Bambi > Sébastien Lifshitz

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BAMBI
di Sébastien Lifshitz (Francia/2012)
Berlinale 63 – Panorama Dokumente

recensione a cura di Roberto Rippa
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

Sébastien Lifshitz, con il suo cinema, ci ha abituati nel tempo al suo testimoniare momenti di vita fingendo di stare sempre un passo indietro rispetto ai suoi personaggi mentre fa invece ricorso a sceneggiature di grande rigore. Due anni fa, invece, il passo indietro l’ha fatto davvero compiendo un ulteriore avvicinamento a un cinema realista questa volta non più ricostruito, attraverso il documentario Les invisibles, in cui andava a ripercorrere le vite di uomini e donne omosessuali sui settanta-ottant’anni che, molto prima che il ‘68 spazzasse molte nubi, hanno scelto di lottare per i loro diritti.
In Bambi, che sembra nascere da una costola di quel progetto dello scorso anno, Lifshitz ritrae il percorso di una donna singolare.
Singolare non per il fatto che Marie-Pierre Pruvot, nota sulle scene come Bambi, sia nata uomo a metà degli anni ‘30 in Algeria e mai si sia sentita qualcosa di diverso da una donna, ma per il percorso unico e fiero (ma lei direbbe forse “naturale”) di costruzione di sé, un sé intero e completo da lei rispettato nel corso di un’intera vita che non ha mai conosciuto l’ombra di un compromesso.
Quando è bambina, e già il nome che le è stato attribuito alla nascita è causa per lei di sofferenza in quanto lo sente distante da lei, è sua madre a impedirle di esprimere la sua femminilità. Ma lei non si lascerà piegare e non tarderà, ormai perfettamente in chiaro sulla sua condizione, a lasciare l’amata Algeri per andare a Parigi dove, dopo una breve gavetta presso il cabaret Chez Madame Arthur, diventerà una star del Carrousel che in quel momento, grazie a Coccinelle, si afferma come tempio dello spettacolo transgender. Ma anche lì non viene capita da tutti, soprattutto dai colleghi che si limitano ad assumere sembianze femminili sulla scena per poi tornare uomini alla luce dell’alba e non comprendono il suo desiderio di essere la donna che è anche a riflettori spenti, tanto che intraprenderà presto, nel 1958, il percorso verso l’intervento che le restituirà anche fisicamente il sesso cui appartiene.
Sono gli anni ‘50 e la società è quella che è, le transessuali sono definite come esseri privi di morale quando non se ne parla come di individui degni di avversione, ma lei non arretra nemmeno di un passo di fronte a sé stessa né mai lo farà in seguito. Dopo anni di successo sulle scene, lascerà il famosissimo locale parigino per laurearsi alla Sorbonne e diventare insegnante, coronamento di un’esistenza costantemente votata al prendere in mano la sua vita con tutte le conseguenze del caso.
È il ritratto di una donna normale e nel contempo straordinaria, Bambi, e Lifshitz lo restituisce mescolando immagini tratte da video super 8 dell’epoca con una lunga intervista alla donna, mai reticente di fronte alle gioie quanto ai dolori.
Questa bella donna di 78 anni si racconta lasciando trasparire sia la personalità forte e risoluta che le innate spiritualità e eleganza e il cineasta la ascolta, sapendo che il suo diario è tanto forte da non avere bisogno di alcun artificio per catturare l’attenzione.
Bambi è un ritratto sempre appassionante e necessario e Sébastien Lifshitz un autore che, dal mediometraggio Les corps ouverts (1998), al grande successo internazionale di Presque rien (2000) e Wild Side (2004), per arrivare al sottovalutatissimo ultimo lungometraggio di finzione Plein sud (2009), non ha mai smesso di dimostrarsi autore integerrimo e peculiare, sicuramente sempre degno di quella attenzione che non ha sempre ricevuto.

Bambi ha ottenuto il Teddy Award come migliore documentario alla Berlinale 2013, dove è stato presentato nella sezione Panorama. •

Roberto Rippa

 

 

Sébastien Lifshitz su Rapporto Confidenziale
Presque rien (2000)
Wild Side (2004)
Plein sud (2009)

 

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