L’amico di famiglia > Paolo Sorrentino

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amico di famiglia

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numerozero, dicembre 2007, pp.13-14.


L’amico di famiglia
Recensione sperimentale n.1
di Alessio Galbiati

Recensione sperimentale, ovvero il tentativo di sospendere il giudizio distaccandomi dalle impressioni e dalle sensazioni personali per raccogliere dalla rete quel che i bloggers hanno scritto a proposito de L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino. L’idea è quella di costruire un testo, che sia al contempo iper-testo (implicito), fatto di frasi estrapolate da un gran numero di recensioni, quindici per l’esattezza. Una sorta di mixing testuale, un campionamento di frasi ed impressioni alla maniera del dj che miscela fra loro fonti sonore differente.
Sospensione di giudizio duplice perché allontano ogni mio giudizio soggettivo sul film ed al contempo sospendo ogni giudizio soggettivo sulle recensioni. L’idea è quella di perseguire una scrittura (automatica) non dissimile dall’attitudine d’un calcolatore privo di intelligenza, ma dotato unicamente di velocità nel porre in serie elementi eterogenei.

Questo l’elenco dei quindici blog (elencati freddamente in ordine alfabetico) utilizzati (in fondo trovate gli indirizzi web): Ammazza la vecchia – appunti di cinema – cinemavistodame – cinemax – ciromonicella – Desordre – Directed by – Emanuelazini – insegna provvisoria – …ma sono vivo e non ho più paura! – Memorie di un giovane cinefilo – Nessuno t’amerà come t’ho amata io – Saletta Lumiere – Soft Bulletin – Xanadu.

L’amico di famiglia
Regia, soggetto e sceneggiatura: Paolo Sorrentino – direttore della fotografia: Luca Bigazzi – montaggio: Giogiò Franchini – musiche: Teho Teardo – scenografo: Lino Fiorito – costumista: Ortensia De Francesco – suono: Daghi Rondanini e Emanuele Cecere – casting: Annamaria Sambuco – aiuto regia: Davide Bertoni – organizzatore: Viola Prestieri – direttore di produzione: Gennato Formisano – prodotto da: Domenico Procacci, Nicola Giuliano e Francesca Cima – produzione: Fandango e Indigo Film con Medusa Film – in collaborazione con SKY – in associazione con Wild Bunch – distribuzione: Medusa Film – data di uscita nelle sale: 10 novembre 2006 – durata: 110’.

Interpreti: Geremia (Giacomo Rizzo), Gino (Fabrizio Bentivoglio), Rosalba (Laura Chiatti), Saverio (Gigi Angelillo), Madre di Geremia (Clara Bindi), Nonna Bingo (Barbara Valmorin), Attanasio (Marco Giallini), Belana (Alina Nedelea), Moglie Saverio (Roberta Fiorentini), Teasuro (Elias Schilton), Montanaro (Lorenzo Gioielli), Ragazza dell’usura (Valentina Ladovini), Massa (Giorgio Colangeli), Giacomo (Geremia Longobardo), Cognato Saverio (Fabio Grossi), Tiziana (Barbara Scoppa), Nipote Bingo (Lorenzo Sorrentino), Silvia (Luisa De Santis), Cassiera (Lucia Ragni).

 

 

* * *

L’amico di famiglia ti arriva dentro e si trasforma; va ricordato, più che raccontato. Una vicenda che si disarticola rifrangendosi in una miriade di particolari allusivi: la farsa assume la parvenza ora di tragedia ora di commedia, ma la carnevalata grottesca non si riscatta mai in una storia compiuta, nemmeno per i disillusi che ne hanno consapevolezza.

Rosalba: “Come si diventa disperato come te?”.
Geremia “Trascorrendo un’infanzia felice.”

Non si salva nessuno nell’ultimo film di Sorrentino, nè i brutti nè i belli. Sono tutti falsi, attaccati ai soldi, bugiardi, ipocriti…

Per Sorrentino il proprio protagonista ha un rapporto morboso, ossessivo, malato con qualsiasi cosa. Con la madre, il padre, i soldi, le donne, insomma con la vita. Per questo pensa di essere solo. E invece non è solo. Sono tutti come lui. Siamo tutti come lui.

Settantenne, usuraio, bruttissimo, lercio, ricco e tirchio, cinico ed ironico, Geremia de’ Geremei (interpretato da un sublime Giacomo Rizzo) è la reincarnazione di un animale d’imprecisata specie, che si muove nel letame. Sarto e usuraio, parla aulico e forbito (si crede colto grazie alla lettura di Selezione del Reader’s Digest) ma è viscido e orribile, con l’unghia del mignolo chilometrica. Disprezza sapone e sprechi, accudisce la madre matrona, inghiotte avido cioccolatini. Sogna grazia, bellezza e desiderio amoroso. Dispensa appena può la propria filosofia spicciola ma compiuta e concreta.
“Geremia, noi siamo amici vero?” gli domanda il collaboratore di sempre, “Non ho mai pensato a quest’eventualità” risponde dopo aver riflettuto.
Geremia ha come soprannome “cuore d’oro” perché pensa di fare del bene alle persone, prestando loro i soldi. E’ un usuraio quasi per ripicca, per rivalsa nei confronti di una vita e di un Dio che sembra abbia voluto riunire in lui tutto ciò che la gente possa additare a sprezzo. La deformità disprezzata e l’insana vicinanza con l’infermità della madre fanno di Geremia un Riccardo III dei pezzenti, geniale manovratore di miserabili destini.

Si muove nel mondo a piccoli passi, meschini e affrettati sul suolo dell’Agro Pontino, terra di paludi bonificata ma non dalle zanzare né dalla iattura della perniciosa e avvilente vita di provincia. Lo vediamo vagare, con la sua inseparabile busta di plastica, in cerca ora di una donna polacca da amare, ora di un cliente da secutare, ora di un regolamento di conti da realizzare, ora della madre costretta al letto da pulire e da accudire.
Geremia (nomen omen per uno strozzino che ammanta di squallore tutto ciò che tocca, fisicamente e idealmente) è brutto, è tirchio fino all’inverosimile, abita in una stamberga con la madre immobilizzata a letto, è viscido.
Un cattivo, senza dubbio che, conscio di aver oltrepassato il limite, si abbandona alla solitudine con la rivincita di ricattare gli uomini attraverso la loro più grande debolezza: il denaro.

Geremia è brutto, sporco ma forse non più cattivo degli altri; le sue vittime non sono da meno, non riesci nemmeno a stare dalla loro parte, perché l’unico loro valore sono i soldi, esattamente come Geremia, solo che loro hanno una facciata più presentabile, persone che dietro un’esistenza rispettabile o l’avvenenza della giovinezza nascondo un animo gretto come il suo: dalla signora di mezz’età che chiede i soldi a strozzo per farsi degli interventi di chirurgia plastica, alla vecchia che si finge in fin di vita e coi soldi prestati va a giocare al bingo: Sorrentino mette in scena in maniera grottesca tutto lo squallore del nostro tempo e per farlo trova una location perfetta, l’Agro Pontino bonificato in epoca fascista con architetture geometriche costruite con materiali scadenti, senza vestigia storiche che possano ricordare una qualche grandezza passata: solo chiese di cemento armato e muri scrostati per ospitare questa umanità meschina. L’architettura d’epoca fascista di Sabaudia rimanda allo spazio surreale dei quadri di Dalì e di De Chirico, il territorio di frontiera in cui l’uomo proietta la visione allucinata di una realtà angosciante, una prigione a cielo aperto dai contorni invalicabili.

Sorrentino sdogana un attore teatrale e poliedrico come Rizzo per lunghi anni asservito ad un cinema di genere, tutto imploso tra il poliziottesco made in Napoli, e la sceneggiata di Mario Merola. Capace anche però di entrare in cast di film impegnati come Novecento di Bernardo Bertolucci ed di tante altre pellicole, tutte molto diverse tra loro. Sorrentino ha saputo riscorgere in lui l’attore pasoliniano negli esordi del Decameron, o anche quello di sceneggiati televisivi RAI anni ‘70 dello spessore de Il cappello del prete di Sandro Bolchi.

Nel cast atipico che ha composto Sorrentino, spicca un personaggio da antologia: un attempato amante del country, con tanto di cappellaccio e cravattino texano, che vive in una roulotte in mezzo alla campagna e spiccica a mezza bocca un masticato accento veneto in pieno Agro Pontino. Cowboy con la faccia molle e il cuore di pietra. Gino – questo il nome del personaggio interpretato da Fabrizio Bentivoglio – plasma tutta la propria esistenza su un sogno: l’andare a vivere in Tennesee. Ossessione, tra le tante, morbose, che avvolgono e compongono la pellicola, fondamentale nel dispiegarsi della storia. Cowboy di meravigliosa presenza scenica in bilico tra una caricaturale, impercettibile minacciosità e una fanciullesca aria sognatrice. “Perché il Tennessee?” gli domandano. “Perché è lontano”, risponde.

La sequenza finale di Le conseguenze dell’amore è speculare a quella iniziale de L’amico di famiglia: là un uomo in tuta da operaio sta sospeso in alto fra i tralicci dell’Enel in mezzo alle montagne, il cielo terso sullo sfondo, qui in riva a un mare piatto una donna dal volto rugoso con il velo da suora, il corpo sepolto nella sabbia, bisbiglia il rosario.
Vengono in mente i correlativi oggettivi, di cui grandi poeti del ‘900 quali Eliot e Montale costellano le loro liriche: il male di vivere si concreta in immagini emblematiche, simboli, appunto oggettivi, dell’insignificanza cosmica.

L’amico di famiglia è un film complicato e potente quanto i due precedenti lavori del regista, ma denota una certa disunione d’insieme, con personaggi solidi e riusciti (Gino e Geremia), ed altri più forzati (la femme fatale Laura Chiatti: provinciale, ma soprattutto espressione di una femminilità vacua e del tutto priva di talento, vittima del proprio veleno e della propria bellezza). Un film oscuro e potente, che sfugge spesso al controllo del suo stesso autore, e per questo mostra qua e là il fianco. Meglio, molto meglio, comunque, di qualsiasi altra cosa possiate trovare d’italiano al cinema di questi tempi. Se i nostri registi fossero tutti così, che cinema, che avremmo.
Quelle di Sorrentino sono stille di Cinema che vorremmo vedere sempre.

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Geremia de’ Geremei è la reincarnazione di un animale d’imprecisata specie, che si muove nel letame. E’ un altro uomo che sottovaluta le conseguenze dell’amore (anche questa è in fondo una storia proprio sulle conseguenze dell’amore). Un amore che si trova dove meno te lo aspetti, tra le pieghe del disgusto e della iattura, tra il maleodore e la vecchiaia, un amore che ti restituisce il senso della vita anche solo per un attimo, ma che non potrà mai salvare un mondo in cui tutto diventa merce e bugia, un mondo ipocrita e malato.

Immerso nello sterco dell’uomo, l’amore che vi fiorisce per caso non potrà mai sbocciare.

 

 

FONTI
http://whoframedrogerrabbit.splinder.com

http://slilluzicando.splinder.com

http://cinemavistodame.splinder.com

http://cinemax.myblog.it

http://ciromonacella.ilcannocchiale.it

http://www.desordre.biz

http://directedby.splinder.com

http://emanuelazini.splinder.com

http://jointsecurityarea.splinder.com

http://sonovivoenonhopiupaura.blogspot.com

http://giovanecinefilo.splinder.com

http://onceuponatimeinamerica.splinder.com

http://buio-in-sala.splinder.com

http://softbulletin.splinder.com

http://xanadu.splinder.com

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