Verso la ‘reductio ad unum’. “La ruota delle meraviglie” di Woody Allen

Non troppo tempo fa Woody Allen affermava che «la scrittura tragica ha la bellezza di affrontare direttamente la realtà e la rappresentazione della vita, del dolore e della morte, senza mai alleggerirla con gag dell’ultimo minuto o con items tipicamente ironici», e forse è proprio questa la causa della sua grande insoddisfazione legata alla maggior parte dei suoi lavori, la sensazione dell’impossibilità di raggiungere gli esiti per lui altissimi di Bergman o di Fellini e di tutto il grande cinema europeo, perché incapace di tradire la sua natura ‘divertente’. Ma non è possibile che dopo La ruota delle meraviglie, un film letteralmente ‘scritto con la luce’, abbia cambiato opinione? Dal punto di vista del plot, Woody Allen rinuncia completamente al self-portrait. Non aveva ancora sperimentato e studiato la discesa nell’indigenza più isterica che si arrangia nella sfiducia e disperandosi, e neppure aveva ancora inscenato il senso di una tragedia greca sul margine della classe più disagiata, con gli inevitabili alazon e senex iratus di rito. Specialmente, non c’è più la New York ‘sexy’, up to date, arrabiata e frenetica e post moderna, divertente, poliedrica, a colori o in bianco e nero in cui gli affiliati della gauche caviar si dedicano a vernissage e aperitivi deleuziani; questa volta l’idea è osservare soprattutto una vita di quartiere, anzi quasi condominiale, di una zona squallida e decadente. Tutto questo passaggio è brusco ma seducente: dalla café society alla stamberga, dal salotto pieno di libri alla cucina abitabile con risicato e unto tavolo per tre, dal successo di famiglie impostate, dei rampollini e starlette o comici, al baratro di esistenze fallite in partenza e andate in malora, dal sarcasmo acido-cinico delle intelligenze accademiche ai rancori e rinfacciamenti da tinello fino a bagnini con velleità autoriali ed elettrotecnici alcolizzati. Mai aveva scelto di confrontarsi con personaggi miserabili e lontani dall’essere classici totem psicoanalitici e scegliendo l’omaggio-citazione al teatro americano della tradizione di Tennessee Williams e Eugene O’Neal restituendolo sotto forma di tableau vivant hopperiano, come nelle cromie ‘velvet acid’ di “Road in maine” o “Girl with sewing machine”. Certo l’aspetto filosofico ed esistenzialista con parabola metafisica ha sempre un posto di riguardo nel film di Allen, ma in questa occasione il ruolo formale della variazione che normalmente è presente diventa una specie di preoccupazione prioritaria, spinto all’estremo in un esito di evidenza sperimentalista. L’impianto di riflessione e ricarca formale al centro di tutto è l’elemento della variazione del canovaccio (tragico), tema sempre identico su cui Allen continuamente sperimenta modifiche in una pratica lontana dalla mera ‘variazione sul tema’ e molto vicina all’ indagine morbosamente insistita, ricercando una condizione sempre più originaria della natura umana nel suo rapporto con spazi e ‘tempi’. Però, anche se il philosophical matter è sempre un dato che nel suo cinema non può essere presciso Allen decide di spalmarlo molto diversamente dal solito. L’incomunicabilità alleaniena della ‘ruota’ è immaginata sul micromondo di Coney Island anni ’50 alle falde di desolante parco divertimenti che ha del felliniano, nell’appartamento di fortuna di una stanca mamma di famiglia ex attrice confinata al rango di cameriera disorientata e sposa di un villico giostraio. Questa Ruota delle Meraviglie gira molto bene come lezione di mélo classico e finzione metacinematografica dove la dinamica narrativa è puro pretesto per verificare ben altri marchingegni. Il direttore della fotografia Vittorio Storaro non è ‘simply’ espressionista e nemmeno una riproposizione spaccona della luce flamboyant del melodramma classico, dove il rosso fuoco conviveva con il blu elettrico. Negli esterni, la luce si fa molto sordida e cupa, la pioggia, il sole, il chiarore del boardwalk fanno da contrappunto alla claustrofobia della casa-palcoscenico di Ginny e Humpty, e spesso la luce naturale e luce artificiale si danno il cambio sfacciatamente, mostrando in primi piani di semplicità classica malvagità e illusione. Storaro si diverte mentre si avvale di tutta la potenzialità del digitale con virtuosismi nell’uso straniante del colore ma a anche barocco-inquietante, secondo la sua consueta ‘ricetta’ a base di dialettiche double face tra colori ed ‘emozioni’ miscelando luce naturale di albe e tramonti con interventi di luce artificiale e soluzioni di illuminazione ‘mista’. L’idea di Storaro per cui l’arte della composizione, per la fotografia cinematografica, nasce dall’intenzione di ascrivere una certa immagine in uno specifico spazio è in perfetto pendant con l’impianto teatrale del film in cui la macchina da presa in alcuni movimenti soprattutto verticali ottiene un risultato completamente ipnotico. La scelta di rievocare Coney Island in modo totalmente non idealizzato ma beffardo, falsamente caramellato, marcio e sordido, per dare un scenario a un film costruito sullo schema di 4 micro-storie (guardando ai tempi d’esordio di Hannah e le sue sorelle, lì dove forse un ‘conto’ di ricerca era rimasto in sospeso?) fa sospettare di una nuova attitudine di Allen sempre più interessata alla ‘reductio ad unum’ del lavoro di tutta una vita da regista. •

Rubina Mendola

 

 

WONDER WHEEL (La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel)
Regia, sceneggiatura: Woody Allen • Fotografia: Vittorio Storaro • Montaggio: Alisa Lepselter • Casting: Patricia DiCerto • Scenografie: Santo Loquasto • Art Direction: Miguel López-Castillo • Set Decoration: Regina Graves • Costumi: Suzy Benzinger • Produttori: Erika Aronson, Letty Aronson, Edward Walson • Produttori esecutivi: Mark Attanasio, Ron Chez, Adam B. Stern • Coproduttori: Helen Robin • Interpreti principali: Kate Winslet (Ginny Rannell), Justin Timberlake (Mickey Rubin), Juno Temple (Carolina), Jim Belushi (Humpty Rannell), Jack Gore (Richie), Tony Sirico (Angelo), Steve Schirripa (Nick), Max Casella (Ryan), David Krumholtz (Jake) • Produzione: Amazon Studios, Gravier Productions • Suono: DTS, SDDS, Dolby Digital • Rapporto: 2.00:1 • Camera: Sony CineAlta F65 – Cooke S4 and Angenieux Optimo Lenses, Sony CineAlta PMW-F55 – Cooke S4 and Angenieux Optimo Lenses • Negativo: AXSM, SRMemory • Processo fotografico: Cinematographic Process Digital Intermediate 4K (master), F55 RAW 4K (source), F65 RAW 4K (source) • Formato di proiezione: D-Cinema • Paese: USA • Anno: 2017 • Durata: 101′



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