L’eloquenza del silenzio. Note critiche sul “Joker” di Todd Phillips

L’alta industriosità di Joker va riconosciuta con ogni riguardo. Prodotto di impeccabile funzionalità, tesoro di genialità capitalistica! Prova di incomparabile conoscenza dei mass media! Prodigiose intuizioni in materia di sadismo di massa, plusvalore, plusprodotto, analisi di mercato, distribuzione al minuto. Provocando interclassiste eccitazioni senza precedenti, e turbamenti innominabili, anche presso quella borghesia assatanata che sta riscoprendo la Crudeltà (già correntemente praticata nei quotidiani rapporti di classe) anche come oggetto di godimento estetico. Con quale intuizione profonda dei bisogni più sordidi del mercato, e con che spregiudicata schiettezza aziendale questi registi in serie si impadroniscono dei più significativi archetipi della Letteratura e del Mito, e li sottopongono stritolati a ogni triviale infamia della cultura di massa più sputtanata e più cheap (ma condita e guarnita con tutte le spezie e gli aromi e le salse dell’Arte) per cucinarli e servirli in un abbondantissimo tripudio di emozioni a un ingordo e antropofago pubblico borghese, appunto, che non confesserà mai a se stesso la vera natura dei propri appetiti innominabili, ma già scalpita e deglutisce smanioso di nuovi seguiti ancor più scioccanti. Uno sfruttamento intensivo del ‘fondo’ letterario di una vicenda triste, capitalizzandone accortamente il gadget genialissimo del Joker mefistofelico.

Il colossale successo sorge da un’astuta programmazione e premia un impeccabile calcolo che prende in esame una quantità di fattori e valori – merce, prodotto, profitto, consumo, prezzo, scambio – ignoti o irrilevanti per un vero maestro del cinema, totalmente indifferente delle tecniche produttive e distributive dell’industria culturale, tanto ben note invece ai trafficoni di Hollywood, esperti nella semplificazione e mercificazione dei congegni, e delle loro motivazioni, e riproduzioni, e destinazioni, e circolazioni. Perciò si vive immersi in un perenne hype per cui ogni prodotto (di massa) in uscita è il capolavoro atteso e ineguagliato, salvo poi ricredersi (in massa) in poche settimane, e questo vale ormai per tutto, anche per ‘mostri sacri’ de facto o in itinere, e prove attoriali, valutate sempre più al grido di “come te nessuno mai!”, “inarrivabili”, “magistrali” e “insuperabili” con spreco di superlativi via via più clamorosi, fino all’arrivo di un’altra moda o diktat di stagione scelte dall’industria culturale che imponga nuove facce o qualche cosa d’altro a soppiantarle, e allora l’armento si ricarica e smentisce quanto calorosamente aveva belato una settimana prima.

Ma a proposito di un film come Joker, quelle che abbiamo letto finora sono sfoghi emotivi, indagini psicologiche abusive che scandagliano una trama in cerca di significati ‘alti’ o ‘ulteriori’, o recensioni critiche? Le prime, uno le aspetterebbe dagli spettatori sprovvisti dei mezzi critici disciplinari sudati e necessari, che di mattina sono parrucchieri, panettieri, ingegneri, infermieri, impiegati di call center o avvocati che nel tempo libero fanno i dopolavoristi del cinema, invece se le vede arrivare anche dai cosiddetti ‘esperti’ o competenti. Sembra un dovere morale ammirare incondizionatamente Joker, un dovere che nasce da una rabbiosa presa di posizione anti-formalistica, per cui risulterebbe gretto giudicare un regista dalla qualità dei risultati formali del suo lavoro. E non importa che l’opera racconti o testimoni una certa volontà noetica, piuttosto, molto più importante sarà accertarsi della sua carica socio-pedagogica (e si badi bene, come prima intenzione, non inevitabile effetto secondario!) o di un suo ‘messaggio’ da ‘lanciare’ da qualche parte. Se però si tiene fede a questa ingenua volontà, il confronto con un qualsiasi capolavoro è disastroso. Questo film, ordinario per troppi versi, e ben progettato per pochi altri, è un oppiaceo che ha rimbambito la critica, così ‘strafatta’ da non accorgersi dei difetti più evidenti ed elementari, e tutte le osservazioni finora udite sono assimilabili a trattatistica sociologica e per giunta fatta con grembiule e mattarello, ‘in casa’ e alla spicciolata. Non si è ancora letto nulla a proposito del Joker di Phillips che parli il linguaggio del cinema e non si capisce cosa rende un film diverso da panino imbottito o da un appartamento. Quella povera Arte come procedimento astratto, ricondotta a dimensione sintattica, che fine avrà fatto, col suo voler dare priorità alle regole di costruzione formale dell’opera? Qualcuno ha chiesto ragione del lavoro sulla composizione, che regola le relazioni che si stabiliscono tra gli elementi di cui l’opera è composta? Siamo in un momento che consacra culturalmente il disprezzo delle belle arti come atto gratuito, non servo o strumento di alcunché, in un disprezzo unanime di ‘addetti’ e di pubblico? Approcci come quelli visti nei giorni recenti alimentano l’equivoco per cui un prodotto di massa, di sicuro industrioso e ben fatto e con quasi tutte le cose ‘a posto’, di ottimo odore e aspetto, viene proposto come ‘capolavoro’ per il solo fatto di contenere una squisita prova attoriale, a sua volta contenuta in una cornice fumettistica nobilitata da uno ‘studio sul personaggio’.

Il pregio di questo film (ennesimo caso di un possibile talento che si sperpera, come quei bambini dotati e intelligenti che preferiscono marinare la scuola e farsela con Lucignolo invece che con Proust o Forster o Dante) è che può prendersi a pretesto per indagini e puntualizzazioni circa il come stanno le cose, per darci una una lezione su cosa non è grande Cinema, per ripensare a che cosa sia un autore, un ottimo film, riconducendo a ciò che tutte queste cose sono o dovrebbero essere. E anche, in un tentativo forse inutile e disperato, per eliminare l’ingombro dei fraintendimenti tipici del romanticismo a servizio dell’industria culturale (e viceversa), che parlano per esempio di pittura scambiando l’aneddotica, più o meno abietta o morbosa, dell’extrapittorico (biografie e sentimenti e letterine dell’artista, i suoi calzini, la prostata, cosa mangiava a colazione) per l’oggetto proprio dell’arte. Lo stesso destino naturalmente tocca pure al cinema, per cui un lavoro finisce per essere valutato soprattutto a partire da qualità empatiche e ‘umanistiche’ che vanno dalla prova attoriale del cast al sentimento di base, dal ‘messaggio’ agli intenti pedagogici ed etici, fino agli effetti catartici di rito e di riguardo.

 

 

Il signor Phillips che scrive la sceneggiatura insieme a Scott Silver, invece di destituirsi dall’incarico di informatore onnisciente come farebbe un maestro, delegando a chi guarda dall’altra parte la capacità di reperire significati e informazioni, fa il ‘daddy’ saccente e dice tutto quel che dobbiamo sapere e notare, con tanto di spintarelle, evidenziatori e pacche sulle spalle. Tutto quel che dobbiamo ricordarci da bravi scolaretti è che in fondo non dobbiamo mai credere a ciò che Joker pensa o dice, posto che (wow!) Arthur sia effettivamente Joker e non un folle ossessionato dai clowns.

Il film è progettato come un falso monologo interiore che passa dalla forma di un diario poco segreto, destinato a sedute psicoanalitiche: e altro che tenebrosa antropologia che transfunzioni la Realtà e la Storia secondo le strutture primordiali del Mito o di una Neurosi priva di Terapia! L’effetto è un basso continuo per una saga appetitosa destinata ai sequel industriali di domani. Vi sono ‘trovate’ che non divengono mai una vera e propria ‘idea formale’, neppure l’intenzione di recuperare fenomeni patologici arcaici. Quello che doveva essere un potente flusso interminabile del ‘discorso’ di Joker a se stesso e al mondo è spezzettato in lacerti sintattici minimi (superflui, talvolta compiaciuti, raramente riusciti), distanziati da puntini di sospensione retorici e da una serie infinita di punti esclamativi. Al posto di una rimeditazione-studio su Joker c’è un concitato referto tutto esclamativo, e non più che uno sfogo o un’arringa è anche il dialogo finale col presentatore, un momento che immaginavamo soprattutto allusivo, come la più rabbiosa, inquietante e diabolica delle profezie, invece ecco che spunta la barbosa parabola di uno spin-doctor.

L’operazione scaltra, come ha notato Matt Goldman sulla rivista «Colllider», è stata quella di girare un prodotto ingannevole, glamour e serioso “Nel mood di Martin Scorsese, ma destinato specialmente a un audience che si sente molto più rassicurato nel confrontarsi con qualcosa che, nonostante gli accorgimenti e le trovate, rimane pur sempre inscritto nei confini di una comic book story”. Il costante e ossessivo contrappunto musicale di una colonna sonora tirannica indebolisce l’intero film, e in particolare alcune immagini e sequenze interessanti (ma poi, la Bathroom Dance composta da Hildur Guðnadóttir scopiazzerà neanche tanto discretamente il Marianelli di Jane Eyre?). Joker doveva essere un disgraziato assoluto che ha ricevuto lo “scacco del nulla”, invece Phillips sembra avere una paura tremenda della ‘serietà’ del nulla in quanto forma primaria di tragicità, e allora non resta che renderlo casalingo e addomesticabile negli schemi più elementari che riesce a proporre. Questo Jocker, Edipo relitto e reietto, pretende che gli si dia credito per aver toccato e maneggiato dei punti freudiani, dolenti e ‘hot’ del disagio universale, dimostrando tuttavia di non sapere che cosa farsene: indagarli? prendersene gioco? spiegarli? giudicarli severamente? Chissà, in fondo è bello anche sembrare postmoderni, lasciare tutto senza ‘risposte’ per un sicuro effetto nichilismo malinconico e selvaggio che piaccia tanto ad adulti, Sore Cecie, piccini e Signora mia. Però, è troppo semplice solidarizzare e voler bene a questo Joker, specie quando si usano i mezzi bassi e astuti del ricatto emotivo più pornografico, mostrando addomi scavati, scapole e costole e ogni dettaglio di evidente persecuzione e abiezione subita come conseguenza di tutti i dispiaceri e le disgrazie e i dolori familiari, più le botte e i bulli, che lo prendono a calci e a insegne in faccia.

Eppure c’erano tutti quegli ingredienti sugosi e anche molte carte in regola che valeva la pena non svendere: un delirante itinerario cristologico blasfemo e lisergico, teso fra consumazione del sacrificio e rinascita finale, gothic Bildungsroman molto nietzschiano per “Diventare ciò che si è”, lungo un trip iniziatico dell’uomo triste e perdente dentro la sua follia che lo porterà a conclusioni decisamente machbetiane in cui (mirabile tragedia dell’antitesi!) vincere sul proprio dolore è comprendere che il male è bene e il bene è male. Ma ci pensa la hýbris mescolata all’incompetenza ad annacquare tutto e rovinare la festa, così tout ne se tient pas: voleva essere un saggio di cinema sulla violenza e sulla vita perdente dei dimenticati delle metropoli, iperrealista nello stile, onirico nelle prese di coscienza, malinconico nell’umore, beffardo nelle conclusioni, tra osservazioni penetranti e disincantate, e invece arriva a scimmiottare soltanto l’ombra di tutte queste cose, lungo una sceneggiatura povera e filamentosa che si regge a spizzichi sui buoni ritmi del montaggio e sul lavoro recitativo di Phoenix.

E quando ogni tanto appaiono risultati buoni, per Phillips, qualunquista e grossolano com’è, sembra trattarsi di un evento involontario e prodigioso al tempo stesso, come certo lampeggiare di surrealismo inconscio presso i romantici tedeschi, o come nelle sorprese romantiche della scrittura automatica negli esercizi dei surrealisti moderni. Tirare fuori argomenti d’autore (l’epica del bene e del male, i disordini affettivi e civili di una società ipocrita, affollata e nevrotizzata, le malattie mentali dimenticate e derise e come effetti di cause ‘tabù’ innanzitutto familiari), farli esplodere, pensando poi di lasciarli lì in un angolino, magari qualcuno passerà a raccoglierli, altrimenti andrà bene lo stesso? Il guaio è che il regista non ha niente da ‘dire’ su queste faccende, che però ci mette continuamente sotto il naso (forse pensava di nascondersi sotto il tappeto delegando tutti i ‘vuoti’ alla fotografia di Lawrence Sher, che talvolta lavora con una certa maestria sui motivi delle luci artificiali e del sangue?).

Sul piano diegetico (che insieme al cast è il solo che sembra aver sollecitato la critica) il film è un relata refero inerte e codardo, fingendo di trovarsi provato da una tormentosa dialettica mentre invece è lì, spavaldo e motivato a schiudere le origini di Joker senza investire seriamente su nessuna delle molte ‘rivelazioni’ fatte. La posizione personale del regista rimane sdegnosamente eccentrica, e molto ambigua, di fronte a questo Prometeo della libertà dal dolore, giacché non si identifica col suo eroe come farebbe un Cervantes o un Flaubert, né si dissocia dalle sue azioni prendendo le proprie distanze con atteggiamento non equivoco, ed è questo gongolare a renderlo colpevole di insistita compiacenza (tipicamente vittoriana!) per la déconfiture graduale degli individui, e forse tutto questo riconduce a un preciso artificio: la doppiezza nelle ‘strutture’ della cattiveria. Tale meccanismo funziona sostituendo alcune doppiezze specificamente malvagie al convenzionale dualismo fra buono e cattivo, moltiplicandone i modi di approach ma innanzitutto soppiantando l’adagio per cui “Non tutto il male vien per nuocere” con il principio sadiano secondo il quale ad ogni sventura non segue affatto una ricompensa, bensì una serie di nuove sventure più gravi, che dunque “Vengono per nuocere” assai di più.

 

 

C’è anche la visione pretesca della Divinità che gioca a gatto e topo con l’umanità fallibile, la mette perversamente di fronte a scelte balorde, e poi si diverte a tormentarla in base alla soluzione adottata, come il bambino cattivo che intralcia con i sassi il cammino della formica col suo chicco in spalla. Phillips arraffa, prende un po’ a destra e qualcosa a manca: molto bello eventualmente mescolare ‘basso’ e ‘alto’, orribile invece contrabbandare l’uno per l’altro. L’insincerità è nel rifilare low-brow mettendo il vestitino da high-brow per fregare il metal detector dell’essai, quindi a indisporre non è tanto la dubbia qualità del risultato ma la mancanza di ‘attributi’ (in merito vengono in mente le parole della Woolf: “Io mi trovo benissimo con la lady nel suo castello e con la portinaia alla sua caldaia, la cosa che non reggo è la mezza calza che mi fa delle signorilità fra i suoi centrini”).

Entrambe le storie presenti nel sottotesto (Joker come pazzo in-credibile e Joker come narratore della sua origine ed evoluzione) non possono essere contemporaneamente vere, e quindi si annullano a vicenda, cosicché il ‘finalone’ doppio (o triplo carpiato) sembra un’alzata di spalle piuttosto che un’avvincente ambiguità, e più impariamo su Joker e meno interessante diventa. Siamo alle pelosità compiaciute da è “nato prima l’uovo o la gallina” quando siamo chiamati a capire se sia Batman l’innesco per Joker o il contrario e la potenziale specularità/cooriginarietà di Batman/Joker diventa una barzelletta, costruita così goffamente all’interno di conclusioni e domande sceme: “e se i pazzi fossero i soli normali?”, “è solo una linea sottile a separare eroi e uomini malvagi”, “ma se Batman può essere un’ispirazione per la gente di Gotham, perché non il Joker?”, “quando le cose vanno in malora, non è probabile che le persone guardino verso qualcuno che rappresenta il caos e la violenza piuttosto che verso chi rappresenta onore e giustizia?”. Ma Phillips, che è il sabotatore di se stesso, non si accontenta di instupidire cose gravose e svela anche di non avere il coraggio delle sue convinzioni. Tanto che all’ultimo secondo si tira indietro e dice, “Beh ragazzi, forse tutto è stato inventato dal Joker e nulla è davvero accaduto se non nella sua immaginazione!”.

Dal primo momento sappiamo che Fleck è un unreliable narrator, pertanto nulla di ciò che riferisce o annota sul quaderno si sottrae all’ipotesi dell’invenzione. Le sequenze in cui sembra aver normalizzato la sua vita (vedi bacio alla ragazza) sono palesemente oniriche, e tra i meriti del regista c’è quello di esser riuscito a renderle tali: perché allora in un breve flash ce ne impone lo smascheramento, avvilente e didascalico? La sceneggiatura è calligrafica e leccata, come quei romanzini ben scritti, stilisticamente ricercati, carichi di compiacimenti e soluzioni di problemini ben riusciti. Poi, trattandosi fra le altre cose di un tema così compromesso e popolare (il Joker) e già iconograficamente smandrappato, fra pupazzi, figurine, mutande, posters, costumi di carnevale, pantofole e spille e tazze da latte, forse sarebbero serviti trattamenti di maggior riguardo, un taglio “a punta di coltello”, molte più sottrazioni che carichi. Anche perché se non si sta attenti a scherzar troppo con gli oggetti (in questo caso diari, maschere, quadernini, nasoni rossi e parrucche verdi) si finisce per cadere nella trappola di scambiarli per ‘simboli di qualcos’altro’: cioè di scambiarli per metafore, le aborrite metafore della tradizione retorica e del mélo larmoyant (che nella tradizione, sono: cancello che si chiude bruscamente – fra noi due è tutto finito! –, strormir di fronde che allude a ribollire o quietarsi di sentimenti. Cioè nulla di diverso da quei film del ’30 dove addensarsi di nuvole voleva dire “guai in vista”). Dove sarebbe la ‘ricerca’ così tanto annunciata? Lo “studio sul personaggio” che non si ispira direttamente ai fumetti ma che cerca un’esplorazione nuova e realistica sarebbe tutto in quella risata che “seppellirà” e nelle danze disturbanti sulle scale?

Ci si aspettava un Joker stemperato e laconico in grado di resistere al tempo, ma invece altro che “lucidità in un’era bassamente romantica”, come da lezione di Valéry secondo Borges. Quasi nessun controllo e scarsa padronanza del ‘mezzo’. Non già rinuncia, ‘reticenza’, o restare all’interno dell’essenziale senza incorrere in semplificazioni, neppure rigorosa economia e ambiguità di emozioni, bensì pappa pronta servitissima su piatto d’argento, poveristica e pop, con quei disgraziati aspetti ritenuti più impegnativi o complessi che mostrano subito una banalità indifesa e deprimente da manualetto di pronto-soccorso freudiano. L’ansia di novità ha tradito Phillips, condannando il suo Joker a rumorosa effervescenza, e alla perdita della cosa più seducente di tutte, che è l’eloquenza del silenzio. Carlos Martí Arís, a proposito della bellezza e nobiltà dell’atto estetico e intellettuale del ‘rinunciare’ attraverso il meno (che è l’esatto contrario della miseria di materiali): “Affinché il meno sia più, è necessario partire con una certa generosità, da una relativa abbondanza. Solo in questo modo è possibile realizzare coscientemente la rinuncia: ogni elemento che si scarta, ogni parola non necessaria, lascerà allora la sua impronta, farà notare la sua assenza creando un campo di tensioni nascoste che arricchisce gli elementi presenti”. A Phillips, che gira un film con buona volontà e vitalità, manca la qualità della grande Mistificazione. Si moltiplicano i passaggi di captatio benevolentiae, con questo povero spettatore accompagnato full-time nel visualizzare e comprendere ciò che è stato filmato. Questo sforzo per semplificare e ridurre, per sdrammatizzare e alleggerire, per rendere tutto fatalmente ‘comunicabile’, non sappiamo se sia lecito chiamarla ancora “bassa adulazione del pubblico” o se la correctness ha imposto una garbata litote ancora da scoprire. Phillips-sceneggiatore gira un bonario embrassons-nous, e ha deciso subito di non venir meno alla tradizione dello “script”, cioè di non fingere che lo spettatore sia quello che si suppone essere lo spettatore esigente e avveduto di Cinema, e di accettarne uno più semplice: quello che andrà a vedere il film. Così nasce il soggetto narrante tipico degli script, il ghignante plurale simpatetico, un ‘noi’ indeterminato e assolutamente ignoto alla tradizione del Grande Cinema.

Almeno Phoenix è ottimo in questa sua recita fatta con la purezza più struggente e controllata di cui è capace, ma serviva un altro direttore d’orchestra per la sua sinfonia. Si è inventato una risata nervosa e stridula che spesso ha stecche infernali, è uno scatto involontario bello e poetico, ma impiegato come pomodorino nell’insalata diventa il tipico tic demagogico che si contamina di ridicolo, convenzione umoristica da riproporre presso gli imitatori degli show e feticcio grottesco per i posteri, oltre che una molla da far ‘scattare’ al momento opportuno in cui nel film non accade nulla di interessante. La tentazione di monumentalizzare Joker ha abortito la chance del capolavoro, dato che è mancato lo slancio di distruggere anche l’ultimo elemento irrilevante della realtà, cioè il ‘personaggio’, per costruire invece un’icona stilizzata, atemporale e straniante. È mancata, cioè, la scandalosità della ricerca? •

Rubina Mendola

 

 

JOKER
Regia: Todd Phillips • Soggetto: Bob Kane, Bill Finger, Jerry Robinson (personaggio) • Sceneggiatura: Todd Phillips, Scott Silver • Fotografia: Lawrence Sher • Montaggio: Jeff Groth • Musiche: Hildur Guðnadóttir • Scenografie: Mark Friedberg • Costumi: Mark Bridges • Produttori: Bradley Cooper, Todd Phillips, Emma Tillinger Koskoff • Produttori esecutivi: Michael E. Uslan, Walter Hamada, Aaron L. Gilbert, Joseph Garner, Richard Baratta, Bruce Berman • Interpreti principali: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Glenn Fleshler, Bill Camp, Shea Whigham, Marc Maron, Douglas Hodge, Leigh Gill, Josh Pais, Brian Tyree Henry, Dante Pereira-Olson • Produzione: Joint Effort, Warner Bros., Creative Wealth Media Finance, DC Comics, DC Entertainment in associazione con BRON Studios, Village Roadshow Pictures • Rapporto: 1,85 : 1 • Paese: USA, Canada • Anno: 2019 • Durata: 123′



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Per ora abbiamo un solo commento...

  1. Dario Agazzi

    Cara Rubina,
    La Sua analisi e` tale da conferire persino uno squisito spessore letterario alla cachettica prova (Carducci avrebbe detto “cachettica prosa”) di “Joker”. Se non si puo` dar torto a chi voglia considerare questo film come un mero divertissement fumettistico (con tutte le paraletterarie bubbole che il fumetto – in quanto genere – rechi) e` d’altro canto evidente che “Joker” miri alto, cincischi con ideologie politiche ingenuotte e chiassose. Viene in mente il “Martin Eden” di Marcello, con la sua reductio ad absurdum di London letto come un’accolita di proletari rabbiosi che s’agitano in una melassa tardo-postmoderna dal lucore seppia: pronti a divenire lo stucco ornamentale d’un quadretto oleografico gremito di reminiscenze “vintage” e delusioni individuali. Cosi`, se il Joker di Phillips infila forbici negli occhi e spara alla testa d’un Robert De Niro persino imbarazzante nel suo bolso ruolo di conduttore televisivo, il Martin Eden di Marcello – pure arrabbiato con l’intero mondo – rivolgera` l’aggressivita` contro se stesso, in un suicidio calligrafico. “Sarai mondo se monderai lo mondo!” diceva il fanatico profeta dell’ “Armata Brancaleone”; e pare che ultimamente l’Armata dei registi segua quel curioso veggente in Terra Santa, strascicando i sandali. Come? Ma riscrivendo la Storia o indagando sui pregressi pseudo-storici dei personaggi letterari, rendendo “mondo lo mondo” a noi spettatori im-mondi! Phillips monda lo mondo del cattivissimo Joker; vuol rendercelo umano, “empatico”. E pare aver centrato l’obiettivo mirando al ventre dispeptico di critica e pubblico (Brecht avrebbe usata l’espressione: “film culinario”). Marcello monda lo mondo dello spettacolo e del “successo” facendosi lui stesso, con compiaciuto snobismo autoriale di profeta dell’afflitto Meridione, Martin Eden: “Mi piacerebbe si guardasse ai giovani e non a me” (ha dichiarato il regista, classe ’76, cfr. intervista su esquire.com). E cosi` Boyle – ma con lui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa: i tempi franckcapriani di “Piccoli omicidi fra amici” paiono distanti da noi alcuni eoni – monda lo mondo facendoci immaginare cosa sarebbe questo immondo mondo senza i Beatles, la Coca Cola, le sigarette e “Harry Potter” (Franco & Ciccio avrebbero escogitati espedienti intellettualmente piu` sofisticati). Anche Tarantino monda lo mondo dall’omicidio di Sharon Tate, ma la sua spacconeria e` innocua: e` la proposta d’un mondo (mondo) fattaci da un americanone che caracolla con un gilet fantasia. Quando le ri-scritture o le fantainterpretazioni del passato salgono al cervello annebbiandolo, qualcuno grida al capolavoro: come Lei ha sottilmente evidenziato nella Sua critica, un “capolavoro” da “dopolavoro”.
    Cordialita`.

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