La follia è la forma più pura e totale del quiproquo. Fesser, Nehari, Ferri, Selvi

Antonio Ligabue, Tigre reale, china e pastelli a cera su carta intestata dell’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, 1941, 36×50 cm.

Qualche considerazione su Campeones (Non ci resta che vincere) di Fesser, Don’t Forget Me di Nehari, Pierino di Ferri e Waterloo di Selvi

“Ormai la follia esiste unicamente come essere visto. Questa vicinanza che s’instaura nell’asilo, e che non sarà più spezzata né dalle catene né dalle inferriate, non consentirà affatto la reciprocità: essa è semplicemente vicinanza dello sguardo che sorveglia, che spia, che si accosta per vedere meglio, ma che allontana sempre di più poiché accetta e riconosce soltanto i valori dello Straniero.” (Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1978, p. 555). Ma – nonostante tutto – quest’osservazione è un primo sforzo per sottoporre la “follia” della “subnormalità” (espressione usata nel film Campeones di Javier Fesser dal protagonista e da sua madre) allo sguardo del pubblico. Un progresso? Parola che dovremmo pensionare con Comte. A ben vedere, in Campeones, un uomo decisamente basso (Javier Gutiérrez: notevole), allenando una squadra professionista di pallacanestro, costituisce di per sé una tollerata follia. Passando all’allenamento d’una squadra di disabili (tutti notevoli), per saldare una multa contratta guidando, lo sguardo che sorveglia e spia malformazioni, congenite difformità, avrebbe potuto piegarsi al patetismo o scivolare nel grottesco. Non accade a Fesser – nonostante certi sprazzi di retorica cinematografica odierna – che riesce a guidare con certa saldezza la sua nave filmica, superando i marosi del ben pensare. Qualche indubbia lungaggine e semplicismi psicologici non guastano, nel complesso, un tentativo d’inserire con naturalezza la diversità imbarazzante nel quotidiano. Recenti tentativi simili son stati compiuti dall’israeliano Ram Nehari con Non dimenticarmi, ineguale e (parliamo con qualche cognizione) riduttivo, ma a suo modo coraggioso; da Luca Ferri con Pierino: sguardo che “si accosta per vedere meglio” un folle apparentemente ordinario (un cinefilo solitario e marcatamente singolare) e Francesco Selvi con Waterloo (del quale almeno la prima carrellata andrà citata come commendevole). Ma se Fesser e Nehari ci propongono uno sguardo esterno sul mondo che desiderano portare al pubblico (operazione encomiabile nel suo tentativo di popolarità), Pierino e Waterloo sono invece ripiegati – in modi diversi – tutti all’interno. A parlare del proprio disagio condotto sullo schermo è il regista stesso, che si camuffa da Pierino, vi si rispecchia, restituendoci l’immagine della sua follia e del suo sfaccettato, poliedrico narcisismo. A parlare d’un concetto privato di “sconfitta” – che ambisce a farsi universale, pur nelle scenette episodiche un po’ slegate ma promettenti – è il protagonista del cortometraggio Waterloo: vero paziente psichiatrico, dolcemente distrutto prima ancora d’aver cominciato a combattere. Combattere che cosa, e chi? La follia non si combatte: le basta spingere la sua illusione fino alla verità.

Dario Agazzi

 

  • Campeones (Non ci resta che vincere). Regia di Javier Fesser (Spanga/2018, 124 min.)
  • Don’t Forget Me (Non dimenticami). Regia di Ram Nehari (Israele-Francia-Germania/2017, 87 min.)
  • Pierino. Regia di Luca Ferri (Italia/2018, 70 min.)
  • Waterloo. Regia di Francesco Selvi (Italia/2018, 18 min.)

 

 

 

 



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