Leaving New York Never Easy. Impressioni su “Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen

George Luks, Rainy Day in New York City, 1928. source

I make a date for golf –
You can bet you life it rains.
I try to give a party –
And the guy upstairs complains.
I guess I’ll go thru life;
Just catchin’ colds and missin’ trains,
Ev’rything happens to me.
I never miss a thing –
I’ve had measles and the mumps.
And ev’ry time I play my ace –
My partner always trumps.
I guess I’m just a fool;
Who never looks before he jumps,
– Tom Aidar e Matt Dennis, Ev’rything happens to me, cantata da Frank Sinatra

A New York gli artisti prendevano casa a Soho dove i prezzi abbordabili rendevano più facile trovare spazio per un atelier. Il quartiere nel giro di qualche anno diventa cool e i prezzi cominciano a salire, allora traslocano più lontano, cambiano quartiere e così via fino a Brooklyn, fuori dal centro di Manhattan e chissà, gira gira, come fantastica Gatsby al tavolo di un bar con la sua fidanzata, torneranno nel quartiere dove abita sua madre, ancora in centro. È un circolo chiuso, un “nostos” autoreferenziale, ripiegato su se stesso, questa città che ha sempre una via di fuga al suo interno. Le fughe e i ritorni possibili però non si limitano a trovare strade e spazi nuovi, o per meglio dire rinnovati, ma si estendono nei tempi che la città riesce a preservare dentro il proprio ventre, nonostante il suo continuo rigenerarsi, infatti ne mantiene sacche, piccole bolle spazio- tempo come un piano bar, un postribolo all’angolo, un posto dove si gioca a poker, un vecchio monumento, qualche locale démodé, un passaggio nel parco.

Il piano romantico di Gatsby è un tuffo nella città da cui proviene e che ha lasciato per seguire gli studi presso prestigiose Università degli States collocate in campestri località dall’aspetto appartato ma caratterizzate da corsi di studio “più strutturati”. Insieme alla ragazza che ama vorrebbe ripercorrere la ‘sua’ città attraversando insieme a lei le impressioni che ne conserva: i colori, i grigi che ama nei momenti di pioggia, come un pittore, un Renoir (che Storaro traduce attraverso bagliori di crepuscolo che accendono gli acquazzoni, mentre Allen vi allude direttamente riprendendo i maestri dell’impressionismo appesi alle pareti del Met).

Se i progetti per il weekend di Gatsby con la fidanzata però vanno storti è per colpa del cinema, se il weekend di Gatsby sarà in grado di rivelargli meglio chi è e cosa davvero vuole questo accadrà per merito del cinema.

è tutto cinema, cinema, cinema
ah, come back to my old Chinatown
Ah, zio, zio, com´è, com´è
spiega a vita, spiega com´è
ah, zio, zio, com´è, com´è
spiegami biene, spiega perché
e piano piano si srotola
di questo film la pellicola
ah, zio, zio
Come back to my Chinatown
– Paolo Conte, Lo zio, 1982

Ashleigh e Gatsby si muovono in città seguendo percorsi labirintici che comprendono e confondono continuamente realtà, finzione e sogno: set cinematografici, costosi appartamenti, party pieni zeppi di attori nevrotici o registi alcolizzati, le traiettorie sono dominate dal caso come gli incontri, come il gioco d’azzardo che piace tanto a Gatsby. È ancora il caso a dominare la vita dei protagonisti del cinema di Woody Allen: ancora la palla da tennis di “Match point” a sospendersi un istante sul “net” prima di cadere da una parte o dall’altra del campo, ancora Dostoijevski, ancora Il Giocatore. Ma Londra e l’Europa sono lontane ed è tempo di tornare a casa (anche per Allen) da questa “madre” che abita i quartieri alti e che ogni anno organizza un party a cui Gatsby non vuole più andare, i suoi romantici piani non lo prevedono ma il caso è in agguato dentro la tomba di un Faraone, nel labirinto che preserva la vita e il tempo. È in questo modo che l’incontro non potrà evitarsi; e come sarebbe possibile se il piano in fondo è un ritorno all’origine? un ritorno per scoprirsi simili e intuire il significato di un rapporto fatto di alti e bassi, di scappatelle e tradimenti ma di cui non si può far senza. Woody Allen e New York, oltre le atmosfere ovattate e dolci “up town”, scopre insieme al suo personaggio chi è davvero sua madre, la madre del suo cinema. Questa confessione è rivelazione, cadono le maschere dell’alta società, ma lo scarto tra sogno e realtà non rompe il loro rapporto lo rende anzi semplicemente più vero e profondo. Guardare in faccia quello che si ama (la città, il cinema, il jazz, la pioggia e il cielo grigio di Manhattan) conferma al regista e al personaggio chi sono e quale sia il loro posto nel mondo. Il weekend e finito ma Gatsby non se la sente più di tornare al Campus con Ashleigh, che nel frattempo lo ha deluso, un’altra storia lo attende in città e lasciare la New York che ha finalmente ritrovato non è facile…

Leaving was never my proud
Leaving New York never easy
I saw the light fading out
– Michael Stipe & R.E.M., Leaving New York, 2004

Maurizio Giuseppucci

A Rainy Day in New York (Un giorno di pioggia a New York)
Regia: Woody Allen • Sceneggiatura: Woody Allen • Fotografia: Vittorio Storaro • Montaggio: Alisa Lepselter • Effetti speciali: Roy Savoy • Scenografia: Santo Loquasto • Costumi: Suzy Benzinger • Produttore: Erika Aronson, Letty Aronson • Produttore esecutivo: Ronald L. Chez, Adam B. Stern, Howard Fischer • Interpreti principali: Timothée Chalamet (Gatsby Welles), Elle Fanning (Ashleigh Enright), Selena Gomez (Shannon), Jude Law (Ted Davidoff), Diego Luna (Francisco Vega), Liev Schreiber (Roland Pollard) • Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions • Paese: USA • Anno: 2019 • Durata: 92′



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