da nessuna parte. È inutile farci raccontare con le lacrime delle tragedie che accadono in Africa perché ormai, e da anni, tutti sappiamo che quel continente è il simbolo della povertà e dello sfruttamento. Sappiamo cosa fanno nel deserto, sappiamo del traffico di esseri umani, sappiamo degli sbarchi… Penso che quello che abbiamo dimenticato sia la nostra sofferenza di immigrati. La mia sofferenza quando sono arrivato a Bologna ed ero il calabrese, abbiamo dimenticato le nostre dinamiche di integrazione in Germania o negli Stati Uniti… di questo ci siamo dimenticati. Sappiamo a memoria le dinamiche degli immigrati e non conosciamo più le nostre.
Avrei potuto fare un documentario che contenesse molte testimonianze ma non l’ho fatto perché non ne capivo il senso, che cosa le metto a fare? Quindi quel che ho fatto è stato creare un cortocircuito…

Alessio Galbiati: Inserendo anche il punto di vista degli abitanti di Sant’Anna…

Antonio Martino: Non mi sono limitato a raccontare i mali dell’Africa e quanto sia disumano il trattamento a loro riservato, ma ho pure raccontato il punto di vista degli italiani che vivono il territorio dove sono stati parcheggiati gli immigrati. Un cortocircuito che restituisca l’esplosività della situazione e che faccia sorgere la domanda “Che fare?”.

Alessio Galbiati: Sicuramente non organizzare le ronde. Nel documentario c’è questa surreale esigenza della popolazione di quel borgo calabro di organizzare delle ronde sul proprio territorio… fra l’altro è molto interessante notare la penetrazione della propaganda leghista ben al di là della sua abituale geografia.

Antonio Martino: Il colmo dei colmi è che pure i calabresi stanno diventando leghisti.

Alessio Galbiati: Le scelte registiche si sposano con gli intendimenti: fotografia nitida, telecamera fissa. Nìguri ha un taglio quasi fotografico e la galleria di immagini raccolte è davvero ampia, tante interviste, moltissime immagini, luoghi, persone, etnie… Dal punto di vista tecnico come è stato realizzato Nìguri, con quante persone hai svolto le riprese e con che tipo di strumentazione?

Antonio Martino: Ho sempre lavorato con la camera a mano, spesso pure con telecamere piccolissime, questa volta invece è stato differente, al di là del fatto che questa volta avevo un fonico (Sant’Anna è un posto ventoso, quindi puoi immaginare che problema è stato), quello che ho voluto fare con la telecamera fissa è stato restituire l’impressione della staticità delle cose, l’immobilità al cambiamento, la deriva.
In quel posto sono tutti in attesa, sospesi, davvero come barche alla deriva. La staticità delle cose è già una costante di quei luoghi, la Calabria, il profondo sud, alla quale si sovrappone quella di questi poveri immigrati costretti ad aspettare, aspettare e aspettare…
Abbiamo girato con una sola camera, una Panasonic AG-DVX100, che qualche problema ce l’ha dato, forse anche solo perché la conoscevamo poco ma che comunque ci ha dato dei risultati estremamente soddisfacenti.
Il metodo di lavoro è stato molto interessante, praticamente ci si svegliava la mattina e si andava a caccia di immigrati (ride). Li incontri, ti ci fermi a parlare e cerchi di oltrepassare la loro diffidenza, perché non sono abituati al fatto che qualche bianco rivolga loro la parola… A Sant’Anna c’è una vera e propria apartheid, i neri è come se non ci fossero, se fossero invisibili.
C’è pure un aspetto che abbiamo avuto modo di vedere, piuttosto interessante, ed è la presenza sul territorio di moltissimi agenti dei servizi segreti, italiani ma pure americani, perché fra gli immigrati molto spesso ci sono nascosti presunti terroristi o criminali fuggiti dal loro paese; questo ti fa capire che i timori della popolazione non sono certo infondati, in mezzo a quella moltitudine in attesa può esserci realmente di tutto, chiunque. Così dovevamo convincere queste persone che non eravamo agenti di alcun governo, e che non volevamo speculare su di loro.

Alessio Galbiati: Immagino che dopo l’anteprima del 10 dicembre a Bologna il film inizierà la sua circolazione per festival…

Antonio Martino: Non solo in Italia, lo invieremo anche al maggior numero di festival internazionali possibili, ed all’estero verrà visto con occhi diversi da quelli italiani. Sulla questione dell’accoglienza dall’estero siamo visti molto male, però è anche vero che l’Europa ha deciso di non avere una politica di corresponsabilità, delega tutto all’Italia elargendo fondi a pioggia. Se non ci fosse l’emergenza non arriverebbero 40 milioni di euro a Sant’Anna. Mi piacerebbe riuscire a raggiungere le comunità italiane in giro per il mondo, spero di far rivivere a queste persone, come a tutti gli spettatori, il trauma dello sradicamento, magari il ricordo di loro esperienze simili. Vorrei far riflettere… nient’altro.

Alessio Galbiati: C’è un’ultima questione che vorrei affrontare ed è il successo che i tuoi documentari riscuotono in tutti i festival in cui partecipano. Hai già vinto un’enormità di premi con i tuoi lavori, ciò significa che possiedi un linguaggio efficace, capace di arrivare agli spettatori esperti chiamati a giudicare; questo fatto cosa ti fa pensare? Conoscendo la tua natura, la tua intelligenza da bastian contrario, sempre pronta ad indagare il rovescio della medaglia, a fuggire dal senso comune, volevo sapere quali idee provoca in te il fatto che i tuoi lavori piacciano. Come la vivi questa cosa? È solamente una grande soddisfazione oppure ti dici che c’è qualcosa di strano?

Antonio Martino: Oggettivamente è una soddisfazione, però spesso mi domando il senso. Io ancora sto esplorando, sono ancora in una fase di ricerca della mia carriera di regista… spesso mi domando perché i miei film piacciano rispetto a produzioni ben più blasonate e danarose. Ad esempio il mese scorso, in Canada, c’è stato il Planet in Focus, che è uno dei più importanti festival mondiali a tematica ambientale, dove in concorso ci sono le più grandi produzioni del documentario – roba da 50 mila, 100 mila euro -, tutti con soldi dietro e produzioni belle toste. Ecco lì in mezzo Pancevo_Mrtav Grad ha vinto quest’anno il primo premio. Non so nemmeno io cosa pensare, sono confuso. Il mio stile prevede un controllo molto forte sull’opera, ho una mania di controllo, ho l’ossessione del controllo che si concretizza nei dettagli come può essere la durata di un’inquadratura, la mezza parola detta in più o in meno… Qui ci sta pure la concezione che ho dell’attività del regista che intendo come uomo che somma in sé e nel suo lavoro tante cose diverse. Quindi forse io vedo più che altro i limiti dei miei lavori e mi domando quali nuove scelte potrò fare nel prossimo progetto.

Alessio Galbiati: Hai già un “prossimo progetto”?

Antonio Martino: Questo volta sarà finalmente con un budget consistente, sarà un documentario per cui cercherò di avere quanti più soldi possibile e di mettere a frutto l’esperienza sin qui accumulata. Temo questo passaggio perché magari la forza dei miei lavori stava proprio nella natura loro underground, ma è comunque arrivato il tempo di provare a fare cose ancora più complesse.

Alessio Galbiati: Di cosa tratterà?

Antonio Martino: Vorrei, dopo Gara de Nord_Copii pe strada (2007), tornare a parlare dei bambini, questa volta in Senegal o in Bolivia dove associazioni italiane hanno dei progetti umanitari in corso. Mi piacerebbe riflettere sul lavoro minorile, sui baby cercatori d’oro del Senegal, miniere dove lavorano solo bambini – un quinto di tutto l’oro mondiale è estratto proprio lì, l’oro che con i quali i ricchi del mondo ornano il proprio corpo è estratto dalla terra da bambini-schiavi. Non dico che vorrei fare della fiction, ma quantomeno soffermarmi molto di più su di un personaggio, vorrei seguirlo, raccontarlo. Senz’altro dunque girare molte più ore, magari con un operatore che mi dia maggiore libertà… come si fa normalmente del resto… normalmente fuori dall’underground. Mi piacerebbe molto.
Sono cosciente che si tratta di temi non certo originali, non è una novità… Pancevo, ad esempio, non era il primo documentario che si faceva su quella realtà… il petrolchimico che inquina c’è a Taranto, a Porto Marghera… però l’ho affrontato a modo mio, dandogli una mia lettura, applicando la mia sensibilità ed il mio stile… così poi è stato Pancevo a diventare un modello per altri, come mi ha detto Massimo Mazzotta in relazione al suo Oil.
Insomma vorrei dare una mia lettura del fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.

Alessio Galbiati: A questo punto non mi rimane che ringraziarti. Sono certo che Nìguri sarà notato e visto da molte persone, perché oltre che necessario è pure un ottimo film.

Antonio Martino: Grazie a te, grazie a voi.

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