Congedo. Sulla musica contemporanea

J.M.W. Turner, Il Blu Rigi, alba, acquerello su carta, 1842

Viviamo un paradosso: non molte o perlopiù di scarso rilievo sono le esecuzioni di musica contemporanea di buona qualità, eppure i compositori non hanno mai scritto così tanto.

Sfogliando i numerosi, infiniti cataloghi che la rete fornisce – avvilendo anziché fomentando le capacità di provare della gioia per questo moltiplicarsi vertiginoso di dati e materiali, testi descrittivi, opinioni in merito, blog, etc. – si scopre che i compositori scrivono enormi quantità di concerti, pezzi per strumenti solistici o ensemble cameristici, per orchestra, addirittura. “Per tacer del cane” – pardon –: del numero impressionante di pezzi di musica elettronica. Quasi tutte opere inedite: da un lato perché pochissimi sono gli autori “selezionati” dagli editori, dall’altro perché la figura dell’editore ha oggi perso il peso che aveva in passato (piano piano, s’avvia all’occiduo), e molti hanno creduto d’optare per l’auto-promozione, soprattutto attraverso i Social Networks. Infine, ultimo ma non per ultimo, la partitura, ovvero l’unico diagramma del pensiero compositivo che l’autore consegni, ha perso il suo primato. Sempre più difficile per gli esecutori è saperle leggere, queste partiture.

Per chi si scrive?

Personalmente sono dell’idea che, proprio oggi, scrivere lo si debba fare sempre meno: non coltivare l’esercizio dello scrivere, ma tarpargli le ali perché non ne esca un entusiasta merlo che si voglia buttare a capofitto nel mondo venendo presto acchiappato dal gatto o finendo carcassa nera ai margini della strada, per aver sbattuto con troppo ardore la testa contro un ramo.

Carlo Marx – che si cita come andando a ripescare polverosi fogli dopo una battaglia – scrisse una volta nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-58:

“Un lavoro realmente libero, ad esempio il comporre musica, è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di questo mondo, lo sforzo più intenso che ci sia.”

Quest’orda squilibrata di opere, brulicanti insetti minuscoli dei quali però non riusciamo, con l’occhio, a percepire alcuna presenza, non è neppur più il “manoscritto in una bottiglia” di cui romanticamente parlava Adorno concludendo il capitolo Schönberg e il progresso della sua Philosophie der neuen Musik (che ci pare oggi lontana come un vetusto cimelio), giacché al posto della bottiglia (grande che sia, ci starà al massimo uno champagne o un Vov da sorseggiare in montagna al rientro dalla passeggiata nella neve), servirebbero un transatlantico o una chiatta mercantile sovraccarica di fogli, schede di memoria, hard disk più o meno portatili. Anche supponendone un naufragio, il recupero di questi “messaggi nella bottiglia” causerebbe la morte per asfissia a chi avesse la sventura di ritrovarli.

Scrivere poco non significa cessare di farlo – un lavoro che è “lo forzo più intenso che ci sia” va svolto con la solerzia con cui ognuno svolge il proprio compito nel mondo: troppo semplice scelta, quella di “cessare di scrivere”; e ormai stucchevole presa di posizione di chi, nel XX secolo, addirittura credeva che John Cage avesse “profetizzato l’ammutolire”. Condivido in toto l’affermazione di Franco Donatoni, che dichiarò in un’intervista a cura d’Enzo Restagno:

“Cage non era affatto l’espressione del negativo; è stato l’intellettuale europeo ad interpretarlo come una manifestazione del negativo perché di questo aveva bisogno. Cage è soltanto un musicista californiano, un mattacchione.”

Il “culto” per questo ammutolire – che ci appare, come Cage, tanto lontano – ha in realtà prodotto un cicaleccio formidabile.

Ciò che si scrive e “resta in un cassetto” (o in una memoria elettronica, o sotto il materasso, o nel vaso da notte), senza vedere la luce di un’esecuzione o d’una pubblicazione – cartacea o su d’un sito in rete degno di tale nome – è lettera morta, priva del fascino della decadenza mortuaria che attrae i romantici: si tratta semplicemente di quella paccottiglia che riempie i secchi del pattume. O meglio: evoca l’immagine che vidi un giorno in una stazione di corriere, dove un furgone della nettezza urbana stava sostando vicino agli improvvisati giacigli dei senzatetto: dai margini pencolavano dei sacchi sfatti e qualche cartone di pizza bisunto. Scrivere musica che nessuno esegue o nessuno pubblica è riempire lo spazio già sovraffollato del nostro tempo di sacchi sfibrati e cartoni di pizza guasti.

A quali futuri ascoltatori ci si crede d’appellare?

Non credo che si possa né si debba replicare ciò che s’è scritto – a che pro infinitamente variare i temi delle stesse idee? – mentre è molto utile cancellare e fare tabula rasa di ciò che non ha alcun peso se non nel nostro narcisismo (giacché chi scrive nutre dell’amore per quanto scrive e per se stesso anche non confessandolo, altrimenti non s’accingerebbe neppure a scrivere). Ingombrare un tempo satollo di qualsiasi cosa, guasto e sovrabbondante, può andare benissimo; a nessuno dev’essere impedito di farlo. Ovunque io volga lo sguardo, vedo però nelle arti – in tutte le arti – stucchi rovinati da rifacimenti e restauri ad opera di dilettanti. Personalmente, mi piacerebbe poter contrapporre a quest’immagine un tempo spoglio e scarno, che preferisco resti un concetto privato e che giammai imporrei ad alcuno:

“Un monaco voleva tirare la corda
per suonare la benedizione della sera;
egli vide il cocchiere
e capì il feral messaggio:
il sole è tramontato, e intanto la campana
ha inviato i funebri tocchi.”
– Arnold Schönberg, Gurrelieder

Scrivere una volta, cancellare due volte. •

Dario Agazzi

 

* * *

Riferimenti bibliografici:
– La cit. di Karl Marx proviene da Antologia, a cura di E. Donaggio e P. Kammerer, Milano, Feltrinelli, 2007, p. 124.
– La cit. di Franco Donatoni proviene da AA.VV., Donatoni, a cura d’Enzo Restagno, Torino, E.D.T., 1990, p. 19.
– La cit. dai Gurrelieder proviene dal testo di Jens Peter Jacobsen nella tr. ted. di Joseph Franz Arnold, tr. it. di Claudio Maria Perselli per l’ed. Decca Musicassette 430-321-4.



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