Layla Fourie > Pia Marais

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

LAYLA FOURIE
Pia Marais (Germania-Sudafrica-Francia-Paesi Bassi/2013)
Berlinale 63 – Concorso internazionale

recensione a cura di Alessio Galbiati
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

Accolto dalla critica come uno dei film più deludenti del concorso internazionale, pur ottenendo dalla giuria presieduta da Wong Kar Wai la menzione speciale con (il deludente) Promise Land di Gus Van Sant, Layla Fourie è un film privo di equilibrio costruito su di una trama francamente improbabile (troppo esile la verosimiglianza messa in atto da un accadimento casuale). Ma è pure un film piuttosto interessante e coraggioso, capace di percorrere la strada del noir psicologico e paranoico in uno scenario cinematografico inedito e denso di riferimenti politici e sociali, come il Sudafrica contemporaneo. La storia è quella di Layla Fourie, donna di colore e madre divorziata, operatrice dei test per le macchine della verità e della vicenda che la vedrà intrappolata nelle sue stesse menzogne dopo che, per un fortuito incidente stradale, ha causato la morte di un uomo bianco. C’è però una forte contiguità, foss’anche solamente ideale, con il precedente e ottimo, ma altrettanto “disturbante”, lungometraggio di Pia Marais Im alter von Ellen (At Ellen’s Age, 2010); cosa che lascia intuire una visione estremamente personale (autoriale) del cinema. Quello della tedesca cresciuta in Sudafrica è un cinema complesso, solo in apparenza “sbagliato”, attraversato da dubbi e paranoico, ciò che in esso appare è sempre qualcosa di fragile, sottile, sfuggente. Storie di donne forti ma tutt’altro che sicure e di uomini sfuggenti e deboli, trasparenti.
Layla Fourie, più che un noir, è uno studio su di un carattere immerso in un ambiente reale, il Sudafrica contemporaneo, costruito senza enfatizzare il contesto sociale, senza amplificare quel che il Paese è oggi. Questa scelta, così minimalista, è probabilmente motivata dalla conoscenza della regista di quella terra e dalla repulsione alla spettacolarizzazione di una realtà sociale che però scivola (chiaramente e spesso) ai margini della storia e delle inquadrature.
Un film sghembo, non propriamente “riuscito”, ma estremamente coerente con la filmografia della regista tedesca che, giunta al terzo film, conferma la propria attitudine alla descrizione di un universo femminile instabile e dannatamente contemporaneo. •

Alessio Galbiati

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+