Il meglio del 2012 – Leonardo Persia

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«Amo molto parlare di niente. È l’unico argomento di cui so tutto»
– Oscar Wilde –

 

Anche quest’anno vogliamo giocare con i film e con il calendario.
Abbiamo chiesto a amici e collaboratori, professionisti del settore e cinefili, un elenco dei 5 migliori film usciti, o visti per la prima volta, durante l’anno solare 2012.
Avremmo dovuto concludere a gennaio inoltrato, stilando una classifica del meglio del meglio e un elenco delle segnalazioni… come fatto lo scorso anno. Il gioco è bello quando dura tanto! In realtà proseguiremo ancora per un po’, visto il successo e l’interesse che il "giochino" ha riscosso, tirando le somme, prima sul numero 38, e poi (gratuitamente) anche sul sito.

 

 

Leonardo Persia

Redattore di Rapporto Confidenziale.

Gebo et l’ombre
Titolo internazionale: Gebo and the Shadow
di Manoel de Oliveira
(Portogallo-Francia/2012)

L’ombra di Gebo, Scrooge lusitano, spilorcio persino rispetto alla sua stessa esistenza, è l’ombra calata su noi tutti dinanzi al baratro. Incapaci ormai di agire e reagire, rinascere. L’ombra è lì, una luce, opposta conseguenza delle nostre spente tendenze interiori, filiale soluzione al problema. Eppure ci sforziamo per comprimerla, ignorarla, mistificarla e, alla fine, sostituirci ad essa, auto-oscurandoci del tutto. Il figlio/ombra sta a Gebo come Khidr a Mosé nella sura 18 (versetti 60-82) del Corano. È il diavolo probabilmente. Portatore di luce, infatti. Cioè primo angelo di Dio, notte sterminatrice, persino Santa Vergine, luce dell’ombra. Il rinnegato rebel with a cause posto all’interno del mero, frustrato osservante della legge: l’obbediente cittadino d’Europa, inerte povero che assume completamente e consapevolmente su di sé la colpa dei ricchi. Uno studio di lucida visionarietà sul processo abortito d’individuazione del sé politico dei nostri tempi questo stupefacente adattamento del testo teatrale di Raul Brandão (1867-1930). Manoel de Oliveira annuncia al sognatore-spettatore qualcosa di tanto più presente in quanto assente, cinema (e pre-cinema, modalità pre-formale) dell’indifferenziato visibile, accecante più del buio.

Bir zamanlar Anadolu’da
Titolo internazionale: Once Upon a Time in Anatolia
Titolo italiano: C’era una volta in Anatolia
di Nuri Bilge Ceylan
(Turchia-Bosnia Erzegovina/2011)

Non c’è genere che possa contenere la quest esistenziale di C’era una volta in Anatolia, giallo dell’anima inconsueto, thriller a imbuto ostruito, con quattro uomini, un assassinato, il fantasma continuo delle donne e della vita. Nuri Bilge Ceylan muove fatti e narrazione, filmando visibili realtà invisibili, tempi morti di amarezza disperata. Un’opera che sembra filmare le cose per la prima volta. L’estensione del corpo alle colline, del sangue ai ruscelli, dell’inquietudine alla notte, del crollo morale ai lampi attesta una continua integrazione dell’interno infilmabile all’esterno che trascende ogni inquadratura scontata. Un western interiore, pieno di duelli, primi piani e campi lunghi, che difatti omaggia, sin dal titolo, Sergio Leone, ma con il profondo ruggito silente del consueto ispiratore del regista turco, Anton Pavlovič Čechov. Quel che Tolstoj diceva per quest’ultimo, vale anche per Ceylan: «L’artista spalma i colori come se non facesse neppure una scelta, così come gli capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun rapporto fra loro. Ma ci si allontana un po’, si guarda di nuovo e nel complesso si riceve un’impressione straordinaria: davanti a noi è un quadro chiaro, indiscutibile».

Le premier homme
Titolo italiano: Il primo uomo
di Gianni Amelio
(Francia-Italia-Algeria/2011)

«Ho cercato, sin dall’inizio, ancora bambino, di scoprire da solo che cosa fosse bene e che cosa fosse male – poiché intorno a me nessuno era in grado di dirmelo. E ora che tutto mi abbandona, mi rendo conto d’aver bisogno di qualcuno che mi indichi la strada e mi dia biasimo e lode, non in nome del potere ma in quello dell’autorità, ho bisogno di mio padre» (Albert Camus, Il primo uomo). Un Amelio elegiaco, commovente, civile, intrecciato e sovrapposto al pari di uno Zemeckis, deciso ad avviare, al capolinea del dopostoria, un immediato ma improbabile ritorno al futuro italico, alla ricerca di un ancora possibile contact con la terra, le origini, la politica, le lotte, la giustizia, l’intelletto ispirato. Un film fatto di respiro, aria, sangue, sole e fuoco, acqua, dalla parte dei “barbari”, del femminile autentico, del maschile primigenio. Il protagonista, duplice, bambino e adulto, stesso incantato sguardo, dolcemente ribelle, sprofonda, al pari del film, nella madre, nel mare, contro il male, per dissolversi in uomo nuovo, altro uomo, primo uomo.

Cosmopolis
di David Cronenberg
(Francia-Canada-Portogallo-Italia/2012)

Monolitico, glaciale, chirurgico, ovattato e asettico on the road rallentato, privato di spazio e corporeità, all’interno di una limousine-navicella-bara. Il vampiro che vi è contenuto (gli tirano le torte in faccia come agli zombi di Romero) attraversa, catatonico, il culmine putrefatto delle mutazioni anni ’80. Non esistono più il corpo, il tempo, il lavoro, misere proprietà senza valor d’uso del libero mercato. E il capitale rantola astratto, un topo ormai, ombra nociva portatrice di peste come in Nosferatu. «Il denaro ha perso la sua forza narrativa, come la pittura tanto tempo fa». Aprono i frattali di Jackson Pollock , chiudono i campi di colore di Mark Rothko. In mezzo, dentro il soffocare di una posterità malsana, di nuova carne putrefatta, l’inaspettato, il sovradeterminato, la cesura (quel taglio di capelli, quella mano ferita, quella prostata asimmetrica) supplicano l’unica salvezza. Il viaggio in limousine ha un seguito, frazionato in virtualità sconnesse, sfumatura pop di narrazioni autosufficienti, in Holy Motors di Léos Carax, odissea dello spazio (virtuale) al contrario, diretta verso le scimmie, trionfo della società dello spettacolo, dove ogni scena che pensiamo finalmente essere vera, si rivela falsa, fiction, come la precedente. E resta il culto deprivato di segno e di sogno, recitato da macchine, dentro un garage/tempio.

   

Mekong Hotel
di Apichatpong Weerasethakul
(Thailandia-UK/2012)

Cinema metafisico da camera, circondato dalle acque immobili del fiume Mekong, mondo in sé stesso, protoplasma narrativo, punto d’incontro, o separazione, tra Thailandia e Laos, inondazione furiosa placata. Una specie di lago Stinfalo in Arcadia, consacrato a Diana, collerica con chi si fosse sottratto al suo culto. Stavolta è una dea cannibale, imprevista, a interferire tra due ragazzi, ridando voce, luogo consueto del cinema di Apichatpong Weerasethakul, a ciò che si credeva morto. Un film fatto di niente, che introduce a un reale di fantasmi, risolto in pura potenzialità matrix, controcanto eterotopico di storie e film negati, giustizie e gerarchie d’altro tipo, evocazioni ineffabili. Leggero quanto l’aria, intesse nuove modalità visive e narrative capaci di scardinare le unità, comunque presenti, di tempo, luogo e azione. Rifrange, contrappunta, replica e culla, come lo scarnificato blues acustico che lo accompagna per tutti i suoi bellissimi 61 minuti.

 

 

Menzione speciale

Menatek Ha-maim
Titolo internazionale: The Cutoff Man
di Idan Hubel
(Israele/2012)

Un piccolo, grande film israeliano passato inosservato a Venezia-Orizzonti. Con un linguaggio piano, apparentemente informale, in verità meticoloso, precisissimo, da regista autentico, l’esordiente Idan Hubel, un nome da tener d’occhio, esplora il divario tra ricchi e poveri in uno dei paesi più sviluppati e potenti al mondo. La storia di un uomo della classe media, sullo scivolo pericoloso della retrocessione sociale, costretto ad accettare un lavoro infame, quello di idraulico addetto al taglio d’acqua, si risolve in una profonda analisi dei meccanismi economici global dalla quale nessuna conseguenza infernale viene esclusa, nessuna impercettibile, perniciosa sfumatura taciuta. L’essenzialità della messinscena che, solo in un memorabile momento, si abbandona a un virtuosismo (per niente gratuito), amplifica, con profondità kieslowskiana, la vicenda di echi esistenziali universali. Sfiorando, senza alcun luogo comune, il tema della condizione ebraica (il terrore di essere messi al bando), combinato a sua volta con la tragedia del conflitto israelo-palestinese (un ricatto a cui aderire per mancanza d’altra, economica scelta).

 

Gesto speciale

Ken Loach che rifiuta il premio del Torino Film Festival, in omaggio ai lavoratori dei servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema. Esternalizzati, maltrattati, intimiditi e licenziati. Non è detto che l’intensità, la radicalità, lo stupore del cinema non possano essere replicati fuori dallo schermo. Yes, we Ken! Dalla parte degli angeli, dalla parte di Loach. Il più bel film fuori dal cinema del 2012.

 

 

Dei titoli selezionati da Leonardo Persia tra il meglio del 2012, su RC puoi trovare:
"Gebo et l’ombre" di Manoel de Oliveira – recensione a cura di Leonardo Persia
"Cosmopolis" di David Cronenberg – recensione a cura di Roberto Rippa
"Cosmopolis" di David Cronenberg – recensione a cura di Matteo Contin
"Menatek Ha-maim" di Idan Hubel – recensione a cura di Leonardo Persia (RC/36)

 

 

cover image: Gebo et l’ombre di Manoel de Oliveira

 

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