Botta e risposta a proposito di una stroncatura di “Curzio e Marzio opera picaresca in 2 atti per nastro magnetico”

Botta e risposta a proposito di una stroncatura di Curzio e Marzio opera picaresca in 2 atti per nastro magnetico di Dario Agazzi cinematografata da Luca Ferri sulla rivista Musica n. 281 (Zecchini editore)

1.
Spero che verrò perdonato, se mi riferirò a un mio lavoro, ma ritengo che siano pochi i casi di “stroncature”, nell’epoca del “politicamente corretto”, blanda ipocrisia che tutto mette a tacere. M’è capitato d’imbattermi in una delle recensioni a quello che considero il mio opus maximum: Curzio e Marzio, opera picaresca in 2 atti per nastro magnetico cinematografata da Luca Ferri, pubblicata in DVD da M.a.p. Editions (Milano 2016). Dico “mio” lavoro, ma in realtà – oltre alla citata regia – l’opera è il frutto delle professionalità di: Dario Bacis (attore), Pietro de Tilla alla fotografia e Guglielmo Trupia al montaggio (Studio Enece, Milano), Sara Galli (costumi di scena, copertina DVD), Studiocharlie (grafica del libretto, facsimile partitura). Il recensore, Gabriele Moroni, afferma: “[…] lo scrivente si limita a fare presente che dopo oltre 1000 recensioni e trenta anni passati nello studio della musica, questo è il pezzo peggiore che gli sia capitato sotto gli occhi e le orecchie.” Tanto da meritare – unico fra i lavori recensiti – la solitaria stella della negatività. Un primato. Sulla partitura, Moroni così s’esprime: “La musica consiste principalmente nella produzione sintetica delle voci, dal timbro nasale, e nell’inserimento di alcuni jingle, ossia brevissimi e assai semplici motivi realizzati con la tastiera midi: una continua ripetizione di fronte alla quale un brano minimalista sembrerebbe un pezzo di Boulez.” Ammetto di aver alzato un sopracciglio all’uso della parola “jingle”, fuori luogo (la partitura è stata scritta con una penna calligrafica Lamy, non certo con la tastiera midi), ma il fatto che questo lavoro faccia “apparire un brano minimalista un pezzo di Boulez” procura qualche gioia. Il recensore ammette che potrebbe non aver compreso, ma si lancia impavido nella sua valutazione di gusto, non certo di testa (e, con l’Adorno dei Minima Moralia, sono dell’idea che De gustibus est disputandum). Concluderò dicendo che il recensore ritiene che le date di nascita e morte di Stefano Landi (autore dell’opera Il S. Alessio su cui si basa Curzio e Marzio) siano state scritte “sbagliate”. Purtroppo ignora che quelle precise date si trovino nel Grove’s Dictionary (V ediz.) in possesso di chi scrive. Ammetto, quale attenuante, che non tutti posseggano la V edizione del Grove.

 

2.
Alla suddetta risposta seguì – in forma purtroppo privata, mediatore essendone il direttore della rivista “Musica” – una controrisposta del recensore il quale scrisse: “Rispondo alle osservazioni del maestro Dario Agazzi. Innanzitutto devo dire che se l’aver letto (correggo la sua citazione) che ci troviamo di fronte a «una continua ripetizione di fronte alla quale un brano minimalista sembrerebbe un pezzo di Boulez» gli procura qualche gioia, non posso che essere contento per la sua reazione.”
Già mi devo fermare e immettere una glossa: “Correggo la sua citazione” (scrive): avendo io riportato esattamente le sue parole, che intendeva correggere? E prosegue: “Agazzi insiste sulle date (errate) di nascita e morte di Stefano Landi, e riporta come fonte un dizionario, il Grove 5. Non so se si sia sbagliato nella citazione: in ogni caso il Grove 5 è del 1954, tempi antichi per la ricerca musicologica; nel 1980 è uscito il New Grove, nel 2001 la seconda edizione dello stesso (nel quale lo invito a leggere la voce Criticism), e ora è disponibile il Grove online. Consultando questo, o la MGG online, vale a dire i due principali dizionari musicali al mondo, si viene a sapere che Stefano Landi è stato battezzato il 26 febbraio 1587 ed è morto il 28 ottobre 1639. Dunque Agazzi si è sbagliato di nuovo, ma siccome mi aveva concesso un’attenuante, ora restituisco la cortesia.”
Con questo non posso che ribadire con una postilla e non concedere più “attenuanti”: elencando le edizioni successive alla V del Grove’s Dictionary (1954), il recensore deve presupporre che io non le abbia mai viste. Le conosco, invece (compresa la voce Criticism, cui il didatta mi rinvia). Mi chiedo: è possibile che costui non colga l’ironia che soggiace alla scelta d’una versione di molti anni addietro, visto che l’opera è una forma demenziale di parodia – “ideale seguito in forma di anti-opera”, scrivevo nel DVD – del S. Alessio landiano? Ebbene sì: è possibile. Con il dubitare che io possa aver citate “erroneamente” le date dalla V ediz. (“Non so se si sia sbagliato nella citazione”), il recensore mi sta dicendo che non so leggere: ma conferma di non aver consultata la biografia di Landi pubblicata in quella precisa edizione. Avemmo dunque ragione: non tutti posseggono la V Edizione del Grove. In sintesi: le date sono “esatte” se riferite a quella precisa edizione (“Stefano Landi, c.1590 – c.1655”) . Sono “errate” se riferite a successive edizioni.
Che piccinerie, ad ogni modo, questi cavilli su date che non interessano praticamente nessuno: e quale assenza di analisi critica delle opere, da parte dell’odierna sedicente critica italiana.
Concluderò citando le parole del recensore: “Quanto ai gusti sui quali disputandum est, ridurre il lavoro del critico discografico ad una questione di gusti mi sembra riduttivo e anche un pochino offensivo. Premesso che una cosa è recensire un brano di repertorio e ben altra un pezzo di musica nuova, chi recensisce non è un ipse dixit, un oracolo che esprime il suo insindacabile verdetto, ma normalmente un esperto che deve possedere quanti più materiali possibile e mediare fra una grande quantità di conoscenze (culturali, compositive, tecniche, puramente musicali) accumulate anche con l’esperienza e che acquistano peso diverso in ogni recensione: in questo contesto i propri gusti, ineliminabili, confrontabili e discutibili, rimangono, devono rimanere sullo sfondo. Il critico non scrive per sé, ma per un pubblico che si attende di essere orientato in un panorama, quello contemporaneo, di una ricchezza senza precedenti, e io non mi sono affatto pentito di quanto ho scritto. Agazzi afferma che Curzio e Marzio è il suo opus maximum: sono felice per lui e in questo mondo c’è posto per tutti, come dimostrano il famoso si – fa diesis di La Monte Young, dada, l’experimental music descritta da Nyman, le riflessioni di Cage, Wiesbaden 1962 e così via.”
Già: “Mediare fra una grande quantità di conoscenze”: a saper mediare, però, prescindendo dal gusto. Tuttavia, “c’è posto per tutti”: “Evviva!” •

Dario Agazzi

 

 



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